Renzi e Guidi

Favole di governo

Adesso non date troppi meriti ai referendari. Ne avranno tanti, come quello di aver capito che il petrolio non è la fonte energetica del futuro e di saper coinvolgere, con tanti argomenti e anche un pizzico di fantasia, ogni giorno un numero crescente di attivisti e persone comuni verso la consultazione del 17 aprile contro le trivelle. Ma che dietro l’inchiesta in cui sono incappati cinque dipendenti e funzionari dell’Eni a Viggiano, dove si raffina il greggio estratto in Val d’Agri, più l’ex sindaca del Pd a Corleto Perticara, sempre in zona, dove la Total medita (o meditava, staremo a vedere) di aprire un altro impianto di estrazione, ci siano gli attivisti #notriv… Beh, insomma. Rassicuriamo Matteo Renzi, non è così. La versione affiora sulla Stampa, dove si allude all’ira del premier verso i “magistrati antitrivelle” che avrebbero montato ad arte il filone d’indagini sul sito di Tempa Rossa per gettare fango sul settore petrolifero e condizionare così la consultazione voluta da nove regioni (guarda un po’ con la Basilicata in prima fila) insieme ad un’ampia rappresentanza della società civile.

La verità è che da qualche tempo in questo paese la corruzione ha superato il livello di guardia debordando ampiamente in area riformista e anche i crimini contro l’ambiente (a Viggiano l’accusa è di sforamento delle emissioni e smaltimento illecito di reflui pericolosi) non passano più inosservati. Il merito di chi oggi si schiera contro il petrolio sta semmai nell’aver lottato qualche decennio sul fronte della legalità, nell’aver costruito a forza di mobilitazioni, dibattiti, pubblicazioni, incontri nelle scuole e tanta militanza territoriale una cultura ambientalista più forte, che tiene insieme etica e visioni economiche innovative. Altro che intercettazioni pilotate. La sollecitudine dell’ex-ministra Guidi nel confermare al suo compagno di vita, indagato da ieri anche lui, che l’emendamento utile a varare il cantiere di suo interesse, quello appunto di Tempa Rossa, stesse giungendo in porto preoccupa. E preoccupa il passaparola da quest’ultimo verso l’impresa “madre”, la Total, sul fatto che a palazzo Chigi si stavano creando le circostanze utili a procedere con la nuova trivellazione. Tutto ciò, più che dimostrare l’esistenza di una lobby no-oil, potente al punto da muovere le toghe, conferma la contiguità fra questo governo e l’industria dei fossili.

Chi lo diceva? A pensar male si fa peccato. Ma ancora non si spiega perché l’esecutivo non abbia concesso l’Election day per il referendum sulla durata delle concessioni per le estrazioni in mare, stringendo all’estremo i tempi per la campagna e obbligando la collettività a buttare 300 milioni di euro. Forse adesso gli italiani qualche ipotesi cominceranno a farla.

Marco Fratoddi ha diretto La Nuova Ecologia dall'aprile 2005 all'ottobre 2016. Contatti: marco.fratoddi@tiscali.it, 3357417705
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