Festival nel piatto

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Diritto al cibo, diritto alla qualità del cibo, diritto all’informazione sul cibo. Insomma, il “Festival del giornalismo alimentare” in corso a Torino, non è una sfilata per raffinati gourmet. Anche la sede scelta per la prima edizione della kermesse corrisponde a una realtà, territoriale e regionale, che ha saputo investire per valorizzare una tradizione di produzioni agricole e cibi di alta qualità. È in questa terra d’altronde che è nata Slow food, da tempo al lavoro per valorizzare la qualità degli alimenti, per riscoprire le tradizioni culinarie regionali, per difendere i redditi dei piccoli produttori agricoli che scommettono sull’eccellenza.

È lo stesso Carlin Petrini, fondatore di Slow food, a sottolinearlo: “I giornalisti che si occupano di alimentazione devono fornire anche informazioni complesse e interdisciplinari, innanzitutto politiche ed economiche”. Non è stato dato, per esempio, sufficiente spazio sui media alla denuncia del direttore generale della Fao sulla catastrofe alimentare provocata dalla guerra civile in Siria: “Un sistema agricolo che produceva cibo per 13 milioni di persone completamente azzerato”. Il cibo e l’acqua sono uno dei più importanti business globali del futuro, attorno al quale si muovono enormi interessi, troppo spesso non corrispondenti a quelli dei consumatori.

Il diritto al cibo – a un cibo sufficiente, sicuro, sano e nutriente – è un diritto umano fondamentale, corrispondente allo stesso diritto alla vita com’è stato ribadito nella Carta di Milano lasciata in eredità da Expo 2015. L’informazione deve fare la sua parte per garantirlo. I cittadini chiedono di essere correttamente informati su aspetti sostanziali come la salubrità, l’igiene, i rischi collegati all’alimentazione. Dovrebbero essere meglio informati sugli aspetti della sostenibilità ambientale dei cibi, sulle ricadute in termini di biodiversità delle scelte alimentari, sui riflessi in materia di reddito e sovranità alimentare di ciò che consumiamo. Compito dei comunicatori dovrebbe essere anche quello di non smettere di ricordare i costi ambientali della scelta di bere acqua imbottigliata, piuttosto che quella fornita dagli acquedotti pubblici, i cui parametri di qualità vengono costantemente controllati.
L’impegno per un cibo sano e giusto non può restare una bella dichiarazione di principio: una corretta informazione deve vigilare affinchè si concretizzi nella vita di tutti.

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