Dentro l’economia circolare

Il 2 luglio è stata presentata la proposta di direttiva europea di revisionare della normativa sui rifiuti e sui rifiuti di imballaggio. Spreco Zero e Rifiuti Zero da visioni utopiche e radicali sono entrate nel mainstream delle politiche europee di gestione dei rifiuti.  La proposta di direttiva pone un forte obiettivo di avvio al riciclo: il 70% di raccolta differenziata avviata al riciclo entro il 2030 . Un obiettivo che vene declinato anche attraverso, a scadenze temporali più ravvicinate, più alti obiettivi di riciclo degli imballaggi (60% per le materie plastiche, 80% nell’insieme). Contemporaneamente si rafforzano le misure per limitare l’avvio dei rifiuti – trattati o non trattati – a discarica, fissando una prima soglia massima del 25% dei rifiuti a discarica entro il 2025. E, al tempo stesso – anche per tutelare in questo caso gli interessi delle economie nord-europee sature di impianti di incenerimento – si apre a più facili trasferimenti di rifiuti inter-regionali e tra stati membri per evitare il rischio di avere contemporaneamente regioni in emergenza e regioni europee con una overcapacity impiantistica.

L’Italia – e soprattutto una parte del paese – potrebbe addirittura guidare questa conversione all’economia circolare.  La riflessione che ora dobbiamo farci è con  quali strumenti.

Un primo strumento è quello di azioni forti sul fronte della prevenzione. Abbiamo qui una straordinaria opportunità: il phasing-out degli imballi non compostabili a contatti con gli alimenti. Tutta quella pletora di vaschette, film, sacchetti (e volendo anche bottiglie), difficili da riciclare, sono oggi tecnicamente e pienamente sostituibili da vari materiali assolutamente compostabili. E’ una innovazione che riduce e favorisce la riciclabilità e consente di avviare in un unico flusso compostabile tutti i residui di cucina.

Un secondo strumento è quello dell’allargamento della responsabilità estesa. La responsabilità estesa dei produttori è stata la chiave di volta del successo della migliore gestione dei rifiuti, dagli imballaggi ai rifiuti di apparecchiature elettriche d elettroniche. Bisogna insistere e migliorare, però. Su due fronti. I primo è quello di passare da consorzi di imballaggi a consorzi di materiali. I cittadini vogliono riciclare la plastica, il vetro, il metallo e non possono stare a distinguere se quel recipiente è imballaggio o da cucina. Non ha senso. Mentre ha invece senso mettere a disposizione l’infrastruttura degli imballaggi per più ampi obiettivi di recupero, facendo condividere i costi del sistema anche agli altri flussi di materia.

Nuove aree di responsabilità estese sono tecnicamente pronte e disponibili. Tre in particolare avrebbero un gran senso – anche economico – in Italia. La filiera del tessile, oggi molto artigianale e spesso ai confini della legalità, che si incrocia con la più industria tessile europea e che può essere una grande risorsa anche per tutto il terzo settore. La filiera dell’arredamento, che potenziando la raccolta degli ingombranti, metterebbe a disposizione in primo luogo del riutilizzo e poi del riciclo, una importante miniera di risorse. E infine, sperimentazione italiana, la responsabilità estesa per la filiera del riciclo dei pannolini, come formidabile strumento sia di efficienza che di riduzione

Un terzo strumento, infine, il complementare della responsabilità estesa dei produttori, è la responsabilità puntuale del consumatore.  Che significa, istituire – finalmente – un sistema di tariffazione della gestione dei rifiuti che tutti gli utenti pagano in proporzione non a metri quadri o a arbitrari “coefficienti”, ma alla quantità semplicemente misurata di sacchetti e bidoni consegnati allo svuotamento. Dove si è implementata /milioni di persone in Italia e decine di milioni su scala mondo) si è riscontrata più equità e più partecipazone a schemi di riciclo e di riduzione.

Questi sono tutti strumenti per potenziare e far decollare il riciclo, il riutilizzo, la prevenzione.

Ma, detto questo, forse è ora anche il momento di ripensare la stessa gerarchia. E’ quello che, un po’ di nascosto, ci racconta la stessa preposta di direttiva. Perché va bene la priorità della riduzione e del riciclo, ma poi – nei fatti – tra il 30 e il 50 della capacità di smaltimento bei paesi guida (la Germania, l’Olanda, i paesi scandinavi) la faceva il recupero energetico. Oggi però comincia a saltare il beneficio, il senso ambientale del recupero energetico. Perché il recupero energetico si reggeva in primo luogo sull’idea che produrre energia elettrica e termica da rifiuti fosse ambientalmente più efficiente che produrla da fonti fossili. Ecco, oggi, semplicemente, non è più così. Gli inceneritori non competono con le centrali a carbone, ma con il vento e il sole.  Il calore da inceneritore non compete più solo con il calore da olio o gas naturale, ma anche con il calore da geotermico o solare. E qui i conti cambiano. Non c’è un beneficio ambientale dell’inceneritore. E, contemporaneamente, l’incenerimento non serve neanche più a sostituire le discariche inquinanti del passato, cariche di biogas, rilasci di metano, percolati. Perché se imponiamo di stabilizzare il rifiuto, se recuperiamo ad altissimi livelli – come possiamo fare – la frazione organica e umida allora le discariche resteranno uno spreco di spazio, questo sì, ma non saranno più una “bomba ad orologeria”. Potremmo avere discariche con emissioni minimizzare, quasi azzerate (in via non solo teorica) di metano e biogas che diventerebbero anche ambientalmente competitive con l’incenerimento.

Per questo – in presenza di situazioni di over capacity regionale  (in Italia, è già un rischio di Lombardia ed Emilia) e di overcapacity nazionale (in Olanda, Germania, Svezia, Danimarca si devono importare rifiuti) –  la proposta di direttiva, sia pure implicitamente, suggerisce che la  realizzazione di nuovi impianti di incenerimento non dovrebbe costituire certo la priorità. E’ una riflessione da fare e che, in primo luogo, dovrebbe cominciare con una revisione degli incentivi alla produzione di energia elettrica. In un momento di compressione dei costi dell’incentivazione alle rinnovabili il recupero energetico da rifiuti è davvero l’anello debole e, peraltro, in molti paesi europei non ha alcun incentivo.

 

La testata è nata nel 1978 con il nome di Ecologia (diventerà La Nuova Ecologia l'anno successivo) insieme ai primi gruppi ambientalisti... Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia
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Un pensiero su “Dentro l’economia circolare”

  1. Quindi la strategia di bruciare dei rifiuti nei cementificio è sempre valida? Nel suo sito lanuovaecologia la ricerca con CSS non trova niente. Credo sarebbe importante che facete almeno un articolo su questa tema. CSS: sono definiti dal decreto CLINI combustibili solidi secondari in pratica sono rifiuti non differenziati destinati ad essere inceneriti per produrre energia elettrica – che genialata rinominare rifiuti in combustibile! In pratica la strategia CSS si oppone alla strategia di riciclo e riuso che secondo l’articolo sarebbe una strategia più valida che l’incenerimento per fare energia. Legambiente ha sempre sostenuto la strategia CSS ovvero quello di bruciare rifiuti. Sostegno che al riguardo di questo articolo sembra andare in controtendenza con la comunità europea. Se la EU cambia idea, c’è la speranza che anche legambiente pensa di cambiare la sua posizione sui CSS?

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