Effetto Trump

La scelta del presidente Usa di uscire dall’accordo di Parigi innesca la rivolta pro clima di singoli Stati, imprese e grandi città americane. Ma anche l’Europa deve smetterla con le belle parole. E passare all’azione

trump-climaAlla fine lo ha fatto. Introdotto da un’orchestrina jazz nel giardino della Casa Bianca, il presidente del Paese che emette più CO2 procapite al mondo, e il secondo in assoluto, ha fatto uscire gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima. Così, con un discorso di meno di mezz’ora, il pianeta sembra aver perso il controllo sul 14,34% delle emissioni climalteranti mondiali, con una serie di strafalcioni che non addolciscono la questione. Nonostante la decisione fosse stata annunciata in campagna elettorale e fosse nell’aria da settimane, la reazione globale contro questa decisione è stata forte. Elon Musk, il fondatore di Tesla e SpaceX, ha abbandonato il comitato consultivo presidenziale con un tweet chiaro: “Esco dal comitato. Il cambiamento climatico è reale. Lasciare l’accordo di Parigi non è una buona idea per l’America e per il mondo”. L’ideatore della supercar elettrica è stato seguito dal presidente di Microsoft, Brad Smith, che durante l’annuncio ha twittato: “Siamo delusi dalla decisione di uscire dall’accordo di Parigi. Microsoft mantiene l’impegno nel raggiungere i suoi obiettivi”. Persino un uomo “fossile” come il segretario di Stato Rex Tillerson, ex Ceo di Exxon mobil, non ha condiviso la scelta di Trump, mentre poche settimane prima ben trenta Ceo di altrettante imprese a stelle e strisce avevano scritto una lettera aperta al presidente per chiedergli di rimanere nell’accordo di Parigi, perché “i nostri interessi sono favoriti da un contesto facilitatore stabile e bilanciato in risposta alla riduzione globale delle emissioni di gas serra e l’accordo di Parigi ci dà un quadro flessibile per gestire i cambiamenti climatici, fornendo una transizione regolare per le imprese”.

A semi submerged Statue of Liberty in the Arctic Ocean draws attention to the effects of climate change on rising sea levels, as world leaders are about to gather in New York for the Climate Summit hosted by UN Secretary-General Ban Ki-moon. The melting of Arctic glaciers and ice sheets contributes directly to global sea level rise. The photo was taken in the Arctic Ocean northwest of Svalbard the 7th of September 2014.
A semi submerged Statue of Liberty in the Arctic Ocean draws attention to the effects of climate change on rising sea levels, as world leaders are about to gather in New York for the Climate Summit hosted by UN Secretary-General Ban Ki-moon. The melting of Arctic glaciers and ice sheets contributes directly to global sea level rise. The photo was taken in the Arctic Ocean northwest of Svalbard the 7th of September 2014.

