Fossili in chiusura

portotolle

Il “traguardo” può sembrare ancora lontano. Ma nei prossimi quattro anni tutte e 23 le centrali termoelettriche messe “in pensione” dall’Enel saranno chiuse. Entro il 2021, un quinto della potenza convenzionale installata in Italia, quella che brucia combustibili fossili, carbone, gas e olio combustibile, sarà solo un ricordo del passato. Da quando il piano è stato annunciato, nel 2014, già 11 dei 13 GW coinvolti sono finiti in soffitta. Una fetta importante del business dell’azienda, che con questo programma punta a svecchiare il 44% della sua capacità termoelettrica, divenuta ormai diseconomica e insostenibile per l’ambiente.
Per decenni le ciminiere dei 23 impianti hanno eruttato fumi, più o meno inquinanti a seconda del combustibile utilizzato, e tanta anidride carbonica, responsabile dell’effetto serra: tra i più noti spiccano Porto Tolle, Montalto di Castro e Porto Marghera. Finirà in pensione anche la centrale a carbone di Genova Lanterna, spenta nell’agosto 2016 dopo 64 anni di servizio. Da gennaio è nuovamente in funzione, in ossequio alla richiesta del ministero dello Sviluppo economico, per fornire elettricità ai cugini francesi, costretti a mettere 28 centrali atomiche in manutenzione. Ma si tratta di un riavvio estemporaneo, assicurano dall’Enel: anche quell’impianto rientra nel programma Futur-E. «Abbiamo scelto questo nome – spiega Marco Fragale, responsabile business development Italia e Russia – perché il progetto è volto a individuare soluzioni sostenibili e condivise, in grado di valorizzare i siti di impianti non più competitivi, salvaguardando ambiente e occupazione».
Progetti in concorso
La scommessa di Futur-E è di non abbandonare le 23 centrali al loro destino, ma cercare il coinvolgimento delle amministrazioni locali, delle università e della società civile per organizzare una riqualificazione delle aree attenta all’ambiente. Proposito audace, dal momento che la superficie complessiva supera i mille ettari e che buona parte dei terreni dovrà essere bonificata. Per due impianti è stata già definita la strategia: il sito di Porto Marghera è stato ceduto a tre industrie locali, che si occupano di logistica portuale, carpenteria metallica e impiantistica. La centrale di Assemini, in Sardegna, è stata invece salvata da Terna, che la reputa essenziale per la stabilità del sistema elettrico. Potrà intervenire in caso di buchi nella produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.
«A breve contiamo di poter definire le soluzioni anche per Augusta e Carpi», annuncia Fragale. C’è poi il capitolo dei “concorsi di progetto”, in corso per altri cinque siti: Rossano, Montalto, Porto Tolle, Trino Vercellese e Bastardo. «Si tratta di procedure trasparenti e aperte a tutti i soggetti interessati – spiega il dirigente dell’Enel – Individueremo, con il coinvolgimento del territorio, progetti concreti per consentire una conversione sostenibile degli impianti. Il primo passaggio è l’incontro con istituzioni, cittadini e associazioni. Comune e Regione vengono poi coinvolti nella commissione giudicatrice, chiamata a valutare tecnicamente i progetti presentati e ad esprimersi sulla loro idoneità, seguendo criteri di sostenibilità economica, ambientale, sociale e principi di economia circolare».
Servirà uno sforzo non comune per rispettare tutti i requisiti. Chi ha il denaro per rilevare questi dinosauri, infatti, non è detto che sia interessato a progetti davvero sostenibili. Su Montalto di Castro, ad esempio, si sono rincorse per mesi le voci più disparate: dall’interesse di una società automobilistica cinese, al maxi data center di Google o Amazon. Un gruppo di imprese pensava di convertire l’impianto nel più grande centro commerciale d’Italia. A febbraio Enel ha scoperto le carte: i quattro progetti depositati, che ora passeranno all’esame del Politecnico di Milano e poi della commissione giudicatrice, sono tutti italiani. Riguardano settori che vanno dall’agroalimentare alle attività turistico/ricettivo e culturali, con idee che spaziano dalla coltivazione fuori terra con tecniche innovative alla creazione di poli formativi e centri congressi.
