Diagnosi urbane

spegniilrumore2Le città italiane soffocano nei gas e nel particolato. L’emergenza di fine dicembre è scomparsa soltanto dai titoli dei giornali, perché i dati che sfornano le centraline su polveri sottili, ossido di azoto e ozono rimangono gli stessi, un anno dopo l’altro. Il 58% dei nostri centri urbani, per rendere l’idea, è malato di smog e la patologia per larga parte di questi è ormai cronica: i limiti europei del Pm10 (vedi la scheda a pag. 31) sono stati sforati sistematicamente fra il 2009 e il 2015 nel 40% dei casi e per sei anni su sette nel 18%. E tutto fa pensare che mentre leggerete questo servizio le rilevazioni, consultabili da chiunque sui siti delle Agenzie regionali per l’ambiente (Arpa), stiano confermando che l’assedio ai nostri polmoni continua, anche se alleggerito dalle mutate condizioni meteorologiche rispetto a poche settimane fa. «Purtroppo – commenta Alberto Fiorillo, responsabile aree urbane di Legambiente – l’Italia non è stata capace di salvaguardare la salute pubblica e proporre una migliore qualità della vita nelle nostre città. Questo anche dove abbiamo affinato la capacità di misurare quanto accade sul territorio».

CACCIA AL DATO
Almeno una consolazione c’è. L’allarme scatta perché l’infrastruttura del rilevamento atmosferico è robusta, con 284 centraline urbane nei 96 comuni capoluogo monitorati. Ma è sfruttata al meglio? «I dati ci sono, anzi nel tempo sono cresciuti enormemente anche grazie ai progressi tecnologici – dice Alessandra Ferrara, ricercatrice, responsabile unità Ambiente urbano e paesaggio dell’Istat – Quello che manca è l’organizzazione dei processi produttivi, interpretativi e decisionali. La sovrabbondanza non coincide necessariamente con la disponibilità della misura necessaria». Come dire, l’analisi si fa ma la diagnosi non è garantita, figuriamoci la cura. In più il posizionamento delle centraline all’interno dei centri urbani potrebbe non essere ottimale: «È certamente coerente con quanto prescrivono le direttive europee – commenta Anna Donati, del gruppo mobilità sostenibile di Kyoto Club – Ma è antiquato rispetto alle effettive dinamiche territoriali. Il posizionamento non è stato aggiornato ai flussi di traffico che sono sempre più di area metropolitana. Su questo credo che dovrebbero intervenire le 15 città metropolitane individuate nel nostro paese».

RUMORE AL BUIO
Su fronti diversi dall’inquinamento atmosferico i problemi sono anche altri. Perché le nostre città non soffrono soltanto di smog. Sull’inquinamento acustico l’Italia è inadempiente. La direttiva europea di riferimento, la 2002/49/CE, prevede la creazione di “mappe acustiche” con le informazioni sull’esposizione al rumore e il riesame di queste e dei piani d’azione degli Stati, redatti almeno ogni cinque anni. Ma l’Ue ha aperto nel 2013 una procedura d’infrazione per inadempienza riguardante proprio la scarsità dei dati forniti sulla mappatura del territorio, dei piani d’azione per ridurre l’inquinamento da rumore e l’inadeguatezza della comunicazione ai cittadini. Nelle 85 città considerate nel rapporto Ambiente urbano 2015 dell’Ispra, nel 2014 sono stati effettuati 1.332 controlli del rumore, contro i 1.602 del 2013, con un calo in un solo anno del 17%. Inoltre la quasi totalità dei controlli è avvenuta a seguito di un esposto o di una segnalazione dei cittadini (94%). A peggiorare il quadro c’è la cronica divisione in due della Penisola: le attività sono concentrate prevalentemente al Nord, col 47% dei controlli, mentre il calo delle misurazioni è soprattutto al Sud, con un meno 22%. Eppure l’Italia risulta fra i paesi più “fracassoni” al mondo, in buona compagnia, tanto che secondo il rapporto Noise in Europe 2014 dell’Agenzia europea per l’ambiente, quasi il 20% della popolazione Ue (oltre 125 milioni di persone) è sottoposto a livelli d’inquinamento acustico considerati inaccettabili, per lo più derivanti dal traffico. I dati relativi all’Italia, per quasi tutti gli indicatori (a sola esclusione per le “aree di quiete”), risultano “not provided”.