Fra i trenta firmatari troviamo aziende del calibro di Dow chemical, Procter & Gamble, General electric, Jp Morgan, Unilever e Coca cola. Anche dai singoli Stati e dalle amministrazioni locali le reazioni non si sono fatte attendere. E sono bordate di grosso calibro. Come quella della California, la settima economia del   pianeta, con una crescita di Pil nel 2015 del 3,8%, contro quella media degli Usa del 2,6%. Il governatore del Golden State, Jerry Brown, una settimana dopo l’annuncio di Trump, ha firmato a Pechino un memorandum d’intesa con il ministro della Scienza e della tecnologia cinese, Wan Gang, per le tecnologie a basse emissioni. Dopodiché ha incontrato in un meeting a porte chiuse il presidente della Repubblica popolare, Xi Jinping, durante il quale i due hanno discusso di incrementare il commercio fra i due Stati, ponendo l’accento sulle tecnologie pulite. Un fatto che dovrebbe far riflettere chi dice che gli Stati europei sono troppo piccoli per trattare alla pari con la Cina. La California ha un Pil poco più elevato della Francia e conta “appena” 39 milioni di abitanti. Che dire di Pittsburgh, che Trump ha voluto citare durante il suo discorso dicendo che era stato eletto per difendere i suoi cittadini e non quelli di Parigi? Bocciato. Bill Peduto, il sindaco democratico di quella che una volta era la Steel city ed ora, secondo l’Economist, è la seconda città per vivibilità degli Stati Uniti, si è affrettato a fare qualche precisazione. Peduto, che nel 2015 era a Parigi per favorire l’accordo sul clima, ha replicato a Trump che Pittsburgh ha votato all’80% per Hillary Clinton e che i suoi abitanti, secondo una ricerca di Yale, sono al 68% d’accordo con una drastica riduzione delle emissioni di CO2 da parte delle centrali elettriche a carbone. E che, ancora, la sua città è un esempio di riconversione industriale visto che è uscita dalla pesantissima crisi dell’acciaio degli anni ‘70 grazie a investimenti in tecnologia e innovazione da parte dei cittadini più facoltosi. Forse Trump è rimasto alla Pittsburgh del 1911, quando lì si produceva oltre il 50% dell’acciaio degli Stati Uniti. L’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, ora inviato alle Nazioni Unite per le Città e il clima, ha commentato così: “Gli Stati Uniti rimarranno nell’accordo di Parigi grazie alla partnership fra le città statunitensi, gli Stati e le imprese. Il governo degli Stati Uniti può uscire dall’accordo ma i cittadini americani vi rimarranno, raggiungendo gli obiettivi. Agli americani non serve Washington per soddisfare gli impegni sul clima di Parigi e non vogliono lasciare a Washington le scelte su come fare”. Solo dichiarazioni di politici in cerca delle luci della ribalta? Si direbbe di no.

Il New York Times ha fatto un incrocio interessante fra politica e rinnovabili partendo dai dati. L’autorevole quotidiano ha pubblicato in una tabella (a fianco) la produzione di elettricità da eolico e la percentuale sul totale dell’energia prodotta. Gli Stati indicati sono quelli che possiedono in una quantità rilevante questa risorsa. Il giornale ha colorato di rosso gli Stati dove ha vinto Trump, in blu quelli dove la vincitrice è stata la Clinton. Ebbene, su undici Stati “eolici” sette hanno visto Trump vincere. Ancora più sorprendente il dato osservando la classifica: i primi cinque Stati, con percentuali fra il 27 il 37% di elettricità generata dal vento, hanno spinto verso la Casa Bianca Donald Trump. Insomma, sembra che Rex Tillerson avesse ragione. Molte cose accadute sulla scena statunitense fanno pensare che l’uscita dall’accordo di Parigi, dileggiando le rinnovabili che nel discorso sono state indicate da Trump come causa di black out, sia stato un errore politico, specialmente verso l’opinione pubblica interna. Molto meno nette le reazioni al di fuori degli Stati Uniti, dove sembra aver prevalso la diplomazia. Al ribasso. Germania, Francia e Italia hanno ribadito l’importanza dell’accordo, la sua validità nonostante l’uscita degli Usa e l’impossibilità di essere rinegoziato, cosa che con un semplicismo senza pari è stata detta da Trump. Anche il G7 ambiente si è concluso con un nulla di fatto sul clima, anche grazie a una delegazione Usa di scarso peso, con il direttore dell’Epa, il falco negazionista Scott Pruitt, che ha lasciato l’appuntamento prima delle conclusioni. Ed è proprio Pruitt al centro del mirino degli ambientalisti statunitensi. «Sostiene che gli Usa stiano facendo progressi circa la riduzione delle emissioni climalteranti, ma le sue quattordici azioni legali contro l’Epa (fatte prima che diventasse direttore dell’agenzia, ndr) vanno esattamente nelle direzione opposta – dice Michael Brune, direttore esecutivo di Sierra Club, la maggiore associazione ambientalista d’America – Ma sia lui che il presidente Trump sono indietro. Lo stesso giorno dell’annuncio dell’uscita dall’accordo di Parigi sono state chiuse tre centrali termoelettriche a carbone e della chiusura di altre tre nel Missouri è stato dato l’annuncio. Lo stesso Stato ha reso noto un massiccio investimento sull’eolico. Nel frattempo – continua l’ambientalista – oltre novanta sindaci di città come Pittsburgh, Orlando, Columbia, Denver, San Diego, Los Angeles, Miami, Salt Lake City e Portland si sono impegnati per arrivare al 100% di rinnovabili». L’iniziativa dei sindaci statunitensi fissa anche un termine molto vicino: “entro e non oltre il 2035”, recita l’appello. «All’United Nations framework convention on climate change (Unfccc), il cui segretario esecutivo è Patricia Espinosa, stanno cercando di capire come bypassare il governo federale coinvolgendo nell’accordo di Parigi direttamente le città statunitensi – spiega Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto club – Si tratta di un segnale importante, ma non è l’unico che arriva dagli Stati Uniti. L’assemblea di Exxon mobile, infatti, per la prima volta ha deciso che la società si sottoporrà agli stress test sui cambiamenti di business dovuti agli accordi internazionali sul clima. Una proposta che era già stata fatta gli scorsi anni ma che non era mai passata, ora invece ha incassato il favore del 62% dei delegati. La decisione è stata presa grazie alle pressioni dei fondi d’investimento, che vogliono verificare la “tenuta” della società di fronte alle mutazioni degli asset “fossili” che potrebbero derivare dalle politiche globali sul clima. Una decisione – conclude Silvestrini – che ha spiazzato l’attuale Ceo di Exxon mobile, Darren W. Woods, che pur essendo contrario all’uscita degli Usa dagli accordi di Parigi non pensava a tanta radicalità da parte dell’assemblea».

