European dream

DOMENICA DOMENICHE A PIEDI ROMA ISOLA PEDONALE FORI IMPERIALI

Roma, 25 marzo 2030. I Fori imperiali sono vestiti a festa. Le bandiere tricolore sventolano insieme a quelle blu con 12 stelle dell’Unione Europea: il sogno europeo è compiuto. Dopo aver attraversato cicli economici avversi, populismi ed egoismi nazionali e aver superato la paura del collasso politico scatenata dalla Brexit nel 2016, l’Europa ha saputo rilanciarsi proprio dall’orlo del baratro, agganciandosi al raggiungimento dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. I festeggiamenti per i 73 anni dalla firma dei Trattati di Roma, con i quali i primi Stati membri – Italia, Francia, Germania, Lussemburgo, Belgio e Olanda – istituirono la Comunità economica europea (Cee), sono dunque l’occasione per brindare all’attuazione dei tanti obiettivi che l’Europa si era posta con le sue direttive quadro e di quelli fissati nell’Agenda 2030. Fame e povertà, che in Europa affliggevano ben 41 milioni di persone solo nel 2014, sono state quasi cancellate: cibo buono, sano e ogm free è a disposizione di tutti. La disoccupazione è scesa in quasi tutti i paesi, quelli nordici mantengono un tasso intorno al 2%, da piena occupazione, mentre i paesi del Mediterraneo sono riusciti anche a integrare milioni di nuovi cittadini, giunti dall’altra sponda del bacino, garantendosi così un gettito previdenziale necessario al mantenimento dello stato sociale, cresciuto in pochi anni sul modello degli Stati scandinavi. «L’Europa è uscita dalla crisi rilanciando i suoi ideali, è diventata la realizzazione di un sogno in cui le eccellenze sono patrimonio comune – dichiara Enrico Giovannini, storico portavoce dell’Asvis, l’alleanza per lo sviluppo sostenibile, che tanto ha promosso gli obiettivi dell’Agenda del’Onu dal 2016 fino ad oggi – Ogni paese o città ha fatto da modello alle altre. Si è diffuso il sistema di sicurezza sociale dei paesi nordici, in cui la resilienza delle persone, la loro capacità di fronteggiare gli shock negativi, è la parola d’ordine delle politiche sociali. Il Vecchio continente è così tornato al ruolo di campione dei diritti umani e sociali nel mondo. Le città hanno imparato la lezione di altre, come Amsterdam, per operare la riconversione energetica degli edifici e della mobilità sostenibile, per non avere più decine di migliaia di morti l’anno per malattie legate all’inquinamento». Come avveniva in Italia solo fino agli anni Venti. È ormai realtà quell’area di pace e prosperità sognata dai padri fondatori Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli, Jean Monnet, Robert Schuman, Joseph Bech, Konrad Adenauer, Pau-Henri Spaak. I cittadini dell’Unione Europea, nella parità di genere, hanno tutti pieno accesso a sanità, istruzione, acqua pulita, alcuni fra gli obiettivi raggiunti dell’Agenda 2030. «Tutti i paesi, avendo sottoscritto l’Agenda delle Nazioni Unite – aggiunge Giovannini – si erano impegnati ufficialmente a raggiungere questi risultati, a modificare le loro politiche verso lo sviluppo sostenibile. C’è voluto coraggio, visione e capacità di integrare le diverse politiche in un quadro armonico e convincente per i cittadini: un cambio di passo, un salto quantico, rispetto a come le politiche sono state sempre immaginate». Grazie a un mix vincente di innovazioni tecnologiche e sociali, l’Europa ha infatti abbandonato la corsa mondiale alla crescita del Pil per dedicarsi a nuove forme di produzione e di ricchezza, che garantiscono maggiore qualità della vita e coesione sociale.

