Droni di pace

Flying drone in field - field in Germany

Ronzano come coleotteri, volteggiano come pipistrelli. Atterrano come api. Invece sono macchine create dall’uomo. Si chiamano droni e stanno rivoluzionando la maniera di lavorare in molti settori. Compreso l’ambiente. «Sono una delle più affascinanti passioni di questi ultimi anni, ciò che attrae di più è l’immagine dei robot senza pilota a bordo, sembra di entrare nel futuro, quella fantascienza che prima vedevamo solo nei film bussa alla porta delle nostre case grazie ai droni» dice Luciano Castro, presidente di Roma drone conference, fra gli eventi di punta in Italia dedicato al fenomeno. I primi droni comparvero durante la prima guerra mondiale come bersaglio per le esercitazioni e nello spionaggio, le applicazioni militari ancora oggi sono numerose. Ma la loro evoluzione più importante sta avvenendo in campo civile da almeno un decennio: a tutela della pubblica sicurezza, nella ricerca scientifica e nella produzione culturale, ben oltre gli utilizzi amatoriali che riversano su Youtube migliaia di video girati dall’alto.

Un drone della Peta è stato utilizzato per stanare i bracconieri nel Massachusetts, quello della Sony per ritrovare gli edifici dell’isola abbandonata di Hashima, in Giappone.

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Anche al cinema gli Aeromobili a pilotaggio remoto (Apr) si fanno largo, ad esempio sono stati utilizzati per le riprese in esterna del film Il capitale umano di Paolo Virzì. «Questo è un momento cruciale per i droni – dice Chris Anderson, ex direttore di Wired e ora leader della 3D Robotics, start-up divenuta in fretta una delle poche aziende di riferimento nell’industria dei droni – È già successo con i computer o con internet e sappiamo quanto è stato decisivo. Sta accadendo ora con questi robot volanti finalmente accessibili alla gente comune».

Ma in che modo i droni possono diventare strategici anche per la salvaguardia dell’ambiente? Tanto per cominciare nell’ambito nel monitoraggio ambientale questi velivoli sono ormai indispensabili nella salvaguardia della legalità, per scoprire discariche abusive e per vigilare su quelle autorizzate che richiedono un monitoraggio costante nel rispetto del piano di sorveglianza. Il monitoraggio si deve effettuare sulle acque sotterranee, sul percolato prodotto dai rifiuti in fase di deterioramento, sull’emissione di gas dalla discarica e sulla qualità dell’aria attraverso prelevamenti e analisi secondo parametri prestabiliti. Ma anche il monitoraggio dell’inquinamento atmosferico può contare sui droni: grazie ad un gas detector montato sull’Apr si possono valutare le concentrazioni gassose e i diversi inquinanti sia nei centri urbani che nei complessi industriali. E ancora, il telerilevamento: si tratta di una tecnica pensata per raccogliere dati qualitativi e quantitativi su un determinato territorio, sulla base dell’analisi della radiazione elettromagnetica emessa o riflessa. Possono fornire dati utili sulla dispersione termica degli edifici e persino sulla manutenzione dei tralicci elettrici per ridurre al minimo la dispersione.

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Un discorso a parte riguarda l’agricoltura. Una delle applicazioni degli Apr più promettenti, che sta prendendo piede proprio in questi mesi, riguarda le coltivazioni che devono confrontarsi sempre più spesso con l’impatto dei cambiamenti climatici e del global warming sull’ambiente di crescita e quindi sulla fisiologia delle piante. «Se c’è un settore nel quale i droni stanno passando da una fase di sviluppo a quella applicativa, è l’agricoltura di precisione» riprende Luciano Castro. L’uso di questi velivoli nel settore agricolo aggiunge valore e qualità al lavoro degli agricoltori perché consente di monitorare facilmente il raccolto e intervenire quando e dove è necessario grazie alla grande quantità e tipologia di sensori che possono essere caricati a bordo, come videocamere, rilevatori multispettrali, Gps, magnetometri. Gli Apr possono essere programmati per eseguire voli e rilievi in completa autonomia, senza il supporto di un pilota a terra. Sono molto più economici delle immagini satellitari e hanno la possibilità di effettuare rilievi ad alta risoluzione, comportano un minor impatto ambientale rispetto a piccoli aeroplani, non calpestano e non danneggiano le colture in caso di necessità di volare in bassa quota. E possono dosare esattamente quello che serve per il campo attraverso l’attività di irrorazione e spraying anche nella lotta biologica.

In particolare i droni sono molto utili per calcolare la temperatura superficiale del suolo, valutare lo stress idrico e la concentrazione di azoto, per analizzare la fotosintesi della pianta, da cui si può comprendere l’insorgenza di malattie come quelle fungine, prima che siano visibili i sintomi foliari. Inoltre, grazie alla telecamera termica, diventa facile acquisire dati cartografici e creare mappe tridimensionali del territorio. Il primo “drone contadino” ideato in Italia, presentato alla Roma drone conference del gennaio scorso, si chiama Agrodron ed è stato realizzato in collaborazione da due società italiane, Italdron e Adron Technology. Il nuovo quadricottero da 5,5 kg è capace di trattare da una singola pianta fino a 10 ettari di terreno l’ora, svolgendo attività di monitoraggio e spargimento di fitofarmaci nei campi.

La sua utilità sta soprattutto nella lotta biologica alla piralide, il lepidottero killer che lo scorso anno ha distrutto il 30% delle coltivazioni, Agrodron infatti può scaricare con assoluta precisione una pallina di cellulosa contenente femmine di insetti utili, come il trichogramma brassicae, in diversi stadi di maturazione, dalle capsule usciranno poi adulti in diverse ondate successive. Con questo tipo di interventi si può ridurre al massimo l’uso dei pesticidi, lavorando a impatto zero sull’entomofauna utile selvatica, garantendo così colture sane.

E se qualcuno volesse cominciare? «Per prima cosa bisogna distinguere i droni ad uso professionale, i cosiddetti Apr, dai “dronimodelli” – spiega ancora Luciano Castro – Per i primi serve un patentino (alla luce dell’articolo 23 del regolamento Enac, ndr), il pilota deve essere maggiorenne e sottoscrivere un’assicurazione per il mezzo. Per guidare un “drone giocattolo” invece non c’è bisogno di corsi, basta volare in un ambiente sicuro dove non ci siano persone, lontano dai cavi dell’energia elettrica, da stazioni e aeroporti, tenendosi a bassa quota. L’ideale sarebbe volare con i “dronimodelli” nei campi di volo predisposti». In commercio le tipologie non mancano, dai 50 euro del minuscolo “Skeye”, il quadricottero più piccolo al mondo, fra i più indicati per fare pratica, ai modelli più evoluti (fra questi, secondo gli esperti, un buon compromesso fra prezzo e qualità sta nel “Dji Phantom”, un quadricottero al quale si possono applicare Gps e telecamera, intorno ai 600 euro senza accessori). Sul sito dell’Enac (www.enac.gov.it) si trovano tutte le scuole autorizzate. 

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