Fronte femminile

PROFESSIONE inviate di guerraDa sempre la guerra è stata una “faccenda da uomini” ma improvvisamente in Italia durante la seconda guerra del Golfo esplode mediaticamente la visibilità delle inviate di guerra; partono Oriana Fallaci per il Corriere della Sera, Lucia Annunziata per Repubblica, Gabriella Simoni per Mediaset, per la Rai sono inviate Lilli Gruber, Neliana Tersigni e Maria Giovanna Magli. Da questo punto in poi la televisione si serve del linguaggio e della presenza femminile per trasmettere la guerra, una guerra che viene raccontata non più solamente tramite la descrizione di strategie e interessi economici, ma anche e soprattutto attraverso le relazioni umane, i bambini, le persone che vivevano nella tragedia.

La televisione ha puntato sui volti femminili per far presa su valori emozionali e perché ha visto che il binomio donna/inviato di guerra funziona, ma attenzione perché non vuol dire che la Gruber, Carmen Lasorella, o Monica Maggioni e tutte le altre che nel tempo hanno raccontato la guerra in diretta siano, come qualcuno ha detto, “le veline” della guerra; la loro professionalità, la qualità dei loro reportage, l’impegno straordinario sul campo, sono stati sempre d’un livello altissimo.

Ma da dove nasce la decisione dei direttori televisivi di affidare con sempre più frequenza alle donne l’informazione sui conflitti? Esiste una relazione tra il lavoro della donne per il war reporting e la spettacolarizzazione della guerra? Il libro, analizzando il rapporto tra corpo e parola, genere e guerra, segue la “femminilizzazione” del mestiere dell’inviato di guerra attraverso le riflessioni di famose giornaliste.

Professione: inviate di guerra. Donne e war reporting in Italia
Marika Frontino
Scholé Futuro
pp .146, 15 euro

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