Come valutare l’esito della conferenza di Parigi sul clima? Si tratta indubbiamente di una grande opportunità per rivendicare a livello locale, nazionale ed europeo un salto di qualità nelle strategie climatiche. Certo,­­ avremmo voluto vedere nell’accordo una serie di elementi in grado d’irrobustirlo, ma non c’è dubbio che si è trattato di un evento storico destinato a diventare un vero e proprio spartiacque. La Cop21 rappresenta, infatti, l’inizio della fine dei combustibili fossili proprio come il Protocollo di Kyoto è stato l’appuntamento che ha messo in moto la rivoluzione delle fonti rinnovabili. Su questo giudizio bisogna essere chiari, altrimenti si perdono di vista le importanti ricadute che ne possono derivare. Ritengo sbagliato un giudizio negativo e penso che stroncare i risultati rappresenti un errore tattico per chi punta ad accelerare le politiche climatiche. Se non si è ottenuto granché, per quale motivo i singoli paesi dovrebbero avviare politiche più incisive? La conferma di quanto sia importante la Cop21 viene dalla Germania che, subito dopo il summit, ha annunciato un piano per eliminare il carbone dalla generazione elettrica.

Pregi e difetti
Ma vediamo aspetti positivi e limiti dell’accordo finale. Un primo risultato importante ha riguardato l’obiettivo di lungo termine. Con il valore di 2 °C già da tempo acquisito, il pressing delle piccole isole del Pacifico a rischio di sparizione è riuscito in questi anni a consolidare un ampio consenso sulla necessità di scendere ad un valore di 1,5 °C come soglia di sicurezza. Più di cento paesi, inclusa l’Ue, gli Usa e il Canada (la High ambition coalition), hanno sostenuto questo obiettivo. La formulazione finale per cui l’aumento deve collocarsi ben al di sotto dei 2 °C e possibilmente tendere ad 1,5 °C, va quindi considerato un ottimo risultato. Coerente con questo obiettivo è l’indicazione di arrivare nella seconda parte del secolo ad un bilanciamento tra la quantità di gas emessa e quella assorbita. Così pure hanno aiutato gli almeno 100 miliardi $/anno per favorire le politiche climatiche dei paesi in via di sviluppo.

Picco senza data
Non c’è invece una data per il raggiungimento del picco delle emissioni, ma si auspica solo che questo venga raggiunto nel periodo più breve possibile, non si parla di “carbon tax” e non sono state incluse le emissioni del trasporto marittimo ed aereo. Infine per quanto riguarda le rimodulazioni degli obiettivi nazionali, ci sarà una prima riunione nel 2018 ma solo nel 2023 ci sarà una verifica formale che potrebbe portare ad un loro innalzamento. Evidentemente per trovare un accordo che coinvolgesse anche Cina, India e Arabia Saudita si sono dovute accettare delle mediazioni. Ma, nella valutazione complessiva va messo in risalto il fatto che per la prima volta tutti i paesi del mondo sono stati coinvolti e l’indicazione molto ambiziosa della soglia a 1,5 °C. Alla luce di questi elementi, dobbiamo chiedere un cambio di passo. L’Europa, ad esempio dovrebbe rivedere rapidamente i propri obiettivi al 2030 portando al 45-50% il taglio delle emissioni, al 35-40% la riduzione dei consumi tendenziali e al 32-34% la quota delle rinnovabili. Per l’Italia si tratta di definire una reale politica climatica, al momento inesistente, che coinvolga energia, industria, edilizia, trasporti e agricoltura. Andrà responsabilizzato un ministro “forte”, come hanno fatto i francesi, o dovrà essere la presidenza del consiglio a gestire direttamente il coordinamento delle varie politiche.

Approccio dal basso
La Cop21 del resto si distingue nettamente rispetto a tutti gli appuntamenti dell’ecodiplomazia del clima che l’avevano preceduta. A Copenaghen, la preparazione fu insufficiente e la gestione improvvida con il risultato che, malgrado l’arrivo di un Obama appena eletto, non si riuscì a trovare un accordo che coinvolgesse i paesi in via di sviluppo, il vero salto di qualità che ci si aspettava rispetto a Kyoto. A Parigi l’appuntamento è stato organizzato bene, con un ruolo molto attivo degli Usa. Una parte del risultato è stato assicurato prima dell’inizio con la richiesta ai paesi di anticipare l’invio dei propri obiettivi. Un approccio “bottom up” che ha pagato, visto che la quasi totalità delle nazioni ha risposto alla chiamata. Com’è noto, gli impegni assunti non sono stati però all’altezza della sfida climatica: le decine di miliardi di tonnellate di gas climalteranti che verrebbero immessi in atmosfera porterebbero ad un innalzamento della temperatura del pianeta compreso tra 2,7 e 3 °C alla fine del secolo.

Convergenza favorevole
Dunque, era importante che a Parigi si stabilisse un percorso che consentisse di puntare verso obiettivi più ambiziosi. Se la Cop21 ha avuto successo è grazie alla convergenza di alcuni elementi molto favorevoli. Innanzitutto il ruolo dell’innovazione che ha consentito di rendere disponibili diverse tecnologie in grado di avere un effetto dirompente. Prendiamo il fotovoltaico. Praticamente inesistente ai tempi di Kyoto, ha visto una riduzione dei prezzi del 75% tra Copenaghen ed oggi ed avrà un ruolo centrale nella generazione elettrica dei prossimi decenni. Un altro fattore decisivo riguarda la Cina, le cui emissioni equivalgono ormai a quelle di Usa, Europa e Russia messe insieme. L’inquinamento intollerabile delle città, la trasformazione di un’economia che punta sempre più sui servizi, la crescita vigorosa dei comparti della green economy a fronte di un’industria pesante che perde colpi, hanno in pochi anni consentito di passare dall’opposizione ad ogni coinvolgimento ad un ruolo attivo. Il calo delle emissioni mondiali nel 2015, malgrado un aumento del Pil del 3%, è legato proprio alla riduzione dei consumi cinesi di carbone.

Un altro pianeta non c’è
Importante poi l’attivismo degli Usa, con Obama che ha fatto del clima la bandiera del suo secondo mandato. E il messaggio di papa Francesco che ha sottolineato con grande efficacia la necessità di coniugare la lotta al riscaldamento globale con quella alle diseguaglianze sociali. In effetti, la definizione di un limite alla produzione di emissioni in questo secolo, apre all’umanità un’affascinante sfida che comporterà l’avvio di cambiamenti comportamentali e la necessità di trasformare lo stesso modello economico. Perché non abbiamo un altro pianeta su cui trasferirci.

Direttore scientifico del Kyoto Club, della rivista e del portale QualEnergia, presidente Green Building Council Italia e del Coordinamento Free, è stato direttore generale al Ministero dell'ambiente. Coautore e curatore di vari libri (fra cui Architettura solare, Clup, 1984; Il futuro del sole, Franco Angeli, 1990; La corsa della green economy, Edizioni Ambiente, 2010; 2C°, Edizioni Ambiente, 2015).
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