Da cosa rinasce cosa

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Usare prodotti riciclati o realizzati con materiali alternativi è una scelta che non comporta più la rinuncia alla qualità e alla bellezza. Oggi, grazie alla maestria degli artigiani, alle nuove tecnologie e all’impegno di imprenditori che credono e investono in un futuro sostenibile, si possono scegliere prodotti di qualità, belli da vedere e rispettosi dell’ambiente.

La decisione di usare materiali e prodotti “amici della natura” passa però attraverso un cambiamento, quello del punto di vista con cui si guardano gli oggetti di utilizzo comune, perché spesso diamo per scontato che tali oggetti possano essere realizzati solo con i materiali tradizionali che siamo abituati a conoscere. Ma se è vero che per fare un tavolo ci vuole un fiore, allora non stupitevi se per fare una borsa ci voglia del legno e per fare una maglia sia necessario del latte. Da un materiale di partenza può nascere qualcosa di inaspettato e non inquinante, basta sapersi ingegnare.

DSC_0682Così hanno fatto Marcello e Marta Antonelli, padre e figlia, realizzando Ligneah, un materiale innovativo, perché deriva dal legno, utilizzato per borse, scarpe, accessori moda e rivestimenti di arredo. Lui un ex dirigente rimasto senza lavoro, lei una giovane fashion designer con la voglia di mettersi in gioco. «Nel 2012 abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto per realizzare – spiega Marta Antonelli– un materiale che rispondesse a caratteristiche specifiche, cioè che fosse allo stesso tempo sostenibile, cruelty free e che rispettasse i canoni stilistici dettati dalla moda».
Da questo è nato Ligneah, un prodotto brevettato che «viene realizzato – continua Marta – unendo, tramite presse a calore, cotone e legno grazie ad uno strato sottile di colla, poi una volta ottenuto il composto di materiale, si procede con la laseratura della parte superficiale del legno». Il risultato finale è un legno che diventa morbido come un tessuto.

_X1A5976-2I due imprenditori sono riusciti a far convergere le esigenze etiche ambientali con quelle stilistiche. «Infatti – spiega a La Nuova Ecologia la giovane designer – Ligneah possiede la sostenibilità di un tessuto, la consistenza di una pelle, l’unicità del legno, la tecnologia innovativa di un tessuto tecnico». Tale materiale, che può assumere diverse tonalità e texture, si può considerare sostenibile perché i materiali che lo compongono sono biodegradabili, dal legno al cotone, al collante a basso impatto ambientale. Inoltre, non utilizzando alcuna componente di origine animale nella sua realizzazione e composizione, Ligneah è anche “cruelty free”.

Un ulteriore contributo alla sostenibilità ambientale da parte di questo nuovo tessuto è garantito dal fatto che, grazie a un accordo con Tree nation, la comunità online che promuove progetti di riforestazione, nell’ecosistema viene reintrodotta la stessa percentuale di alberi utilizzati durante la sua lavorazione. Ma non solo. «Da poco abbiamo ottenuto la certificazione Fsc (una certificazione internazionale specifica per il settore forestale e i prodotti, legnosi e non, derivati dalle foreste, ndr) – aggiunge Marta – questo ci consente ancor di più di rispettare la nostra filosofia di rispetto dell’ambiente in cui viviamo».

Un altro prodotto interessante, ma difficile da immaginare è il tessuto derivante dal latte. Forse qualcuno ne ha memoria, perché il primo tentativo in Italia risale agli anni Trenta, quando Antonio Ferretti riuscì a ricavare un filato, poi chiamato Lanital, utilizzando il latte o, più precisamente, trasformando una proteina contenuta in esso, la caseina. All’epoca, l’esigenza era dimostrare l’autosufficienza nazionale in regime di autarchia, oggi invece l’esigenza è quella di valorizzare i reflui caseari trasformando uno scarto in una risorsa economica e riducendo i rifiuti da smaltire. Così, la lavorazione del tessuto derivante dal latte, che negli anni sembrava ormai essere stata abbandonata, sta facendo la sua ricomparsa nel commercio, sia italiano che internazionale. Un processo di lavorazione che è stato migliorato grazie alle nuove tecnologie e che ha portato ad alcuni casi notevoli, come il brand tedesco Qmilk o quello italiano DueDiLatte. Quest’ultimo, fondato da due donne, Antonella Bellina ed Elisa Volpi, è uno degli sponsor gold selezionati dalla Regione Toscana per il Fuori Expo 2015.