Anche il mondo scientifico non è convinto che la mossa di Trump rappresenti un elemento di rottura radicale. Dopo i timori di questo autunno circa la massiccia cancellazione dei dati sul clima e dopo la Marcia per la scienza di Washington della scorsa primavera, i ricercatori di tutto il mondo sono un po’ più ottimisti. «Sul fronte della ricerca non credo che l’uscita di Trump dall’accordo avrà grandi effetti – afferma Stefano Casarini, docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano e animatore del blog Climalternati.it – Le informazioni scientifiche sono prodotte in grande quantità da scienziati e istituti di ricerca che non sono alle dirette dipendenze del governo. Gavin Schmidt (il creatore di Real climate, fra i principali blog scientifici sul clima, nda) non avrà problemi e neanche sul fronte dei dati ci saranno problemi: siamo troppo avanti anche come livello e approfondimento nella ricerca scientifica sul clima. La scelta di Trump potrebbe però avere degli effetti sull’informazione, che in gran parte dipende, questa si, dalle agenzie federali – ammette lo scienziato – Così come una riduzione di fondi pubblici ai laboratori di ricerca applicata, come i Nrel, potrebbe influire sul progresso della mitigazione, come rallentare il miglioramento delle tecnologie delle rinnovabili». Casarini ha qualcosa da dire anche sull’Europa: «Oltre le belle parole dei leader europei e di Macron sugli scienziati, nei fatti l’Europa non ha recepito l’accordo di Parigi e non agisce. Gli obiettivi di Parigi non sono raggiungibili con le politiche europee di oggi ed è necessario che si facciano passi concreti. Le città, per esempio, sono bloccate dai vincoli di stabilità ed è necessario che le spese per il clima siano liberate da questi vincoli». Partire dalle città, in tutto il mondo, potrebbe essere una delle soluzioni per risolvere l’empasse. Negli Stati Uniti e in Europa.

(l’autore ringrazia Sarah Tuggey per le segnalazioni)

Sono nato a Vercelli, vivo e lavoro a Roma e faccio il giornalista scientifico occupandomi principalmente d’ambiente, energia, scienza e tematiche sociali correlate. Sono direttore della rivista edita da Legambiente e Kyoto Club, QualEnergia, dedicata al mondo dell’energia, che ha come direttore scientifico Gianni Silvestrini. Sono stato premiato come “Reporter per la Terra 2015” da Earth Day Italia e dal Ministero dell’Ambiente.
Ultimi articoli di

Parliamone

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *