Coste mangiate

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Spiagge che scompaiono da un anno all’altro e strade litoranee che franano sotto i colpi delle mareggiate. Sono gli effetti più evidenti dell’erosione costiera e della perdita di litorali sabbiosi, un fenomeno non sempre naturale. Le opere costruite a mare, l’urbanizzazione, lo sbarramento dei fiumi e i prelievi di inerti negli alvei hanno alterato il rapporto fra erosione, trasporto e deposito di materiale delle acque e delle correnti marine. «Circa il 42% delle coste basse italiane è in erosione – spiega il professor Umberto Simeoni dell’università di Ferrara, che da oltre quarant’anni studia i nostri litorali – Ciò avviene nonostante molti tratti siano difesi da scogliere di vario tipo, talvolta proprio queste hanno contribuito all’espansione del fenomeno. Trovare più di 240 pennelli in un tratto di costa lungo 23 km, come a Pescara, e non trovarvi dietro che un’esile striscia di sabbia non può non farci pensare che qualcosa è stato sbagliato negli ultimi decenni». Pennelli, piattaforme a isola, scogliere parallele o radenti, scogliere emerse o soffolte sono gli interventi più diffusi lungo lo Stivale, che non sempre portano buoni risultati ma in compenso costano molto. «Nessuno lavora per combattere le cause dell’erosione, che stanno nella riduzione dell’apporto solido fluviale, mentre l’espansione delle aree edificate lungo costa prosegue e l’innalzamento del livello del mare in atto contribuisce ad aggravare il problema – riprende Simeoni – A tutto ciò non sarà possibile opporsi solo con l’ingegneria: dovrebbero essere prioritarie azioni di adattamento ai processi in corso, con piani di gestione della fascia costiera orientati alla sostenibilità ».

ONDE ANOMALE. Un lungo arco costiero di sabbia finissima, con alle spalle dune ricoperte di macchia mediterranea, è il paradiso marino soggetto a erosione a Santa Maria del Focallo, nel comune di Ispica, in provincia di Ragusa. I danni più evidenti si trovano nel tratto a est del litorale, dove le mareggiate hanno messo in pericolo la carreggiata della provinciale 67 parallela alla costa. «L’erosione è senz’altro legata alla costruzione e alle modifiche successive della struttura portuale di Pozzallo – spiega Giorgio Anfuso, professore di Geomorfologia litorale dell’università di Cadice in Spagna – Nel ‘77 il porto era costituito da un molo su piloni, quindi non interferiva molto sulla dinamica costiera, poi è stato costruito un molo di ponente compatto che non consente il passaggio del moto ondoso, così i sedimenti che si muovono da est verso ovest si accumulano vicino al porto senza che le correnti da ponente riescano a rimuoverli e portarli indietro». Per contrastare il problema, nel 2008 il ministero dell’Ambiente ha messo a disposizione del Comune 3.600.000 euro, destinati a un progetto che insiste su 1.200 metri di litorale. Lo scorso giugno il Comune ha pubblicato il bando per l’appalto del primo stralcio del progetto, che fa parte di un piano di interventi, pennelli e barriere lungo l’intero arco costiero provinciale, per un importo di 15 milioni di euro. «Analizzando le carte, ricevute solo dopo una reiterata richiesta agli atti, abbiamo rilevato alcune gravi “non conformità” – denuncia Natalia Carpanzano, presidente del circolo Sikelion di Legambiente Ispica – In Sicilia dal 2010 è in vigore il piano paesaggistico che vieta la realizzazione di opere a mare che interrompano o modifichino il naturale percorso delle correnti marine: questo fa pensare a un divieto proprio per le barriere a mare». Barriere previste invece dal progetto, che ha già incassato l’ok della sovraintendenza di Ragusa. «Insieme agli altri circoli Legambiente della provincia, il Carrubo di Ragusa e il Melograno di Modica, abbiamo costituito un gruppo per proporre un’alternativa – aggiunge Natalia – Proponiamo di fare un ripascimento di tipo morbido prendendo la sabbia dal porto di Pozzallo, che poi è la causa dell’erosione, e portarlo con una chiatta per soli due chilometri. Il progetto in questione prevede al contrario il prelievo di sabbia da una cava sottomarina a Termini Imerese, nel palermitano». Tutt’altro che una soluzione soft.

erosione costiera

CAMBIARE STRADA. Settanta milioni di euro per realizzare un intervento che prevede 42 pennelli lungo 37 km di costa del Golfo di Salerno, per i quali saranno necessarie 1,2 milioni di tonnellate di massi da movimentare da cave nel napoletano e nel potentino, con 75mila viaggi di camion e 13 milioni di km da percorrere. Sono i numeri del “Grande progetto – Interventi in difesa e ripascimento del litorale del golfo di Salerno”, cofinanziato dall’Unione Europea. Un progetto contro il quale Legambiente, con in prima fila i circoli di Battipaglia, Eboli, Pontecagnano e Capaccio- Paestum, ha presentato ricorso al Tar: la discussione avverrà il 5 novembre. «Ci opponiamo perché siamo forti dell’esperienza di protezione dei sistemi dunali e costieri che portiamo avanti da anni nelle oasi di Torre di mare a Paestum e in di Campolongo, a destra del fiume Sele», spiega Valentina Del Pizzo, coordinatrice dei circoli Legambiente della provincia di Salerno. Le dune delle oasi sono serbatoi di sabbia preservati dalla vegetazione psammofila, dotata di apparati radicali che trattengono la sabbia, perché il nemico non è solo il mare ma anche il vento. «Ma non basta – continua Del Pizzo – ci vogliono anche interventi nei fiumi. Nel Sele, ad esempio, le dighe e i prelievi di inerti in alveo bloccano l’afflusso di detriti al mare». Dei 37 km interessati dal “Grande progetto” non tutti sono in erosione, ma solo quelli dove la zona di scambio, cioè la duna, è stata occupata da lidi, abitazioni e strade asfaltate. «Si tratta di circa 7 km. Proponiamo quindi l’arretramento delle strutture rigide e la rimozione della strada litoranea, anche perché la Provincia ha già aperto un’altra strada, l’Aversana, che attraversa la Piana. Si potrebbe spendere il finanziamento – suggerisce Valentina Del Pizzo – per valorizzare il paesaggio agrario della Piana del Sele, che ricordiamo è alluvionale. La sua storia dice che s’è formata per apporto di detriti, un fenomeno che va soltanto assecondato, liberandola dalle attività e costruzioni presenti oggi». Insomma, per proteggere la costa bisogna difendere anche l’entroterra.

Giornalista ambientale, per La Nuova Ecologia cura le sezioni inchiesta e storie. Per il canale video LanuovaecologiaTV realizza dirette streaming, video interviste e il montaggio di video servizi. Contatti: loiacono@lanuovaecologia.it @francloia
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