Effetto sisma

A sette mesi dal terremoto in Centro Italia abbiamo intervistato il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio. Che si difende e rilancia

FABRIZIO CURCIO CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE ITALIANA NICOLA ALEMANNO SINDACO DI NORCIA PAOLO GENTILONI CATIUSCIA MARINI PRESIDENTESSA REGIONE UMBRIA

A quasi otto mesi dal primo sisma quello che rimane dei nostri paesi sono solo le macerie”. Sconforto e rabbia. È con queste parole e questo stato d’animo che gli abitanti di diverse frazioni colpite dal sisma del Centro Italia, da Grisciano ad Accumoli, fino a Trisungo, frazione di Arquata del Tronto, sono scesi in strada, bloccando la Salaria, lo scorso primo aprile. Per protestare sullo “stato di abbandono” in cui versano i loro territori. La “Ri-scossa dei terremotati”, una sigla che riunisce diversi comitati costituiti nei comuni del cratere, sta alimentando una sequenza di proteste sempre più lunga, che ha coinvolto un po’ tutti, dagli allevatori agli albergatori. L’impressione è quella di un’emergenza infinita. Vista da qui, dagli uffici di via Ulpiano a Roma, a due passi da piazza Cavour, sede della Protezione civile, è scandita dagli eventi che il capo del dipartimento, Fabrizio Curcio, sembra quasi voler ricordare a se stesso: «Stiamo parlando di una sequenza di eventi davvero particolari: ci sono stati mesi di scosse, oggi (a fine marzo quando è stata fatta l’intervista, ndr) siamo a più di 61.000, con nove eventi superiori alla magnitudo 5 e con un evento, quello del 30 ottobre, con magnitudo 6.5. A metà gennaio c’è stata una fortissima nevicata e quattro eventi superiori o uguali alla magnitudo 5. Se mettiamo in fila questa sequenza, ci rendiamo conto dell’eccezionalità di quanto è accaduto. Questi avvenimenti hanno prodotto uno stop and go nelle attività». L’intervista, nata per affrontare soprattutto il tema della riforma della Protezione civile, subito dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, si è inevitabilmente intrecciata con quanto sta accadendo nelle zone terremotate del Centro Italia.

Che cosa intende con “stop and go”? Faccia un esempio concreto.
Il 24 agosto la scossa 6.0 ha prodotto un’emotività fortissima, paesi distrutti, un prezzo di vite altissimo con quasi trecento vittime. Proprio mentre era in lavorazione il primo decreto legge c’è stata la scossa del 26 ottobre e poi quella del 30: si è ricominciato da capo in termini di verifiche di agibilità, quasi tutto ciò che era stato fatto è stato rimesso in discussione. La risposta a questi eventi deve essere percepita, con tutte le criticità certamente, come un successo. Sono 140 i comuni colpiti direttamente, abbiamo più di 50 zone rosse, centri storici interdetti, abbiamo una popolazione coinvolta in quattro regioni, in quattro diversi modelli di protezione civile. Stimiamo che saranno più di 220.000 le verifiche di agibilità che saranno effettuate nel complesso, molto spesso anche ripetute. Quelle dell’Aquila erano 70.000, quelle dell’Emilia Romagna 40.000. La scossa di magnitudo 6.5 del 30 ottobre, che non ha provocato vittime, ha però devastato le infrastrutture, le attività economiche e la parte abitativa, oltre alla distruzione della sicurezza negli abitanti. Il nostro sistema dal punto di vista emergenziale ha dato una prova di altissimo livello, che ci è stata poi riconosciuta da tutti. Migliorabile perché è tutto migliorabile. Se c’è un miglioramento da fare è nell’attività di prevenzione, come cioè possiamo fare tesoro di questi eventi per lavorare meglio nella pianificazione e per prevenire questi impatti sul territorio.

C’è chi ha parlato di un conflitto di competenze con il commissario straordinario.
Il governo ha nominato un commissario per intervenire nella ricostruzione, una figura che non impatta sulla fase emergenziale. A settembre stavamo lavorando insieme, noi per chiudere la parte emergenziale, il commissario per impostare la parte della ricostruzione. Poi sono arrivate le scosse del 26 e 30 ottobre, quindi ci siamo ritrovati necessariamente a svolgere dei ruoli diversi nello stesso periodo. Ma non c’è mai stata contrapposizione, abbiamo sempre cercato di lavorare con un filo comune e in continuità, avendo entrambi come interlocutore principale le Regioni: i loro presidenti sono soggetti attuatori per molte attività emergenziali, contemporaneamente, vicecommissari per la ricostruzione. Il dipartimento di Protezione civile non è il supereroe che arriva e risolve tutti i problemi come qualcuno invoca soprattutto nei momenti di difficoltà, ma è “chi mette insieme i vari pezzi”. Non è un lavoro facile. Anche perché quando ci viene chiesto di velocizzare in emergenza apriamo sempre qualche altro vulnus. Come ad esempio sul tema macerie: se velocizziamo troppo andiamo ad intaccare l’aspetto della sicurezza e dell’inquinamento. Bisogna sempre tenerne conto.

