Decreto al vento

eolico

L’obiettivo, entro la fine della legislatura, “è arrivare al 50% di energie rinnovabili sul totale dell’energia elettrica”. La promessa di Matteo Renzi, dal momento che “è finito il tempo degli incentivi”, assume i contorni dell’azzardo. Soprattutto in un quadro, quello delle energie pulite in Italia, abbastanza desolante. Negli ultimi due anni, infatti, vi è stato un brusco rallentamento delle installazioni e il settore ha ricevuto penalizzazioni che Assorinnovabili, l’associazione dei produttori di energia pulita, imputa a “modifiche fiscali, normative e regolatorie che hanno comportato una caduta drastica dei rendimenti”.

Eccezione termica

Forse è per questo che il presidente del Consiglio si è rimangiato parte delle dichiarazioni, varando la strategia “#energia9” e il decreto con i nuovi incentivi per le rinnovabili elettriche non fotovoltaiche. Un documento rimasto nei cassetti del ministero dello Sviluppo economico per un anno e mezzo, approvato lo scorso 23 giugno. Il decreto, tuttavia, non ha provocato grida di giubilo nei produttori: questi denunciano che “l’entità degli incentivi è drasticamente ridotta (fino al 40% in meno al mini eolico, fino al 18% in meno per il mini idroelettrico e fino al 17% per i piccoli impianti a biomasse e biogas), impedendo di fatto nuove installazioni e bloccando lo sviluppo di un settore”. Senza contare, come ha denunciato Legambiente, che sebbene la misura riguardi le rinnovabili, ci sono 10 milioni anche per gli inceneritori.

Sensazioni più positive ha sollevato invece l’arrivo del Conto termico 2.0, il sistema di sussidi riservato alle rinnovabili termiche e all’efficienza energetica. Attivo dal 31 maggio, riduce il labirinto burocratico che aveva caratterizzato la prima versione. Gli effetti della semplificazione si stanno già avvertendo, secondo i dati del Gestore dei servizi energetici (Gse). Al primo giugno 2016, il contatore dell’ente segnava ben 20.301 richieste, 1.271 in più rispetto al mese precedente. La cifra totale complessivamente impegnata arriva così a superare quota  74 milioni di euro.

Restano grandi perplessità, per contro, sulla riforma delle tariffe elettriche, potenzialmente in grado di azzoppare il comparto dell’autoconsumo e dell’efficienza. A partire dallo scorso primo gennaio, seguendo un processo graduale di tre anni, la riforma della bolletta andrà a colpire 30 milioni di utenti domestici. Insieme alle disposizioni dell’ultimo decreto milleproroghe, questa trasformazione è l’ultimo chiodo nella bara per il principio “meno consumi, meno paghi”. Le tariffe elettriche, per i prossimi tre anni, aumenteranno per chi consuma meno, mentre le utenze più energivore ne avranno un beneficio. La riforma scritta dall’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico (Aeegsi) incoraggia il consumo di elettricità prelevata dalla rete, che è ancora prevalentemente prodotta da fonti non rinnovabili, disincentivando ogni forma di risparmio e quindi gli interventi di efficienza.

A passo di lumaca

Resta un grande punto interrogativo sulla strategia da 9 miliardi in vent’anni, battezzata “#energia9” con un dichiarato plagio a Piero Gobetti. Basteranno a raggiungere il 50% entro il 2018? L’ultimo rapporto del Gse, pubblicato a marzo, traccia il quadro nazionale del settore nel 2015, e non sembra incoraggiante. Le stime del gestore ipotizzano un incremento della potenza installata rispetto all’anno precedente poco sotto i 1.000 MW (+2% circa, da 50.600 a 51.500). L’aumento sarebbe trainato principalmente da impianti eolici (+5%) e fotovoltaici (+2%), ma il ritmo è piuttosto blando. Niente a che vedere col periodo 2010-2012, quando il settore spiccò due balzi significativi: +11% nel 2010-2011 e +6,5% nel 2011-2012. Dal 2013 in poi la volata si è trasformata in un pigro trotterellare, anche a causa dell’incertezza normativa che ha scoraggiato gli investimenti.

