Frammenti d’Africa

L'Africa day al padiglione dell'AngolaSulla carta i numeri sono incoraggianti. Ma la realtà lascia l’amaro in bocca. È questo il bilancio della presenza africana all’Expo. Ben 35 paesi, su un totale di 145, provengono dal secondo continente più popolato della Terra, dopo l’Asia, con circa 1,1 miliardi di persone e un tasso di crescita che lo porterà, secondo l’Onu, a primeggiare con 2,3 miliardi di abitanti al 2050. Eppure soltanto tre Stati (Sudan, Angola e Marocco, che però non è parte della regione Subsahariana) hanno un padiglione indipendente. Gli altri sono inseriti nei nove cluster (Riso, Cacao e cioccolato, Spezie, Caffè, Zone aride, Biomediterraneo, Frutta e legumi, Isole mare e cibo, Cereali e tuberi), vale a dire dei super padiglioni accomunati da un tema comune e divisi in piccoli spazi autonomi per ogni Stato. Una soluzione che doveva andare incontro ai paesi più poveri, per i quali il tema Nutrire il Pianeta. Energia per la vita ha un significato e un’urgenza sconosciuti in Occidente.

Cluster deserti
Siamo andati a vedere, quando ormai la manifestazione è al giro di boa, com’è stata sfruttata dai paesi africani questa chance. E ci sembra che i risultati lascino piuttosto a desiderare. Mentre ovunque si fanno file chilometriche, i cluster sono poco frequentati. E negli edifici lo spazio dedicato alla storia, alla cultura e all’agricoltura dei singoli contesti è quasi inesistente: tranne rare eccezioni (come nel caso del Gabon) si trovano soltanto pochi video, qualche pannello informativo, una manciata di foto. A fare la parte del leone sono i “mercatini” in cui si vende un po’ di tutto: bevande, cibo, oggetti in legno, maschere, collanine. Niente di diverso da quanto si può trovare sulle bancarelle di una fiera dell’artigianato. Un destino che investe anche il padiglione del Sudan, la cenerentola di Expo, trasformato in un bazar. Meritano una visita più le mostre fotografiche all’esterno dei cluster (ad esempio, Sebastiano Salgado in quello del Caffè, Gianni Berengo Gardin nel Riso, George Steinmetz nelle Zone aride) che quanto si vede all’interno.

Il Rwanda nel cluster del caffè

Occasioni sprecate
Un’occasione sprecata, insomma, soprattutto se si pensa che l’Africa avrà un ruolo fondamentale per il futuro dell’alimentazione mondiale. È qui che si concentra la maggior parte (circa il 50%) delle terre coltivabili non sfruttate, mentre l’uso delle risorse idriche rinnovabili è fermo al 2% contro il 5% della media mondiale. Il settore agricolo rappresenta il 25% del Pil continentale e dà lavoro a una quota che va dal 60 all’80% degli occupati. La produttività è scarsa, la resa delle colture la più bassa fra le altre zone aride del mondo e dunque – soprattutto se le stime sulla crescita della popolazione saranno rispettate – diventerà sempre più urgente trovare una soluzione ai mali che affliggono il continente. Non a caso l’Onu ha scelto Expo come sede della conferenza sui paesi last developed, organizzata per elaborare le linee guida poi presentate all’incontro ufficiale che si è tenuto a inizio luglio ad Addis Abeba. Ma per celebrare nel modo migliore gli esempi positivi che arrivano dall’Africa è necessario visitare il Padiglione Zero, uno dei più suggestivi di Expo. Qui, alla fine del percorso, un’intera sala è dedicata al progetto Feeding knowledge (portato avanti in collaborazione con l’Istituto agronomico mediterraneo di Bari e il Politecnico di Milano) che ha selezionato le 18 migliori best practice a cui ispirarsi, scelte fra più di 700 da tutto il mondo. Ben sette sono africane. Come la nuova tecnica di coltivazione per aumentare la produzione del riso introdotta in Madagascar, che ha portato la resa per ettaro a triplicare dal 2006 a oggi. O il programma della Fao che ha sostenuto la creazione di cooperative e negozi per migliorare la distribuzione di fertilizzanti di qualità in Niger.

Buoni esempi
Per scoprire di più sulla nuova Africa che vuole diventare protagonista è da non perdere il padiglione “rosa” dell’Angola. Costruito su tre piani, ha come tema portante Cibo e cultura: educare per innovare. Al centro della struttura, un’installazione che ricorda un albero di baobab sostiene video in cui diverse angolane raccontano la loro storia di successo. Sono le donne a curare l’agricoltura, l’alimentazione familiare, la preparazione e la conservazione del cibo e a tenere in vita le tradizioni. Ma allo stesso tempo rappresentano la forza alla base del cambiamento e dello sviluppo del paese. Al piano terra del padiglione si parla delle colture tipiche, della pesca, dell’allevamento e dell’apicoltura, al primo si scoprono ricette e rituali, al secondo viene riprodotto un mercato. Al terzo, infine, si trovano una terrazza panoramica con piante esotiche, uno spazio per mostre temporanee di artisti locali e un ristorante gourmet. «Le donne – ha detto Albina Assis Africano, presidente dello Steering committee e commissaria del padiglione Angola durante la settimana di eventi dedicati alla cultura femminile Women for Expo – hanno ottenuto molte conquiste, combattendo strenuamente a livello sociale, distaccandosi progressivamente dall’immagine stereotipata di domestiche e casalinghe e ricoprendo sempre più posizioni di rilievo in aziende e strutture gerarchiche. Tuttavia la percentuale di donne che occupa posizioni di alto livello è ancora minoritaria e il loro stipendio è minore di quello dei colleghi uomini. Una situazione critica soprattutto per le donne nere».

L'interno del padiglione dell'Angola (foto Pietro Baroni)

Nei panni di Alvira
Il luogo giusto per fermarsi a pensare? Il padiglione di Save the Children, che propone un percorso ad hoc per i bambini (ma non solo). All’ingresso si ottiene un’identità casuale: per esempio si può diventare Alvira, sette mesi, vittima di malnutrizione a causa delle inondazioni che hanno distrutto il raccolto del suo villaggio in Mozambico. Seguendo la sua storia si scoprono quali sono le difficoltà che deve affrontare la sua famiglia, gli interventi della onlus per salvarla e assicurarle una corretta alimentazione. «La malnutrizione è concausa della morte di tre milioni di bambini sotto i cinque anni, la metà dei sei milioni di morti infantili che avvengono ogni anno per cause evitabili. Sono inoltre 200 milioni i bambini nel mondo affetti da una qualche forma di malnutrizione – spiega Valerio Neri, direttore generale dell’associazione – Expo 2015 può e deve essere una chance da non perdere nel processo che porterà alla definizione dei nuovi Obiettivi delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. Abbiamo sei mesi per sfruttare questa eccezionale occasione di contatto diretto con i cittadini di tutto il mondo».

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