Cop21, Exxon a processo

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«Vostro onore, siamo qui per presentare il caso della società Exxon contro i popoli del mondo». Non siamo nell’aula di un vero tribunale ma nel teatro “La parole errante”, nell’ambito del Villaggio mondiale delle Alternative che il 5 e 6 dicembre ha invaso le strade di Montreuil, immediata periferia di Parigi. Una sorta di “contro-Cop 21”, organizzata da coloro che nella Conferenza sul clima delle Nazioni Unite proprio non credono.

Tra loro c’è anche Naomi Klein, presente al processo nel ruolo di “avvocato dei popoli” assieme all’americano Bill McKibbem, ecologista e fondatore del think tank 350.org. Nei giorni precedenti, la giornalista e scrittrice canadese ha reagito criticando aspramente la decisione del governo francese di vietare tutte le manifestazioni in piazza in seguito agli attentati del 13 novembre: «L’esecutivo avrebbe dovuto valutare se, dopo i terribili attacchi terroristici, voleva e poteva ancora ospitare il summit. Se non era in grado di farlo, avrebbe dovuto rimandarlo o chiedere a un altro paese di ospitarlo. Invece Hollande ha preso una serie di decisioni che riflettono valori e priorità molto specifici su chi ha il diritto di essere protetto. Ne hanno diritto i leader del mondo, le partite di calcio e i mercatini natalizi. Ma non i cortei organizzati per ricordare che nei negoziati è in gioco la vita di milioni di persone». Dello stesso avviso anche Aude, attivista di Greenpeace che tra le stradine di Montreuil ferma i passanti con un cartello appeso al collo che recita: “Scusate il disturbo, stiamo cercando di salvare il mondo”. «Abbiamo compreso l’urgenza dettata dagli attentati – spiega – ma la realtà è che sono stati adottati due pesi e due misure».

Nel teatro, di fronte a circa 500 persone, si succedono le testimonianze di chi si ritiene vittima dell’operato del colosso statunitense del petrolio. Una delle prime a parlare è Jannie Staffansson, 25 anni, rappresentante del popolo sami in abito tradizionale, arrivata dalla Lapponia (regione che abbraccia Finlandia, Svezia e Norvegia): «La crescita della temperatura media gloable sta già provocando effetti devastanti per il mio popolo. Mi batto per conservare non solo la nostra terra, ma la nostra identità, la nostra cultura». Parole ripetute anche da Kathy Jetnil-Kijiner, delle Isole Marshall, che aggiunge: «Il mio popolo non ha un piano di salvataggio: in caso di catastrofe, non sapremmo dove andare. Eppure è da duemila anni che siamo lì, e per duemila anni il livello dei mari è rimasto stabile. Mentre in un solo decennio ho visto scomparire sotto l’acqua isole che erano popolate da alberi e animali». Ken Henshaw, membro dell’organizzazione non governativa nigeriana Social Action, che opera a Port Harcourt, descrive i danni provocati da Exxon (e da altre compagnie petrolifere) nel Delta del Niger. Ancora, Bryan Parras, arrivato dal Texas, spiega quali rischi comporti il “fracking”, ovvero la tecnica di fratturazione idraulica utilizzata per perforare il terreno alla ricerca di gas e petrolio da scisto.

Le loro parole sono ascoltate da tre giudici: Milañ Loeak, militante ambientalista e figlia del presidente delle Isole Marshall (che rischiano di finire sommerse a causa della crescita del livello dei mari), poi l’attore americano Peter Sarsgaard (conosciuto in particolare per il film “Garden state”) e infine Clayton Thomas-Muller, attivista canadese. Nella sua requisitoria, Naomi Klein ha spiegato alla giuria di non essere in grado di quantificare di fronte ai giudici i danni provocati dalla Exxon a popolazioni e ecosistemi in tutto il mondo: «Non è possibile dare un prezzo a ciò che un prezzo non ha».

Dopo un’ora e mezzo di dibattimento, il giudice sentenzia: «La multinazionale è colpevole». Dalla platea scrosciano gli applausi. Si abbassano le luci. Un ragazzo si avvicina al microfono e prega gli spettatori di uscire velocemente: dalla sala devono essere sgombrate le sedie, per far spazio ad un concerto che si terrà pochi minuti dopo. Tutto finito? «Neanche per idea – precisa Klein – Questa è solo un’anticipazione di un processo vero, che prima o poi ci sarà. Speriamo».

Vivo in Francia, amo le passeggiate in montagna, le storie di Kapuściński, la neve, le persone appassionate, le descrizioni di Calvino, le canzoni di De Gregori, la Bretagna, Keynes, il peperoncino e il museo Marmottan. Faccio da dieci anni il giornalista economico e ambientale nella speranza di riuscire a lanciare un sassolino nello stagno: scrivere per fare eco all’eco non serve a niente. Detto ciò, il pomeriggio ideale è quello davanti ai fornelli in attesa di cenare con gli amici.
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