Tutto un altro clima
Lo sviluppo sostenibile è stato la bussola che ha guidato la transizione, una meta raggiunta grazie ai pacchetti Clima ed energia e sull’Economia circolare, adottati dall’Unione nel 2014 e 2017. I già ambiziosi obiettivi del 40-27-27 in termini di riduzione dei gas serra, energia rinnovabile ed efficienza energetica, sono stati polverizzati grazie all’innovazione e alla partecipazione dei cittadini. L’Europa ha infatti ridotto del 60% le emissioni (il 55% era l’obiettivo fissato nell’Accordo di Parigi del 2015), produce il 50% di energia da fonti rinnovabili e ha un’efficienza energetica cresciuta del 40%. Gli effetti positivi sulla vita degli europei sono evidenti: le città sono meno colpite dalle ondate di calore estive e sono drasticamente diminuite le giornate in cui le polveri sottili superano i limiti di legge, anche grazie alle politiche di successo nei trasporti. Sono diminuite le morti per inquinamento e le risorse risparmiate dalla sanità sono state destinate all’istruzione. Eppure solo tredici anni fa gli esperti erano scettici sul raggiungimento di questi obiettivi e sul contributo significativo di paesi storicamente in ritardo sul fronte delle emissioni e della produzione da rinnovabili. «Quattro paesi, Irlanda, Belgio, Danimarca e Austria, non sono sulla buona strada per raggiungere ad esempio l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra – dichiarava nel 2017 Wendel Trio, direttore del Climate action network – Soprattutto perché hanno difficoltà a ridurre le emissioni derivanti dal trasporto e dall’agricoltura. Irlanda, Francia e Polonia, poi, sono in ritardo sugli obiettivi di produzione da fonti rinnovabili. L’ostacolo maggiore viene dagli Stati che non garantiscono la certezza degli investimenti per le loro imprese, non colgono i vantaggi della transizione energetica e proteggono gli interessi acquisiti dalle società dei combustibili fossili e dalle industrie ad alta intensità energetica». A rompere gli schemi e a garantire energia pulita al Vecchio continente ci hanno pensato cooperative, aziende, amministrazioni pubbliche e privati cittadini guidati dal sogno dell’autonomia energetica e dell’autoproduzione da fonti rinnovabili. L’elettricità di “cittadinanza” è già a 611 TWh, il 19% della domanda europea, e si prevede che arriverà al 45% nel 2050. A fare scuola l’Olanda, dove migliaia di cooperative forniscono calore con teleriscaldamento ai cittadini. In Danimarca, a Copenaghen, diecimila cittadini lungimiranti già nel 2000 hanno investito in un grande impianto eolico da 40 MWe. In Scozia il governo ha puntato su vento e maree, varando già nel 2016 disposizioni specifiche per le comunità energetiche. A Londra le Brixton energy, cooperative no profit finanziate dai cittadini, premiati con un ritorno sull’investimento, hanno installato impianti fotovoltaici sui tetti dell’omonimo quartiere, abbattendo la fuel poverty e offrendo anche formazione e lavoro ai residenti. Le smart grid, le reti intelligenti, sono la più grande infrastruttura continentale: permettono un uso efficiente degli impianti di produzione e hanno quasi azzerato il bisogno di accumulo. Finalmente l’energia è autoprodotta e distribuita solo quando serve. Anche l’Italia ha fatto passi da gigante, grazie all’approvazione delle norme proposte da Legambiente per la generazione distribuita, che ha sbloccato migliaia di impianti di produzione di energia pulita intutto il paese. A casa ci preoccupiamo soltanto, per fare un esempio, di caricare la lavatrice. Sarà poi la rete ad accenderla dandole energia quando non ci sono picchi di consumo e il costo è più basso. Ecco perché la pensione per le fonti fossili è ormai vicina. Persino i gasdotti South e North Stream, che per anni hanno rifornito l’Europa del gas russo, stanno per chiudere i rubinetti. Per non parlare del nucleare, che andrà definitivamente in pensione fra pochi anni, quando saranno spenti gli ultimi reattori in Francia e Finlandia. «Nessuno può nascondere la testa sotto la sabbia più a lungo, che si tratti di agricoltori, dell’industria dei trasporti o delle società elettriche che credono che il loro futuro sia ancora nel carbone – ammoniva nel 2017 Roland Jöbstl, responsabile energia e clima dell’European environmental bureau, la federazione europea delle associazioni ambientaliste – L’Europa deve aumentare il suo contributo da energie rinnovabili e mostrare come un’economia altamente industrializzata mette al primo posto l’efficienza energetica e si scuote dalla dipendenza delle importazioni di petrolio e di gas. Finestre migliori e isolamento renderanno la casa passiva una realtà.

