Ecoreati, l’ok della Direzione nazionale antimafia e della Cassazione

Prima è arrivato il sostegno convinto della Direzione nazionale antimafia. Poi l’analisi attenta e rassicurante della Corte di Cassazione con la relazione del suo Ufficio del Massimario. Nei giorni scorsi sono arrivate due conferme autorevoli e importanti sulla bontà della nuova legge sugli ecoreati, la numero 68 del 22 maggio 2015, una riforma di civiltà attesa per ben 21 anni e che finalmente è entrata in vigore lo scorso venerdì.

Ecoreati

“Quella sugli ecoreati è una buona legge che ci consente di operare più incisivamente nel contrasto ai fenomeni criminali. Prima vi erano semplici contravvenzioni, deboli e inefficaci, ora invece abbiamo i delitti, il disastro ambientale e l’aggravante ambientale, tutti strumenti molto importanti”. Con queste parole il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ha salutato con favore l’approvazione dei cinque nuovi delitti ambientali nel Codice penale in un’intervista rilasciata nei giorni scorsi a Napoli a margine del convegno “Per un nuovo umanesimo. Il contributo del Sud” promosso dalla Pontificia Facoltà Teologica.

Sulla stessa falsariga il commento del sostituto procuratore nazionale antimafia Roberto Pennisi in un’intervista rilasciata al sito Linkiesta.it: “Finalmente si dispone di uno strumento di giustizia penale che mancava”, “L’aggravante ambientale è una novità rivoluzionaria”, “Gli aumenti di pena sono apprezzabili perché allungano i termini di prescrizione e consentono il ricorso a efficaci strumenti d’indagine”, “Il giudizio è positivo. Non si può pretendere la perfezione in una legge attesa da decenni e con un iter sofferto”, “L’applicabilità delle norme dipende dalla volontà di chi è tenuto a farle rispettare. Non è con le critiche che si intraprende un cammino“. Si tratta in entrambi i casi di parole inequivocabili che non hanno bisogno di particolari commenti. E che smentiscono quelle poche voci, tra magistrati e politici, che fino ad oggi hanno voluto evidenziare in modo incomprensibile solo le potenziali criticità di questa norma rivoluzionaria.

Un’attenzione particolare e qualche commento in più meritano invece le 36 pagine della relazione pubblicata lo scorso 29 maggio dall’Ufficio del Massimario della Suprema Corte sulla legge sugli ecoreati (definita “un’innovazione attesa da lungo tempo”). Si tratta di uno strumento utile per l’applicazione futura della nuova legge basato sull’analisi dettagliata della giurisprudenza di settore.
Secondo la Cassazione il nuovo delitto di inquinamento ambientale può essere contestato per reati relativi alle matrici acqua e aria, ai rifiuti o a tutto quello che peggiori l‘ambiente come ad esempio le sostanze chimiche, i materiali radioattivi o gli Ogm. Entra nel merito delle parole criticate ingiustamente da alcuni e contenute nella definizione di inquinamento ( “compromissione e deterioramento significativo e misurabile”), ricordando come si tratti di una formulazione già contenuta e testata sia nel Codice ambientale che nella Direttiva europea sul danno ambientale.

Sulle parole “porzioni estese o significative del suolo e del sottosuolo” la Corte ribadisce che sarà la giurisprudenza a sciogliere ogni dubbio, come già fatto per altre norme. E viene ricordata la formulazione “ingente quantitativo di rifiuti” contenuta nel delitto di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (art. 260 del dlgs 152/2006), al centro di polemiche nel lontano 2001, anno di approvazione della legge che lo istituì, guarda caso proprio dagli stessi giuristi che oggi criticano la legge sugli ecoreati. Polemiche poi svanite nel nulla sotto i colpi delle 220 inchieste degli ultimi 14 anni che hanno portato all’emissione di circa 1.500 ordinanze di custodia cautelare contro i trafficanti di rifiuti.
Ben 6 pagine sono dedicate all’avverbio “abusivamente” al centro di altre contestazioni. E qui viene il bello. Come abbiamo sempre detto negli ultimi mesi anche noi, “una sommaria ricognizione degli orientamenti della Cassazione in materia ambientale suggerisce una lettura della situazione abusiva non confinata all’assenza delle necessarie autorizzazioni”.

Quindi non è assolutamente vero che non si potranno contestare i nuovi ecoreati a chi ha già un’autorizzazione come l’Ilva di Taranto più volte evocata in questi mesi. Anche chi è autorizzato può condurre il suo impianto o la sua attività in modo difforme dalla legge e quindi gli si potrà contestare tranquillamente sia il nuovo delitto di inquinamento che quello di disastro ambientale.
A proposito del nuovo delitto di disastro ambientale l’aggettivo “irreversibile” non è un problema secondo la Cassazione (“la prova dell’irreversibilità non desta particolare preoccupazioni”), mentre la possibile interferenza con i processi in corso fondati sul vecchio disastro innominato viene esorcizzata grazie al fatto che “le nuove norme introducono inediti spazi di incriminazione o ampliano quelli già esistenti ed implicano un trattamento sanzionatorio sensibilmente più grave”.