Sul fronte della produzione, la situazione non è migliore. Circa due terzi dell’energia elettrica provengono ancora dalle centrali che bruciano combustibili fossili. Il rimanente, 106.000 GWh, è prodotto da fonti rinnovabili. Circa 44.000 derivano dall’idroelettrico, con una significativa flessione rispetto al 2014, quando erano 58.000. La produzione complessiva, dunque, si sarebbe ridotta di circa 14.000 GWh. Questa picchiata ci riporta indietro di tre anni, segnando per la prima volta dal 2010 un calo dell’intero comparto. La lieve crescita – o la sostanziale stasi – delle altre Fer non riesce a compensare il crollo nell’idroelettrico.

«La contrazione dell’apporto della fonte idroelettrica ha avuto una riduzione percentuale del 25% rispetto all’anno passato – spiega Agostino Re Rebaudengo, presidente di Assorinnovabili – Un dato che testimonia il forte peso dell’energia idraulica nel mix energetico italiano, dovuto in larghissima parte agli impianti realizzati nel ‘900. La diminuzione di produzione idroelettrica registrata nel 2015 è certamente legata a fattori di ordine climatico, ma anche alla progressiva perdita di efficienza degli impianti più vecchi». L’energia fotovoltaica è al secondo posto, con circa 22.800 GWh generati nel 2015 (sebbene Terna riporti cifre differenti, pari a 24.676 GWh), seguita dalle biomasse, che hanno prodotto 18.900 GWh. In calo l’eolico, che dai 15.200 GWh scende a 14.800, mentre cresce il geotermico, sebbene copra ancora una quota minima della produzione interna lorda. «Un settore certamente in netto ritardo è quello del biometano – aggiunge Re Rebaudengo – Nonostante siano passati 7 anni dall’approvazione della direttiva europea sulle fonti rinnovabili e ben 5 dal suo recepimento, il quadro normativo e regolatorio che dovrebbe disciplinare la produzione del biometano resta ancora avvolto nel mistero. Il risultato è che nel 2016, in Italia, tale produzione semplicemente non è possibile».

Il dato più preoccupante riguarda i consumi lordi: l’incidenza della produzione da Fer si attesterebbe al 32,8%, in significativa flessione rispetto al dato 2014 (37,5%), mentre è tiepida anche la crescita del consumo finale, che comprende anche riscaldamento, raffreddamento e trasporti. Dal 17,1% del totale, le rinnovabili coprirebbero ora il 17,3% dei consumi nazionali complessivi, grazie alla spinta delle biomasse nel settore termico (+70%). La media europea, secondo gli ultimi dati Eurostat, è del 16%. Tramite la direttiva 2009/28/CE, l’Ue ha anche assegnato all’Italia un obiettivo vincolante per la quota di rinnovabili nei consumi: il nostro paese deve raggiungere, entro il 2020, il target del 17%.

Dunque, con un lustro di anticipo, lo abbiamo già superato. Si potrebbe adesso lavorare per il futuro, ma sembra che l’Italia abbia deciso di vivere di rendita fino allo scattare dei nuovi impegni che guardano al 2030.

Innovazione in comune

Nel torpore della politica nazionale, le amministrazioni locali tentano con più convinzione la rincorsa alla sostenibilità. Come dimostra il rapporto Comuni rinnovabili di Legambiente, pubblicato lo scorso maggio, in un decennio sono diventati più di 850mila gli impianti green del nostro paese. Stando ai dati diffusi il 10 giugno dall’Aeegsi, continuano a crescere i piccoli o piccolissimi impianti collegati direttamente al sistema di distribuzione, prevalentemente alimentati da rinnovabili. Nel 2014 erano oltre 657mila, quasi 70mila in più rispetto al 2013, per una potenza installata di oltre 30.000 MW. Legambiente ha mappato anche 39 comuni dove il mix di impianti diversi “permette di raggiungere il 100% di energia da fonte rinnovabile sia per gli usi termici che per quelli elettrici grazie a soluzioni sempre più innovative e integrate, con smart grid, mobilità elettrica, accumulo e con l’incredibile risultato di avere bollette meno care per imprese e famiglie”.

Lo sforzo dei territori, tuttavia, è destinato ad esaurirsi se non verranno prese tempestivamente misure drastiche a livello centrale, capaci di stimolare investimenti di player nazionali che oggi – lo conferma l’Irex annual report della società Althesys – finiscono quasi tutti all’estero.

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