DueDiLatte_PE15_goloso di latte(1)«Il tessuto con cui confezionano le nostre collezioni di abbigliamento è realizzato interamente in Italia e il processo produttivo di questo tessuto è stato migliorato rispetto al processo che permise di realizzare il Lanital negli anni Trenta – spiega Antonella Bellina – Il tessuto ottenuto oggi grazie alla bioingegneria è molto morbido, traspirante e termoregolatore, fresco e idratante». Ma che origine ha la caseina utilizzata, e perché si può parlare di tessuto ecosostenibile? «La fibra di latte viene ottenuta estraendo la caseina presente negli scarti delle lavorazioni industriali alimentari e cosmetiche –  spiega Elisa Volpi, cofondatrice di DueDiLatte – Questo permette di ottenere un beneficio non solo ambientale, in quanto gli scarti vengono recuperati, ma anche etico, in quanto la sostenibilità della filiera da noi utilizzata riequilibra il concetto di spreco».

Se la lavorazione dei tessuti tradizionali può essere soggetta a trattamenti chimici nocivi per l’ambiente, oltre che per la salute stessa dell’uomo, il tessuto ricavato dal latte rispetta la pelle in quanto la caseina presente all’interno del nostro tessuto non viene sottoposta a trattamenti chimici dannosi, che altrimenti la ucciderebbero. «In questo modo garantiamo al consumatore un prodotto qualitativamente valido, sano e bello – continua la Bellina –  e, da sottolineare, made in Italy, perché si avvale della storica manifattura tessile toscana».

E se dal latte può nascere un maglione, perché non utilizzare le mele per produrre della carta? A riuscirci è Hannes Parth, che con Frumat, il suo laboratorio di Bolzano, ha saputo trasformare gli scarti della lavorazione delle mele in carta e cartone e a commercializzare questo prodotto. Il materiale in questione si chiama Cartamela e l’azienda, Frumat Gmbh, si è classificata seconda nell’edizione 2015 del concorso Best practices bioenergy, nella categoria “Chimica verde” (premio rivolto alle aziende agricole e alle imprese agroindustriali che offrono le esperienze più interessanti d’impiego di materie prime, residui agrozootecnici, forestali o agroindustriali per la generazione di “bioprodotti” a uso non alimentare e non energetico, ndr).

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 «Cartamela – spiega Hannes Parth – viene realizzata sostituendo in parte la cellulosa tradizionale con quella ricavata dagli scarti industriali della lavorazione delle mele». Il contributo dato all’ambiente da questa lavorazione è spiegato dallo stesso proprietario del laboratorio. «Dalla trasformazione di questi scarti in materia prima riusciamo a dare un nuovo utilizzo a un materiale che altrimenti andrebbe smaltito o bruciato. Sostituendo parte della cellulosa con i residui della lavorazione della mela abbiamo una materia prima locale. Utilizzando energia verde per produrre la Cartamela, ecco che abbiamo un emissione di CO2 inferiore rispetto alle carte tradizionali».

La carta così prodotta può essere impiegata per gli stessi utilizzi della carta tradizionale. Precisa Hannes Parth: «Abbiamo tre tipi di Cartamela, quella grafica, quella per il packaging e la tissue (carta destinata all’uso igienico e sanitario, ndr)».
Tutti e tre i tipi di carta vengono prodotti in cartiere italiane altamente qualificate a produrre carte speciali. Grazie alla Cartamela viene realizzata una linea di fazzoletti, carta igienica, tovaglioli e asciugatutto, vengono prodotti espositori, cartoni per il packaging o shopper, biglietti da visita, riviste e molto altro. Inoltre, dagli scarti delle mele ne è derivata anche la nuovissima linea Appeel, una linea di notebook e quaderni cuciti. Ma il laboratorio di Hannes Parth è andato ben oltre, perché sempre dagli scarti delle mele viene prodotto anche Frutex, un materiale che può essere utilizzato come una finta pelle destinato alla legatoria, alle calzature e ai rivestimenti di divani e sedie.

 «In Germania, Austria, Svizzera e Francia la sensibilità verso queste produzioni ha radici ben più antiche rispetto a quelle italiane, ma io sono positivo – conclude Parth – perché nell’arco di pochi anni ho potuto constatare che anche nel nostro paese le aziende interessate a produrre utilizzando scarti sono in continuo aumento».

 

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