In estrema sintesi la relazione della Corte di Cassazione nel descrivere puntualmente la nuova legge sugli ecoreati, ne evidenzia le importanti novità, entra nel merito delle criticità ma è rassicurante. Insomma si tratta di un altro importante riconoscimento.
Nonostante tutto c’è ancora chi vuole per forza vedere il negativo. Non ci stupisce che lo faccia Confindustria, nemica ventennale di questa legge, uscita clamorosamente sconfitta stavolta. Basta riascoltare le parole di Squinzi alla recente assemblea nazionale di Confindustria (“Anche questo governo ha avuto la manina anti-impresa. Gli ecoreati sono provvedimenti tanto assurdi che fatico a spiegarli all’estero. Si tratta di una giurisprudenza studiata scientificamente contro l’impresa”), oppure leggere quello che scrive quotidianamente il Sole24Ore o le preoccupate interviste degli industriali del nord pubblicate nelle ultime settimane sul Corriere della Sera, le bordate che scrivono il Giornale o il Foglio su questa legge per capire bene quale può essere l’impatto di questa novità normativa. Confindustria si dimostra ancora una volta nemica del cambiamento visto che gli ecoreati sono una manna per le tante aziende oneste contro la concorrenza sleale.

Quello che stupisce, e molto, invece è la campagna denigratoria messa in atto da Il Fatto Quotidiano. Proprio ieri è uscito un geniale (l’ennesimo) articolo (“La Cassazione critica la legge sugli ecoreati”) scritto da un giornalista ossessionato da questa legge (è il terzo articolo smaccatamente contrario uscito negli ultimi 15 giorni, tutti con argomentazioni per certi versi esilaranti) che riesce a ribaltare il senso della relazione. Un modo davvero singolare di fare giornalismo: non serve essere laureati in Giurisprudenza, basta conoscere l’italiano.
La cosa certa è che grazie agli ecoreati finalmente la parola ambiente entra nel codice penale (non c’era prima), si passa dalla definizione di reato contravvenzionale di gravi condotte ambientali e sanitarie a quella di vero e proprio delitto (l’inquinamento, il disastro ambientale, l’omessa bonifica, il traffico di materiale radioattivo, l’impedimento del controllo fino a ieri erano reati meno gravi del furto di una mela al supermercato). Grazie a questa legge di iniziativa parlamentare e trasversale, promossa da tre partiti diversi (Pd, M5s e Sel)  – e bombardata in Parlamento da Confindustria fino all’ultimo giorno, fortunatamente senza esito – si possono fare arresti in flagranza, intercettazioni telefoniche e ambientali, rogatorie internazionali, i tempi di prescrizione si raddoppiano, sono previste aggravanti per lesione e morte, per ecomafia, si potranno fare le confische dei beni (anche per equivalente) in caso di condanna o patteggiamento, è prevista la responsabilità delle persone giuridiche. La legge non cancella nessun reato contravvenzionale precedente e fa salvo quanto previsto dal cosiddetto delitto di “disastro innominato” (quello su cui sono stati costruiti i processi Ilva di Taranto, Enel di Porto Tolle, Tirreno Power di Vado Ligure, etc, che quindi non vengono minimamente sfiorati dalla nuova legge). Sulle bonifiche fino ad oggi chi non bonificava se la cavava con un nulla di fatto o con quel poco che prevede il dlgs 152/2006, mentre d’ora in poi chi non bonifica commette un delitto da codice penale e rischia fino a quattro anni di reclusione. Insomma è una vera rivoluzione.

Certo, per definizione non esiste una legge perfetta, o per lo meno noi non la conosciamo, ma questa è una norma che può davvero cambiare la storia dei disastri rimasti fino ad oggi impuniti. Piuttosto che sperticarsi in continue analisi grammaticali su quell’avverbio o su quell’aggettivo, tutti, a partire dai giuristi preoccupati, dovrebbero lavorare, come stiamo facendo noi, per fare in modo che l’applicazione della legge sia la più rigorosa per la tutela ambientale e sanitaria. Serve un’operazione culturale e di pressione comune su questo nuovo strumento potente, per farlo utilizzare al meglio da procure e forze dell’ordine in giro per l’Italia. Non servono altri uccelli del malaugurio, oltre a Confindustria, che su questo è inimitabile e irraggiungibile. Lasciamola friggere da sola nel suo olio bollente. E  grazie alla nuova legge sugli ecoreati.

Vicepresidente nazionale di Legambiente
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