Che tipo di Protezione civile è quella di oggi rispetto a quella intervenuta nel terremoto dell’Aquila nel 2009? Secondo lei è più forte?
Non amo molto i paragoni con il passato. Ogni sistema ha senso nel momento in cui viene prodotto. Il sistema di protezione civile è la cartina di tornasole della nostra società: se la Protezione civile è l’insieme delle amministrazioni, delle strutture, ne riflette anche le contraddizioni. Quindi bisogna sempre chiedersi: che cosa vogliamo avere dalla nostra Protezione civile? Vogliamo essere rapidi? Allora dobbiamo eliminare certe regole, abbattendole però ci esponiamo ad altri tipi di rischi. Qual è l’equilibrio tra l’essere rapido e l’essere trasparente? Il sistema deve imparare dalle esperienze del passato, cercare di tirare fuori le soluzioni migliori, ma comunque è una continua ricerca, un continuo percorso. Perché le esigenze del cittadino cambiano. Come si fa a fare un paragone con il terremoto dell’Irpinia? Al di là della magnitudo, basti pensare alla tecnologia che abbiamo e al paradosso di comunicazione. Davanti a un’offerta comunicativa enorme, spesso al cittadino oggi manca la comunicazione certificata: non sa se quello che legge sullo smartphone proviene da una fonte autorevole e molto spesso arrivano delle comunicazione errate. E all’istituzione serve più tempo per certificare la comunicazione rispetto al cittadino che condivide su Facebook.

A chi chiede meno burocrazia che cosa risponde?
Credo che non ci sia stata emergenza più decentrata di questa. Se si vanno a leggere le ordinanze del capo dipartimento della Protezione civile ci si renderà conto che le attività sono tutte territoriali. Bisogna capire allora se è un problema dello strumento o della capacità di utilizzo dello strumento… Un piccolo Comune, che oggi ha delle difficoltà reali nel gestire l’ordinario, pur avendo la facoltà giuridica di intervenire, non ha le possibilità reali perché manca il personale, oppure la competenza o la capacità. In alcuni casi lo strumento c’è ma non viene utilizzato, non si sa utilizzarlo, oppure c’è un problema di comunicazione.

Veniamo all’oggi. Ci sono circa quattromila persone solo nelle Marche dislocate negli alberghi sulla costa, che fine faranno? C’è un piano della Protezione civile?
Quest’attività di assistenza è molto regionalizzata: ogni Regione ha i propri cittadini associati a delle strutture. Ad oggi è la Regione Marche quella su cui grava la più ampia parte dell’emergenza. La questione è nella dislocazione delle persone, le strutture ricettive hanno abbastanza posti ma hanno una serie di necessità durante l’estate: si basano sulla fidelizzazione, perdere un anno significa perdere la clientela e le stagioni successive. È il territorio a questo punto che deve trovare una soluzione, che noi contribuiremo a portare avanti: i cittadini, insieme agli uffici della Regione, ai Comuni, alle strutture ricettive e alle associazioni degli albergatori. Noi abbiamo consigliato da tempo di essere quanto più chiari possibile nella comunicazione verso le persone coinvolte, cittadini che hanno perso casa, che soffrono e che stanno affrontando un disagio importante.

Poco prima di realizzare questa intervista è stata pubblicata la legge delega per la riforma della Protezione civile. Quali saranno i temi da affrontare secondo lei?
La legge del ‘92 che ha istituito la Protezione civile è stata particolarmente democratica ed evoluta. Il servizio racchiude il meglio del Paese: mette in fila la parte scientifica, quella operativa, il volontariato, le Regioni, i Comuni, le Province. Bisogna però riattualizzarla rispetto alle esigenze di una società che nel frattempo è cambiata. Basti pensare a com’è cambiato il ruolo delle Province, quello delle Regioni, le competenze dei sindaci, le prefetture. In nove mesi bisognerà scrivere i decreti attuativi: mettere in fila tutti gli elementi, partendo dalla filiera del coordinamento, facendo un ragionamento con le strutture operative e sul volontariato che contraddistingue il nostro sistema di protezione civile e ne è l’eccellenza. Sono due gli aspetti del nostro sistema che colpiscono all’estero: il primo è come facciamo a far dialogare tra loro organismi così diversi, l’altro elemento è il volontariato. Dai gruppi comunali a quelli nazionali o a chi, come Legambiente, ha fatto una scelta specifica come volontariato di settore, orientato su un certo tipo di problematica, in questo caso sui beni culturali.

Quali saranno le tappe?
La nostra idea è quella di un processo di condivisione con tutte le strutture operative, col mondo del volontariato, le Regioni, i ministeri, la rappresentanza dei Comuni. Non si possono far piovere dall’alto le decisioni: il modello centralista forte che comanda non è un modello. Per me un modello di protezione civile parte del territorio: la parte centrale deve omogeneizzare, uniformare, dare coerenza. La protezione civile parte dal cittadino altrimenti non funziona. Per questo servirà la dialettica, altrimenti viene meno il bello della democrazia. Bisognerà arrivare a un prodotto condiviso: la Protezione civile non è di proprietà di qualcuno, ma deve essere di tutti.n

Giornalista professionista, da sempre si occupa di questioni ambientali, sociali e di genere. Dal 2003 a La Nuova Ecologia, il mensile di Legambiente, di cui è stata anche coordinatrice, oggi segue la cultura e non solo. Da sempre realizza servizi video (dalle riprese alla post-produzione) per la televisione e per il web. Tra le sue collaborazioni quella con il "Nuovo Paese Sera" e "Left- Avvenimenti". È presidente dell'associazione culturale Marmorata169 che si occupa di "racconto di città". Contatti: galgani@lanuovaecologia.it @eligalgani
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