Cop21, luci e ombre di un accordo storico

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Come valutare la Cop21? E’ solo un accordo al ribasso figlio di troppi compromessi o il primo atto di una rivoluzione? Per rispondere a questa domanda Emanuele Bompan e Sergio Ferraris hanno raccolto le voci di esperti, esponenti di organizzazioni sociali e partiti nell’e-book “Il mondo dopo Parigi. L’accordo sul clima visto dall’Italia: prospettive, criticità e opportunità” (Edizioni Ambiente, 4,99 euro), presentato oggi pomeriggio nell’area Fima del  Salone internazionale del libro di Torino.

«Comunque la si pensi, bisogna riconoscere che la firma di Cop21 è stato un momento di svolta storico – ha detto Emanuele Bompan – Più di 190 paesi hanno siglato nel dicembre scorso a Parigi un accordo che sancisce la fine di un’economia basata sul consumo di combustibili fossili. E hanno riconosciuto che le emissioni devono calare per fermare il processo di riscaldamento globale. Se l’accordo verrà ratificato, tutto il sistema industriale dovrà cambiare radicalmente. E’ vero che, come sottolineano molti critici, i singoli Stati potranno scegliere autonomamente quali strategie mettere in campo per ridurre le emissioni, senza dover seguire un piano prestabilito. Ma è anche vero che accordi internazionali più rigidi, come il Protocollo di Kyoto, finora non hanno raggiunto gli obiettivi sperati. In questo processo di adattamento e di continua negoziazione, la società civile avrà un ruolo fondamentale per costringere i Governi a non tirarsi indietro. Soprattutto se sarà pronto a sanzionarli quando non faranno abbastanza».

A volte però sembra quasi che le classi dirigenti non siano ancora coscienti della drammaticità del problema. «Questo è in parte vero  – spiega Bompan – però pensiamo ai segnali positivi. Primo, la Cina, dopo anni d’indifferenza, ha deciso di agire sia perché ormai ha livelli di inquinamento intollerabili, sia perché ha capito che le tecnologie green sono un’opportunità economica. Secondo, perfino l’ex direttore della Cia ha dichiarato che il cambiamento climatico è la sfida del secolo, visto che a breve rischiamo di dover accogliere 100 milioni di rifugiati ambientali. Terzo, anche l’India, che a breve raggiungerà la Cina come grande inquinatore, ha deciso di firmare l’accordo di Parigi nonostante sia guidata da un Governo di destra da sempre vicino al mondo dei produttori di carbone». A restare indietro dal punto di vista politico sembra invece l’Italia. «Nell’ultimo anno le nostre emissioni hanno ripreso a crescere dopo un lungo periodo di rallentamento. E l’esecutivo ha compiuto scelte politiche sbagliate, come il taglio retroattivo degli incentivi. Non credo che questo sia dipeso da una scelta consapevole, ma dal fatto che Matteo Renzi non ha messo questo tema in cima alla sua agenda politica».

Un altro problema da affrontare è quello della comunicazione. «Il clima è considerato un tema poco sexy, per addetti ai lavori, respingente. Quello che dobbiamo fare – aggiunge Bompan – è creare un racconto in grado di coinvolgere tutti, dalla guida alpina alla casalinga, spiegando che l’aumento delle temperature avrà un impatto sconvolgente sulla nostra vita quotidiana». Ha concluso Marco Fratoddi, direttore de La Nuova Ecologia, che ha coordinato l’incontro: «Credo che Cop21 rappresenti un’opportunità perché si cambi davvero il modello economico nella direzione della società low carbon. Ma spetta anche a noi fare in modo che sia colta a pieno superando la narrazione specialistica e cercando di costruire un  mainstream intorno a questi temi. E’ la prova del nove per questa generazione di ambientalisti e anche di giornalisti ambientali».

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