Diario dal Civil20, verso il G20

Hamburg_Rathaus

Ad Amburgo si è chiusa la decima edizione di Civil20 (18-19 giugno), il summit dell’economia civile che da qualche anno si affianca al G20, ovvero l’incontro delle grandi economie mondiali che contano per circa il 62% del Pil mondiale. Se i temi del G20 sono di carattere economico e geopolitico, il C20 ambisce a cambiarne l’agenda per inserire nel dibattito i temi dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori, della trasparenza delle istituzioni e dei processi finanziari.

La lodevole iniziativa ha però delle armi spuntate: i circa 300 delegati da tutto il mondo convenuti nella città anseatica hanno ben chiaro che un summit convocato a sole tre settimane dal G20 ha ben poche chance di poter influire sulle discussioni e sulle dichiarazioni finali. È pur vero, come ha dichiarato Angela Merkel intervenendo nel secondo ed ultimo giorno del G20, che una delegazione delle ong ha potuto incontrare gli sherpa della diplomazia che stanno mettendo a punto le dichiarazioni finali del G20 ma la speranza che grandi cambiamenti siano possibili grazie alla pressione di queste ong non è nel cuore di nessuno. C’è la certezza, però, che il C20 è oggi una buona occasione per scambiare idee e buone pratiche da portare a casa per fare lobby sul proprio governo e la consapevolezza di una struttura che si sta organizzando per poter incidere sul futuro.

Tra gli argomenti trattati dal summit, oltre ai più consueti e necessari seminari su diritti umani e disuguaglianze di genere, spiccano due temi particolarmente rilevanti per l’Europa: l’iniziativa cinese “belt and road”, ovvero la nuova via della seta, e il tema della digitalizzazione dell’economia mondiale. La belt and road initiative in particolare, ha suscitato un notevole interesse per la rilevanza che ha per la città tedesca: Amburgo è il principale e – ad oggi – più avanzato polo di destinazione di questo enorme piano infrastrutturale che si propone di sviluppare una rete di ferrovie ad alta capacità che da Pechino e Shanghai raggiungeranno i mercati europei, accorciando così in maniera drastica i tempi di consegna delle merci cinesi ad un costo molto inferiore a quello dell’aereo. Nelle intenzioni cinesi, però, questa operazione è soprattutto una mossa geopolitica per aprire un rapporto privilegiato con l’Europa e tutti i paesi dell’Eurasia attraversati, in chiave antiamericana. La ferrovia – già oggi operativa lungo i lenti binari dell’ex impero sovietico – è destinata nelle intenzioni di Xi Jin Ping a svolgere la funzione che due secoli fa svolsero i binari che attraversarono l’America da Est a Ovest: portare sviluppo, creare nuove città, nuove opportunità commerciali, nuove relazioni e scambio di idee e mentalità. Al C20 ci si domanda se possa essere, come molti credono, anche occasione di promozione di buone pratiche ambientali e di miglioramento delle condizioni di lavoro e della libertà di espressione di centinaia di milioni di cinesi.

Gli stessi lavoratori cinesi che, assieme a centinaia di milioni di lavoratori nei paesi di via sviluppo, hanno trovato un improvviso palcoscenico mondiale grazie alla globalizzazione dei servizi e della produzione portata da internet. Sempre di più, oggi, la gig economy (ovvero l’economia dei lavoretti) cambia la quotidianità di aziende e cittadini in Europa: serve un sito internet? Nessun problema: nelle Filippine è pronto un web developer che per 200 euro ti sviluppa il sito chiavi in mano. C’è urgenza di una traduzione dal singalese allo svedese? Niente paura, in rete ci sono siti di borsa lavoro dove centinaia di traduttori da tutto il mondo competeranno al ribasso per aggiudicarsi la commessa, lavorando a meno di un euro l’ora. Ed è appena il caso di ricordare che, se invece di servizi quello di cui abbiamo bisogno sono prodotti, i giganti delle vendite online asiatiche sono pronti allo sconto, consegna gratuita inclusa.

Al C20 risposte a queste grandi sfide non ne sono venute, ma la discussione da parte di ong e sindacati è stata intensa su quali e quanti scompensi questa nuova economia può portare ad ambiente, posti di lavoro, relazioni sociali, trasporti. Mentre questi temi stimolano il dibattito in uno dei pochi giorni di vera calura estiva, fuori, nelle grige acque del porto antistante il summit, gli attivisti di Greenpeace mettono in scena una protesta vivace e molto visibile sull’esigenza di uscire dal carbone e di mettere il clima al centro delle discussioni economiche del G20.

A fine summit si tirano le somme di una discussione nobilitata dalla presenza della cancelliera tedesca, spiritosa e arguta quanto basta per conquistare una platea difficile, ma che torna a casa con un sapore agrodolce. Consapevoli di avere molta strada da fare prima di poter dettare la linea ai grandi del mondo, felici di aver stretto relazioni, aperto i propri orizzonti, seminato per un futuro diverso e possibile. All’aeroporto, tra i wurstel vegani e le birre artigianali, erano più i sorrisi che le facce cupe. L’appuntamento è per Parigi nel 2018, più consapevoli, più determinati

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