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L’avevamo anticipato nel numero di gennaio di Nuova Ecologia, grazie ai dati del monitoraggio effettuato dal ministero della Giustizia, pubblicati in esclusiva dal nostro mensile: quella che ha introdotto gli ecoreati nel Codice penale è una buona legge.
Legambiente si è battuta per 21 anni, dalla pubblicazione del primo Rapporto Ecomafia, affinché venisse approvata questa riforma di civiltà. Oggi i dati raccolti dal ministero della Giustizia e quelli resi noti ieri dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sui traffici illegali di rifiuti confermano la bontà di una vertenza, quella per la legalità ambientale, che dura ancora oggi anche se, fortunatamente, con strumenti molto più efficaci.
La stagione dell’impunità garantita è un triste ricordo di un passato che finirà definitivamente in archivio appena tutti gli uffici giudiziari avranno dato piena e concreta attuazione alla legge 68 del 2015.
Non è presuntuoso allora è neppure eccessivamente ottimistico affermare, come è scritto nel titolo del dossier di Legambiente allegato alla relazione della Commissione ecomafia, che “ecogiustia è fatta”. Non perché siano stati già assicurati alla giustizia i responsabili dei tanti, troppi crimini contro l’ambiente che si consumano nel nostro Paese ma perché finalmente la giustizia ha dato ha chi ha il compito istituzionale di farlo, magistratura e forze dell’ordine, gli strumenti indispensabili per perseguire i colpevoli. È anche la maniera migliore di fare prevenzione, cone ha affermato il presidente della Commissione, Alessandro Bratti. E di tutelare la nostra salute, la parte sana dell’imprenditoria, l’ambiente in cui viviamo.

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