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RISORSE SQUILIBRATE

Ma i problemi del monitoraggio vanno ancora oltre. Il sistema di protezione ambientale viaggia a due velocità, con diverse dotazioni di risorse e tecnologie fra Nord e Sud. «Il paese è diviso in due o tre pezzi dal punto di vista dei controlli – spiega Luca Marchesi, presidente di Assoarpa, l’associazione che promuove l’integrazione e lo sviluppo fra le agenzie – Le Arpa del Centronord sono più strutturate sia in termini di personale che di risorse. Ad esempio, l’agenzia del Friuli-Venezia Giulia dispone di 350 persone, mentre quella della Puglia soltanto di 100. Eppure il Friuli-Venezia Giulia ha solo 100 km di costa da controllare, mentre la Puglia più di 800. Ragionamento analogo si può fare per la dotazione tecnologica. Ma il diritto all’ambiente è uguale da Vipiteno a Lampedusa, quindi tutti i cittadini hanno diritto ai controlli ambientali». Per mettere ordine al sistema dei controlli ci sarebbe un disegno di legge, se solo venisse approvato. È fermo in Senato da quasi due anni, infatti, il ddl 1458 – “Istituzione del Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente e disciplina dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale” – che accorpa tre disegni di legge (primi firmatari Realacci, Bratti e De Rosa) con lo scopo di risolvere i problemi delle Arpa, rendendo i controlli più omogenei sul territorio nazionale. Già, perché al momento le agenzie non si occupano tutte degli stessi argomenti: la legge 61 del 1994 non fissava paletti chiari, dando alle Regioni il compito di affidare le funzioni alle agenzie, con risultati diversi. Le conseguenze si vedono: «Sulla qualità delle acque superficiali la rete è buona ma a macchia di leopardo – esplicita Marchesi – Si potrebbe fare di più sulle falde sotterranee per cercare i nuovi inquinanti, diserbanti e sostanze industriali. Ma la matrice che probabilmente è la meno conosciuta è il suolo, anche se le Arpa stanno potenziando le loro attività anche in questo settore».

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LIVELLI ESSENZIALI
Ma la novità più importante del disegno di legge, al fine di rendere i controlli ambientali uguali dal Piemonte alla Sicilia, sono i Lepta, vale a dire i “livelli essenziali di prestazione tecnica ambientale”. «Si stabilisce il principio che per ognuna delle funzioni ci sia un livello essenziale da garantire – riprende Luca Marchesi – Avremo che nel caso delle Aia, le Autorizzazioni integrate ambientali che l’Ue richiede alle attività produttive, avremo un atto autorizzativo e controlli standard, una tempistica dei monitoraggi uguali per tutti. Oggi l’attività è regolata ma con criteri non condivisi fra tutte le Regioni, sono diversi e per armonizzarli fra loro c’è ancora molta strada da fare». A indebolire ulteriormente il sistema delle Arpa c’è il fatto che ben quattro di queste non hanno al momento un direttore ma sono commissariate, si tratta di Veneto, Calabria, Campania e Molise. «Le motivazioni sono anche ragionevoli – conclude Marchesi – ma se un quinto di queste è commissariato la gestione nell’insieme diventa un problema». Come un problema, neanche a dirlo, sono la contrazione delle persone a disposizione e le risorse: nel 2009 il sistema costava 10,41 euro a cittadino, nel 2012 si è scesi a 9,30 euro, con una riduzione del 10%.

Giornalista ambientale, per La Nuova Ecologia cura le sezioni inchiesta e storie. Per il canale video LanuovaecologiaTV realizza dirette streaming, video interviste e il montaggio di video servizi. Contatti: loiacono@lanuovaecologia.it @francloia
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