Depurare è meglio

La Giornata mondiale dell’acqua arriva alla XXV edizione. E sull’Italia fioccano multe e procedure d’infrazione. Tra ritardi, sprechi e buone pratiche
ICONA_video VIDEO: Pordenone: verso la depurazione delle acque?

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Quando negli anni ‘80 il suo cane rimase letteralmente sommerso nelle acque di scarico mentre correva sulla spiaggia di Rimini, il veterinario Sergio Giordano, assieme a un gruppo di cittadini, iniziò una battaglia per chiedere un sistema fognario e di depurazione adeguati alla città. Fondò un’associazione che, dicono scherzosamente, già dal nome affronta il problema di petto: “Basta merda in mare”. Solo oggi, a trent’anni di distanza, si è deciso di risolvere davvero il problema: gli undici scarichi in spiaggia saranno chiusi entro il 2020, grazie al più grande piano di risanamento idrico in corso nel nostro paese, messo a punto dal Comune e dal gruppo Hera con 154 milioni di investimenti.

Non sono molte, purtroppo, le buone notizie che si possono raccontare alla vigilia della “Giornata mondiale dell’acqua”, che si celebra il 22 di questo mese (vedi box a fianco). Arrivata alla XXV edizione, avrà come tema i wastewater, le acque di scarico. Come quelle che sono ancora impresse nella memoria di Sergio Giordano.
«Se non piove, da noi il mare è perfetto – racconta Giulio Kerschbaumer di Legambiente Emilia Romagna – ma appena c’è qualche goccia in più, le reti miste, che raccolgono tutte le acque reflue, quelle fognarie assieme a quelle piovane, vanno in sovraccarico e non possono essere depurate. Così finiscono direttamente in mare e spuntano i divieti di balneazione». Per evitare che accada, è in corso la separazione della rete, con la posa di condotte per le sole acque nere nella zona nord della città. È stato poi raddoppiato il depuratore di Santa Giustina e realizzata una vasca di laminazione.
«Quello di Rimini è un caso emblematico e paradossale delle gravi carenze nel settore della depurazione delle acque reflue in Italia – afferma Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – Una cittadina simbolo del turismo balneare che affronta il problema degli scarichi a mare, la sua principale risorsa, con enorme ritardo». Un ritardo che si estende a tutta la penisola, a macchia di leopardo, e che ci è già costato tre procedure di infrazione, due sentenze di condanna da parte della Corte di giustizia europea e una multa di 62,69 milioni di euro comminata dalla Commissione Ue. La decisione finale spetta alla Corte di giustizia, che potrebbe stabilire un’ulteriore sanzione di 347.000 euro per ogni giorno di ritardo. Si arriverebbe così a dover pagare oltre 185 milioni di euro solo nel primo anno, oltre ovviamente al costo degli interventi. A oggi sono ben settantasette gli agglomerati urbani ancora non conformi, distribuiti in Abruzzo, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Puglia e Sicilia, regione dove si concentra il 63% delle infrazioni. Altri 27 centri urbani non sono ancora a norma rispetto alla seconda condanna della Corte, risalente al 2014, per cui potrebbero arrivare altre sanzioni relative a Lazio, Lombardia, Marche, Sardegna, Valle d’Aosta, Veneto, Piemonte e, ancora, Abruzzo, Friuli Venezia Giulia e Sicilia. Come se non bastasse, è stata aperta anche una terza procedura di infrazione.
Quella italiana, per l’Ue, è “una situazione estremamente preoccupante di non conformità generalizzata e persistente con la direttiva”, che risale addirittura al 1991. Da anni, tutti gli agglomerati urbani superiori ai duemila abitanti avrebbero dovuto essere provvisti di rete fognaria e di impianti di depurazione per un trattamento adeguato delle acque reflue. Invece ancora oggi il 25% della popolazione non è servita da impianti, secondo i dati raccolti da Legambiente con Goletta Verde lo scorso anno. Su 265 campioni di acqua analizzati, il 52% è risultato con cariche batteriche elevate, specialmente in prossimità di foci, fossi e canali, per mancanza di depurazione o scarichi illegali. «Sono dati che non sorprendono. Il problema interessa gran parte del territorio nazionale, comprese le regioni che vivono di turismo, come la Calabria – commenta Zampetti – qui da anni denunciamo una situazione gravissima, che danneggia ambiente ed economia, con i bagnanti che arrivano a ribellarsi e ad abbandonare le spiagge».
