Foia e Cad, il governo cambi rotta

trasparenza amministrazioneTesto lacunoso e con molte contraddizioni. Se la bozza fosse quella che circola in rete sarebbe un’occasione persa. Meglio fermarsi e correggere prima di consegnare al paese un documento insoddisfacente, che non risponde agli intenti della riforma”

Lacunoso, contradditorio. E privo di reali novità. È l’opinione di Anorc (Associazione nazionale per operatori e responsabili della conservazione digitale) e “Stati generali dell’innovazione” sul nuovo “Codice dell’amministrazione digitale” comparso in bozza sul web dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato, mercoledì 20, in via preliminare il testo che dovrà sostituire quello in vigore dal 2005.

«Se lo schema del decreto fosse quello che abbiamo letto, il nuovo “Codice dell’amministrazione digitale” rischia di rappresentare un’occasione persa per innovare in maniera profonda e strategica i processi di governance e rispondere ai bisogni di semplificazione, efficienza e trasparenza che richiedono i cittadini» commenta Flavia Marzano, presidente di “Stati generali dell’innovazione”. Aggiunge Nello Iacono, vicepresidente di Sgi: «Nella bozza ci sono alcuni pregi, come la volontà di recepire la normativa europea, nonostante errori e ambiguità come quello della definizione stessa di documento informatico, tutta italiana e in contrasto con eIDAS. Apprezziamo anche la semplificazione su diversi punti più adeguati ad una regolamentazione tecnica, l’enfasi sui temi dell’identità digitale e del domicilio digitale, infine il maggior peso attribuito ad Agid in materia di coordinamento, pareri e sanzioni. Per il resto i limiti sono davvero parecchi».

Fra questi s’individua l’assoluta mancanza d’indicazioni sulle valutazioni univoche a livello nazionale sulle performance, peraltro espressamente richieste nel testo della legge delega 124 di riforma della Pa, pochissimi accenni all’alfabetizzazione digitale e sulla partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, l’intervento sulla governance, che ha azzerato gli organismi esistenti senza aprire alla necessaria partecipazione dei diversi attori sociali. Al riguardo proprio SGI ha dato impulso e promosso il lavoro di un gruppo ampio di esperti (più di cinquanta persone), coordinato da Marzano, Fernanda Faini (Foia4Italy) e Lisi (Anorc), con l’obiettivo di fare proposte di modifica e integrazione al Codice dell’Amministrazione Digitale. Le proposte del gruppo di lavoro hanno inciso proficuamente nella definizione della legge delega, ma sono rimaste sostanzialmente inascoltate nella bozza di decreto legislativo di modifica del Cad che circola in rete.

«Le novità che si profilano sono poche e confuse – dichiara Andrea Lisi, presidente di Anorc – In base alla bozza che abbiamo a disposizione, nel nuovo CAD ci sarebbero rilevanti modifiche agli artt. 20 e 21, relativamente al documento informatico e al suo valore probatorio: si sentiva così tanto l’esigenza di modificare la normativa? La legge delega lo prevedeva davvero? Appare inoltre incompleto il coordinamento con il Regolamento eIDAS  e nelle norme abrogate o modificate si riscontra una certa confusione nei concetti di gestione documentale, conservazione dei documenti, condivisione di archivi pubblici (nell’ottica della decertificazione) e open data. Forse si sarebbe dovuto riflettere un po’ di più prima di incidere profondamente su questo delicato testo normativo, come peraltro tante volte suggerito. Inoltre occorre fare chiarezza su un altro punto cruciale, ovvero le norme relative al capitale sociale richiesto ai conservatori accreditati e ai gestori di Pec, per non rischiare di avere pesanti ricadute sull’attività di numerosi soggetti del mercato». Per quanto riguarda il Foia, inoltre «introdurre concetti nuovi in un ordinamento di civil law, sistematico e complesso come il nostro è sempre pericoloso e va fatto con il bisturi e prestando grande attenzione. Non sempre, infatti, è un bene mutuare direttamente le esperienze pur positive della common law e con il Foia abbiamo commesso questo grave errore dimenticandoci invece di proteggere, sviluppare e rafforzare ciò che già era presente nel nostro ordinamento e, cioè, il Decreto Legislativo 33/2013, il quale paradossalmente esce indebolito da questa riforma tanto annunciata, quanto inutile, se non si procederà ad apportare importanti correttivi a ciò che abbiamo letto in questi giorni».

Secondo Fernanda Faini, che fa parte dell’iniziativa Foia4Italy, «il testo del decreto legislativo che dovrebbe contenere un Foia (pubblicato da Il Fatto Quotidiano e Valigia Blu) non soddisfa le attese, dal momento che non viene superato il modello di accesso previsto dalla legge 241/1990 e non risultano accolti i punti irrinunciabili promossi da Foia4Italy, che costituiscono elementi necessari a garantire effettività a un autentico right to know. Il decreto legislativo crea nell’ordinamento due strumenti di accesso “paralleli”, i cui confini non sono chiaramente individuati, ossia l’accesso ai sensi della legge 241/1990 e l’accesso civico ai sensi del d. lgs. 33/2013 come modificato e reinterpretato da questo d. lgs., che lo accompagna con numerose eccezioni: la soluzione non è in linea con il quadro internazionale, rischia di complicare l’attuazione e può avere l’effetto distorsivo di diminuire il grado di trasparenza del Paese e la possibilità di accesso ai dati. Per questi motivi Foia4Italy ha espresso una posizione profondamente critica e ha aggiornato e rilanciato la propria petizione per un vero e proprio Foia italiano (http://www.foia4italy.it)».

«Auspichiamo che s’intervenga rapidamente per superare errori, scelte e omissioni che vanificano una legge delega originariamente molto ambiziosa – concludono le due associazioni – Ci sembra che il testo, verosimilmente simile a quello discusso dal governo, si orienti verso un mero riordino della normativa, eludendo i temi più critici. A conferma di quanto sia stata sbagliata la scelta di non coinvolgere esperti e associazioni che si sono offerti per consultazioni e pareri, orientandosi verso un processo chiuso non è mai un buon viatico per una vera innovazione, sia in questo caso come in quello del Foia, su cui è stata preclusa qualsiasi forma di consultazione Il tempo per cambiare c’è, meglio farlo ora prima di consegnare al paese un testo che non soddisfa le esigenze dei cittadini e dell’amministrazione».

La testata è nata nel 1978 con il nome di Ecologia (diventerà La Nuova Ecologia l'anno successivo) insieme ai primi gruppi ambientalisti... Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia
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