Al di là della bontà o meno dei progetti, sarà complesso mettere d’accordo gli interessi locali, quelli di grandi soggetti imprenditoriali e di chi dovrà garantire le risorse finanziarie. Ma il modo migliore per evitare frizioni è optare per processi partecipati. E l’Italia forse sta cominciando a capirlo. Intanto, qualcuno ha già spostato il traguardo più in là: «Quando si tratta di strutture imponenti, la partecipazione deve più che mai essere intesa come motore di sviluppo economico urbano e locale – spiega Christian Iaione, docente di Governance dei beni comuni all’università Luiss – La scommessa è trasformare gli spazi in imprese di comunità».
Iaione, che lavora da anni a progetti partecipativi di rigenerazione dei “beni comuni urbani”, descrive un processo «a quintupla elica», in cui il classico partenariato pubblico-privato si ramifica, coinvolgendo anche università, comunità e realtà sociali, «per andare oltre il raggiungimento di accordi su un intervento architettonico, sviluppando una vera e propria operazione di governance comune dello spazio».
Sul viale del tramonto
In attesa di conoscere gli sviluppi più concreti di Futur-E, soprattutto per quanto riguarda tempi e costi di questa gigantesca “rigenerazione”, resta comunque l’idea che una simile serrata rappresenti il punto di non ritorno per l’elettricità da fonti fossili. Il ministero dello Sviluppo economico ha calcolato che negli ultimi tre anni sono stati chiusi 12,4 GW di potenza termoelettrica, la metà dei quali in un solo anno. Non si installa nuova capacità sopra i 300 MW dal 2012 e si rinuncia perfino alla costruzione di impianti già autorizzati. Lo stallo coinvolge perfino le numerose centrali a ciclo combinato: producono per poche ore al giorno, quando la carenza di vento e sole rischia di lasciare scoperta la domanda. Gli impianti sono letteralmente esplosi grazie al decreto “Sblocca centrali” del 2002, passando da meno di un migliaio a quasi cinquemila. Ma la festa è durata poco: il calo della domanda degli ultimi anni, unito al boom delle fonti rinnovabili non programmabili, ha reso molte centrali superflue in tempi record. Così ha preso il via, negli ultimi cinque anni, una girandola di dismissioni, senza nuove installazioni, che ha portato a un calo della potenza disponibile.
«Il problema è dato dai tempi – commenta Gianni Silvestrini, direttore di Kyoto Club – Il piano Enel è netto e chiaro, ma rimangono esclusi impianti giovani come la centrale a carbone di Civitavecchia. Si dovrebbero fissare dei termini chiari per l’uscita da questo combustibile, come hanno fatto in altri paesi europei». Il Regno Unito ha la deadline nel 2025, la Danimarca nel 2023, la Germania punta a ridurre il ricorso al carbone del 50% nel 2030. In Italia, invece, con i ripetuti tagli agli incentivi, gli investimenti nelle fonti pulite sono scesi e il nostro paese ha rallentato la transizione energetica. Il rapporto sul sistema elettrico pubblicato da Terna a dicembre racconta addirittura di un ritorno alla ribalta per la produzione termoelettrica, che ha fatto segnare un +2,5% rispetto al 2015. Sulla produzione nazionale (275,6 TWh), il comparto pesa ancora per i due terzi (187,4 TWh). Un business di questa entità non sposta i suoi asset senza vendere cara la pelle. È compito della politica, secondo Silvestrini, accelerare il processo: «L’Italia non ha ancora una vera strategia energetica nazionale, che guardi al medio lungo periodo. Vi sono dei ragionamenti in corso, ma la modalità è obsoleta: si pensa di calare dall’alto un documento che invece andrebbe costruito coinvolgendo dall’inizio istituzioni locali e società civile. Lo hanno fatto in Germania, e ci hanno impiegato appena un anno e mezzo per darsi una strategia che guarda al 2050. Qui non abbiamo ancora capito la radicalità dei mutamenti che ci aspettano». E anche la “rivoluzione post-industriale” di Futur-E deve accelerare il passo. n

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