Per Legambiente Calabria, la prima grande opera pubblica in questa regione dovrebbe essere proprio l’uscita dall’emergenza depurativa. Secondo l’Istat, appena il 51,5% degli scarichi sono trattati in modo adeguato. Risale al 2012 lo stanziamento di circa 244 milioni di euro, di cui 140 destinati a dieci opere i cui lavori non partono a causa della mancanza di progetti concreti, come ammette lo stesso ministero dell’Ambiente. Sono invece stati sbloccati 104 milioni per otto interventi. Alcuni impianti tra quelli esistenti sono sottoutilizzati e su circa 500 depuratori censiti non arriva al 10% il numero di quelli di cui vengono trasmessi i dati sulla quantità delle acque trattate e dei fanghi prodotti.
La mancanza di comunicazione è direttamente collegata al cattivo funzionamento degli impianti, come dimostrano i casi elencati nell’ultimo “Dossier depurazione” di Legambiente Calabria. Una carrellata impressionante. Ad aprile del 2016 compaiono scie di liquami tra Cetraro e Amantea, sulla costa tirrenica. Dagli impianti non erano mai giunti dati sulla potenzialità, sull’acqua trattata o sui fanghi prodotti. A giugno emerge una situazione allarmante anche a Belvedere Marittino, sul Tirreno, mentre a Brancaleone, sullo Ionio, ci sono quindici indagati per il depuratore “fantasma”, dal quale non arrivavano dati da sei anni. Pensare che proprio in questa cittadina in provincia di Reggio Calabria ha sede un Centro di recupero per le tartarughe marine e che su queste spiagge si concentra l’80% dei nidi presenti in Italia. L’impianto di depurazione, collaudato ufficialmente, non è mai entrato in funzione e si trova oggi in uno stato di totale abbandono, con uno spreco pari a 3,5 milioni di euro.
Illegalità e maladepurazione vanno a braccetto, come dimostrano i dati relativi al primo anno di applicazione della legge sugli ecoreati, non solo in Calabria ma anche in Campania, Sicilia, Puglia. In Abruzzo, a Chieti Scalo, nell’ottobre 2016 sono state messe agli arresti domiciliari quattro persone e posti i sigilli sull’impianto di depurazione. Gli indagati sono responsabili del mancato o non corretto trattamento delle acque reflue, sversate nel fiume Pescara. Sono state inoltre accertate problematiche strutturali e di mancata manutenzione degli impianti, con falle attraverso cui reflui e fanghi finivano nel sottosuolo.
Segnali di un’inversione di tendenza arrivano dalla Puglia. «Dai monitoraggi di Goletta Verde – dice Francesco Tarantini, presidente regionale di Legambiente – nella nostra regione la qualità delle acque di balneazione è migliorata nell’ultimo anno. Migliora anche la depurazione, perché diminuiscono gli impianti che scaricano in falda e scende il numero dei comuni sottoposti a procedura d’infrazione. Il 20% dei depuratori non è ancora conforme, ma c’è un chiaro impegno della Regione verso un pieno adeguamento, con il riciclo delle acque depurate in agricoltura». Il modello è quello dell’impianto di fitodepurazione di Melendugno (Le), dove Legambiente organizza visite guidate per le scuole.
I ritardi dell’Italia, secondo Francesco Fatone, docente al Politecnico delle Marche, potrebbero essere trasformati in opportunità per riqualificare o costruire ex novo impianti di depurazione, facendoli diventare luoghi di produzione. In una nuova economia circolare, le acque reflue e la materia organica possono essere riutilizzati in una catena di valore. Gli esempi non mancano. Il gruppo Cap, che gestisce il servizio idrico integrato nella città metropolitana di Milano, ha realizzato il primo distributore di metano per le auto prodotto dai reflui fognari nel depuratore Bresso-Niguarda, che entrerà in attività non appena le leggi consentiranno di immettere in rete questo biometano, come già accade in altri paesi europei. «Ancora più innovativo è il progetto Smart-Plant, che stiamo portando avanti a Carbonera, in provincia di Treviso, che permetterà di recuperare dal trattamento dei reflui cellulosa e biopolimeri per l’industria – continua – per innescare un’economia di scala, mettendo in relazione attori che solitamente non dialogano, come il settore della depurazione e quello industriale».
Un invito a fare meglio arriva proprio dalle “bacchettate” dell’Ue. «Oggi si corre ai ripari di fronte all’arrivo delle sanzioni – conclude Zampetti – finora la questione della depurazione è sempre stata l’ultima delle priorità». Basta pensare, tra i tanti esempi possibili, a Pordenone. Nel 2016 era undicesima nella classifica “Ecosistema urbano” di Legambiente proprio per il trattamento delle acque reflue. In base ai dati Istat è tra le cinque città capoluogo che non raggiungono l’80% di abitanti allacciati alla rete fognaria, con Caltanissetta, Lucca, Venezia e Catania. Intervenire in questo settore comporta grandi investimenti e opere, come il sistema fognario, non visibili. La depurazione resta così un problema lontano anche nella percezione dei  cittadini. Ben vengano, allora, le multe.

Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.
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