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Con le elezioni USA abbiamo capito che la società europea e quella americana si assomigliano sempre più ed è l’Europa che fa scuola. Non è solo l’onda lunga di demagogie e populismi. C’è un dato più profondo che ci interroga come ambientalisti.

Nel successo di Trump c’è una domanda di cambiamento. Ma se la molla è innestata dalla rabbia e dalla frustrazione, se si chiede cambiamento mossi dalla paura allora il cambiamento è solo la ricerca di un porto sicuro. Tra gli elettori di Trump domina la paura dei migranti, del terrorismo, della perdita del lavoro, mentre il 38% degli elettori repubblicani (contro il 65% dei democratici) dichiara di avere fiducia nel futuro, nonostante le demagogiche promesse di Trump. Eppure il cambiamento proposto da Trump è solo il vecchio che ritorna: fossili, infrastrutture, privilegi, privatizzazioni …. ma appare come una risposta credibile a quelle paure. Ed è indicativo di un facile sentire, se pure suscita qualche ilarità, il commento di Salvini: “è la vittoria del popolo contro i poteri forti”, come se un miliardario non fosse espressione di poteri forti.

Ma sbaglieremmo se ci fermassimo qui. Tra società europee e statunitense c’è un’ulteriore corrispondenza: rabbia e paura convivono con nuove forze in campo, stili di vita orientati alla sostenibilità ambientale e praticati per rendere la vita più vivibile, crescita esponenziale di consumi e di produzioni ecologiche, ricerca di nuove relazioni comunitarie e di una diversa gestione del tempo libero, diffusione delle energie rinnovabili. E’ una vera e propria green society che pratica il futuro e reagisce perché ha speranza di star meglio. La Clinton ha perso anche perché non ha saputo vedere questa nuova forza in campo. Tanto che, nella sua campagna elettorale, le scelte green di Obama sono rimaste il contorno, mai la pietanza, confermando in pieno il peccato originale dei democratici americani, e della socialdemocrazia europea, degli ultimi 20 anni: il sostegno incondizionato all’anima liberista e finanziaria della globalizzazione e la perdita di ogni lungimiranza. Apparendo così davvero poco credibile nel voler disegnare un futuro affascinante. Perché il futuro della Clinton era la prosecuzione del presente (il così detto establishment).

Il paradosso è tutto qui: una società chiusa ed impaurita, che però vive e pratica stili di vita e di produzione ecologici, che non hanno rilevanza elettorale né rappresentanza politica.

Qual è la lezione che ne dobbiamo trarre? Oggi non c’è una questione ambientale a sé stante, inseguendo la quale si può dare risposta alla domanda di cambiamento. Oggi è davvero tutto attaccato. Anche le emergenze ambientali, dagli uragani alle ciminiere, contribuiscono a creare paure e disorientamento. Ma dalle stesse questioni ambientali è possibile rilanciare una visione positiva, un percorso di miglioramento collettivo, che può rispondere al clima generale di insicurezza e paura. Ad una condizione. La speranza non è il risultato di una bella narrazione. La speranza è essenzialmente lavoro, democrazia e benessere per tutti. E’ pace e diritti. La speranza ha bisogno di concretezza e di rappresentanza.

Questa è la sfida che le elezioni USA ci confermano. Per costruire risposte credibili, anche alle paure, dobbiamo dare voce al tessuto sociale che già pratica molti cambiamenti e liberarci del peccato originale della sinistra, del suo anomalo compromesso storico con il liberismo, l’austerity, le oligarchie e la drammatica ridistribuzione della ricchezza, che ha creato povertà e disuguaglianze.

A qualcuno potrà apparire naif, ma è solo un coerente ambientalismo sociale che può suscitare speranze e aprire concrete prospettive di benessere per tutti.

 

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