Deepwater Horizon, il disastro continua

Deepwather Horizon
Deepwather Horizon

Carl SafinaIl 20 aprile saranno passati sei anni esatti: era il 2010 quando nel Golfo del Messico un’esplosione provocò l’incendio e poi l’affondamento della Deepwater Horizon, piattaforma di perforazione petrolifera della Transocean affittata dalla British Petroleum. Una catastrofe del greggio imponente, con 11 morti e un’immensa quantità di petrolio fuoriuscito che ha causato il più grave disastro ambientale della storia americana. La marea nera ha devastato flora e fauna marina, le operazioni di soccorso e bonifica hanno incredibilmente peggiorato la situazione. E proprio pochi giorni fa la Corte federale degli Stati Uniti ha confermato il risarcimento di 20 miliardi di dollari a carico della Bp mettendo fine ad una lunga disputa giudiziaria. Rimosso troppo velocemente dalla memoria collettiva, almeno nel nostro paese, l’anniversario del disastro ricorre a pochi giorni dal referendum che si tiene in Italia sulle trivellazioni del 17 aprile. L’occasione giusta per verificare insieme a Carl Safina, giornalista statunitense e fondatore del Blue Ocean Institut, nonché autore di “Un mare in fiamme. Il più grande disastro ecologico di tutti i tempi” (Edizioni Ambiente), di spiegarci cosa ha significato l’esplosione della piattaforma e quali sono i rischi legati alle trivellazioni.

Professor Safina, a sei anni dal disastro della Deepwater Horizon quali sono e saranno le conseguenze su ambiente, salute umana ed economia?
C’è ancora tanto che non si conosce: molte ricerche non sono state ancora pubblicate a causa dell’intenso iter legale, perché il governo cercava prove. Molte aree naturali in gran parte sono recuperate, ma alcune di quelle più colpite hanno ancora petrolio nei fondali marini, molti pesci e uccelli sembrano essere fuori pericolo, e la moria di delfini sembra finita. Ci vorranno anni prima che si sappia di più sulle tartarughe perché quelle morte erano in gran parte giovani e quindi non si sa ancora se le nidificazioni diminuiranno rispetto a prima del versamento. Anche parte dell’economia che viene dal turismo, dalla pesca e dal settore immobiliare sembra essere in via di recupero. Ma molte cose ancora non si sanno.

Questa tragedia poteva essere evitata? Com’è stata possibile l’esplosione e che responsabilità hanno le compagnie petrolifere e il governo?
L’esplosione c’è stata perché le compagnie andavano di fretta per risparmiare soldi. Questo ha portato a una serie di pessime decisioni e a un disastroso errore di giudizio: quello di procedere anche dopo aver avuto indicazione che c’era un problema con la pressione nel pozzo. Si sarebbe potuto evitare tutto. Le compagnie sono sicuramente responsabili, com’è stato appurato in sede legale. Il governo americano non ha controllato come avrebbe potuto, ma sono le compagnie che manovravano le trivelle e il pozzo: una compagnia ha messo fretta alle altre, una ha fatto un cattivo cemento che si è rotto nel pozzo e un’altra ancora è andata avanti dopo che il problema era stato rilevato.

I tentativi di arginare il disastro sono stati sufficienti? E soprattutto, dopo un disastro del genere esistono metodi concreti per bloccare il danno?
I tentativi di fare qualcosa subito dopo il versamento sono stati oltremodo inefficaci, per questo ci sono voluti mesi. Se è possibile fare meglio la prossima volta? Forse, ma solo se le compagnie sono molto preparate a intervenire. Avrebbero dovuto esserlo e non lo erano.

Il governo italiano, nonostante le promesse e gli impegni presi dopo la conferenza di Parigi, vuole continuare a consentire l’estrazione di gas e petrolio entro le 12 miglia dalle coste italiane, senza limiti di tempo. Un referendum popolare deciderà le sorti del nostro mare. Secondo lei quanto rischia un mare chiuso come il Mar Mediterraneo?
Gli incidenti succedono. Non possiamo prevederli, ma sappiamo che ci saranno. Se un versamento o un’esplosione avvengono in un’area circoscritta, piccola, di sicuro il danno è maggiore.

Qual è la lezione importante che possiamo imparare dal disastro della Deepwater Horizon?
Che i costi del petrolio non sono nel prezzo. Paghiamo tutti i costi dell’aria sporca, del riscaldamento atmosferico, dell’acidificazione degli oceani, degli incidenti. Dovremmo darci da fare e sbrigarci per usare energia pulita, ed eliminare i carburanti con i loro problemi e costi.

I sostenitori delle trivellazioni in Italia continuano a minimizzare i rischi e a insistere sul presunto vantaggio economico, nonostante sia stato calcolato che se le riserve marine di petrolio venissero usate per l’intero fabbisogno nazionale, durerebbero meno di due mesi. In più, proprio in questi giorni il governo è scosso da uno scandalo che ha rivelato il legame tra politica, istituzioni e società petrolifere. Sembra che le istituzioni non vogliano abbandonare un sistema economico che si è rivelato fallimentare, e non solo per l’ambiente. Secondo lei c’è la possibilità di cambiare rotta? E se sì, come?
Mi chiedo soprattutto se il mondo possa sopravvivere con i problemi globali creati dai combustibili fossili. Di sicuro il petrolio crea non solo corruzione ma guerra e finanzia il terrorismo. Parte della corruzione viene dal fatto che i lobbisti prendono sussidi per le compagnie più produttive, mentre l’energia pulita deve elemosinare. I sussidi ai fossili dovrebbero essere tagliati subito. L’energia pulita dovrebbe sostituirli. Non da un giorno all’altro, ma il più velocemente possibile.

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