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Green New Deal compiuto
Energia solare ed eolica vedranno una riduzione dei costi, batterie e depositi chimici collegheranno sempre più le nostre case con le nostre auto, creando nuove sinergie e rendendo le nostre reti più intelligenti che mai». Parole profetiche. Come quelle di chi immaginava un’Europa a rifiuti zero, quella disegnata dal pacchetto Economia circolare che nel 2017 ha dato spinta a un green new deal per tutto il continente con i suoi obiettivi di riciclo di rifiuti urbani al 70%, degli imballaggi all’80%, obbligo di riduzione del conferito in discarica al 5%. «L’economia circolare sviluppa molta ricerca e innovazione tecnologica, grazie alle quali possiamo immaginare veramente uno sviluppo sostenibile e di essere competitivi nel mondo, perché l’Europa ha il miglior tasso di innovazione e know how e margini incredibili di miglioramento», affermava allora l’eurodeputata Simona Bonafè, relatrice del provvedimento del pacchetto di direttive. «Bisogna far capire forte e chiaro che tutto questo vuol dire aumento dei posti di lavoro di qualità e dell’economia. Circolare, appunto», sosteneva sempre la Bonafè nei mesi intercorsi fra l’approvazione delle misure da parte della commissione Ambiente dell’Europarlamento e il varo definitivo di Strasburgo. E aveva ragione. Oggi le imprese europee risparmiano ogni anno ben 72 miliardi di euro grazie a un uso più efficiente delle risorse e a una riduzione delle importazioni di materie prime. I posti di lavoro generati dall’economia circolare sono oltre un milione, circa duecento-mila solo in Italia. A dimostrazione di quanto il Belpaese abbia contribuito alla rivoluzione circolare. Ma non è l’unico successo che festeggia l’Italia. Malagrotta e tutte le discariche italiane, che tanta vergogna e procedure d’infrazione erano costate a Roma, sono un ricordo sepolto ormai dai successi nella riduzione, nel riuso e nel riciclo dei rifiuti. Fra questi anche gli ottimi risultati della lotta allo spreco alimentare, in cui Italia e Francia hanno creduto dotandosi di leggi nazionali divenute un modello per gli altri partner europei. La definizione di spreco alimentare e gli incentivi alla donazione del cibo sono stati due importanti strumenti del pacchetto sull’economia circolare, che hanno contribuito pure alla lotta alla fame e alla povertà, due tra gli obiettivi principali dell’Agenda 2030. Anche i paesi dell’Est, che fino agli anni Dieci conferivano in discarica percentuali altissime di rifiuti, hanno raggiunto risultati inimmaginabili. «Nel 1997 – affermava ancora Simona Bonafè – il decreto Ronchi in Italia segnò un’innovazione profonda nella gestione dei rifiuti, e produsse in soli venti anni ottimi risultati. Ecco, il pacchetto sull’economia circolare può consentire di fare al resto d’Europa, anche ai paesi che sono in ritardo, un grande salto di qualità, grazie agli investimenti nelle infrastrutture verdi e all’armonizzazione delle norme in materia. La traiettoria è quella giusta». E così è stato. Il sogno si è realizzato: l’Europa è rimasta, nei suoi primi settantatré anni di vita, un continente di pace. Sostenibile e solidale.

Ringraziamo Enrico Giovannini, portavoce dell’Asvis, Roland Jöbstl, responsabile energia e clima dell’Eeb, Simona Bonafè, europarlamentare (Pd) e relatrice del pacchetto di direttive sull’economia circolare, Wendel Trio, direttore del Climate action network, per averci aiutato a costruire questo sogno, concreto e realizzabile, di un’Europa davvero dalla parte dei cittadini.

Giornalista ambientale, per La Nuova Ecologia cura le sezioni inchiesta e storie. Per il canale video LanuovaecologiaTV realizza dirette streaming, video interviste e il montaggio di video servizi. Contatti: loiacono@lanuovaecologia.it @francloia
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