Contro il Ttip

ttip

Pubblicamente la posizione non è cambiata: chiudere il Ttip entro il 2016, prima che Obama lasci la Casa Bianca. Ma in privato i negoziati tra Stati Uniti e Unione Europea per il controverso accordo di libero scambio sono in alto mare. Tre anni dopo l’avvio delle trattative, i progressi sono scarsi e l’opposizione pubblica alle stelle, tanto che gli ultimi sondaggi vedono la popolarità del Ttip al 17% in Germania e al 18 negli Usa. Solo un paio di anni fa si attestava al 55 e al 53%.

Dopo 13 round negoziali, con il quattordicesimo in calendario per il prossimo 11 luglio a Bruxelles, restano troppe divergenze negli approcci. I negoziatori dell’Unione Europea chiedono agli Stati Uniti di consentire l’accesso delle imprese comunitarie agli appalti pubblici a livello sub-federale, ma Washington non vorrebbe indebolire il Buy american act, che tutela le aziende locali dalla concorrenza estera. Dall’altra parte, gli europei sono preoccupati per l’approccio aggressivo degli Usa sull’agricoltura, visti e considerati i potenziali rischi per la sicurezza alimentare, la salute e l’ambiente. Difficile che vi siano progressi significativi nella trattativa, che potrebbe slittare di qualche anno. Intanto, l’Europa prova a preparare il terreno. Nel Consiglio dell’Unione Europea di metà maggio è stata avanzata l’ipotesi di considerare il Ttip e il suo “fratello piccolo”, l’accordo Ue-Canada (Ceta) già concluso, materie di competenza esclusiva della Commissione. Significa che per l’approvazione non servirebbe la ratifica dei Parlamenti nazionali, ma soltanto quella del Parlamento europeo. Non solo: in attesa del voto di Strasburgo l’idea è avviare l’implementazione di numerose disposizioni, così da rendere il passaggio parlamentare una mera formalità. Ma questo tentativo, oltre a essere potenzialmente incostituzionale e lesivo dei trattati fondativi dell’Unione, ha fatto storcere il naso a molti Stati membri, preoccupati di non avere alcuna voce in capitolo. Il risultato è uno stallo sostanziale, cui ha contribuito anche la fuga di notizie orchestrata da Greenpeace, che il 2 maggio scorso ha desecretato 248 pagine di testi consolidati, cioè semi definitivi. Nessuno aveva ancora potuto visionare una tale mole di documenti riservati, che mettono a confronto le proposte dei negoziatori Usa ed europei.

Cop21 a rischio

«L’analisi di queste pagine ha confermato tutte le nostre preoccupazioni – denuncia Alberto Zoratti, tra i coordinatori della campagna “Stop Ttip Italia” – È esplicito il tentativo degli Stati Uniti di affossare il principio di precauzione europeo, ma il vero scandalo è la debolezza delle posizioni con cui la Commissione presidia il tavolo delle trattative». I cosiddetti Ttip leaks, infatti, aprono uno spaccato preoccupante sulle reali intenzioni delle parti. Ad esempio, non vi è alcun riferimento alle disposizioni dell’accordo sul clima raggiunto alla Cop21, il che evidenzia la scarsa attenzione riservata ai temi ambientali nei negoziati che contano. Il protocollo di Parigi, infatti, potrebbe diventare carta straccia sotto il Ttip a causa del temibile sistema di risoluzione delle controversie fra Stati e imprese (Isds), che consente a queste ultime di chiedere risarcimenti presso corti di arbitrato internazionale in caso di leggi lesive dei loro interessi. Secondo l’Unctad, la conferenza Onu sul commercio e lo sviluppo, i tribunali per gli investimenti giudicano i casi dalla prospettiva del diritto commerciale internazionale, ignorando gli aspetti più ampi relativi all’interesse pubblico, ai diritti umani e alla salute dell’ecosistema. I dati raccolti in un dossier della ong Friends of the Earth, mostrano che i governi dell’Unione Europea sono stati costretti a pagare più di 3,5 miliardi euro in compensazioni alle imprese private, condannati da corti di arbitrato internazionale. Ma questi sono dati relativi soltanto a 14 dei 127 processi che gli Stati membri hanno dovuto subire dal ‘94 a oggi, inserendo la clausola Isds in migliaia di accordi bilaterali sul commercio e gli investimenti. La maggior parte delle informazioni relative alle cause rimane riservata, così che l’ammontare dei danni potrebbe essere ben maggiore. Per questo il Parlamento europeo ha tentato, inutilmente, di evitare che le disposizioni adottate in ottemperanza all’accordo sul clima venissero prese di mira – ad esempio – da compagnie fossili fatte bersaglio di norme più stringenti sulle emissioni. «La richiesta da parte del Parlamento europeo, lo scorso ottobre, di tutelare l’accordo sul clima di Parigi da qualsiasi causa arbitrale, mostra quanto l’Isds possa essere un rischio per le politiche di contrasto al cambiamento climatico», conferma Zoratti.

Business selvaggio

Ma i Ttip leaks gettano luce anche su molti altri punti oscuri: ad esempio, svelano l’intenzione dei negoziatori di creare un meccanismo di cooperazione regolatoria simile a un forum di tecnici e lobby con la missione di impostare i nuovi standard transatlantici. Le grandi imprese, grazie a questo strumento, potrebbero intervenire prima dei Parlamenti per chiedere modifiche a una legge, rallentandone l’entrata in vigore. L’accesso privilegiato a monte del processo normativo consente alle aziende di contribuire a definire le regole del gioco. Ufficialmente tutto ciò dovrebbe facilitare il commercio liberandolo dalle lungaggini (e dai costi) della burocrazia, ma può tradursi in una riduzione delle tutele per i cittadini europei. Prendiamo l’esempio dei cosmetici: se fosse reciprocamente riconosciuta la sostanziale equivalenza di questi prodotti, per il Vecchio continente sarebbe una sconfitta. In Europa, infatti, la sperimentazione animale per la cosmesi è bandita, mentre negli Usa è legale. Inoltre, qui sono 1.328 le sostanze vietate nei cosmetici, negli Stati Uniti appena 11. Anche sui pesticidi la richiesta di Washington è molto esplicita: le soglie europee sono troppo basse. Devono essere alzate, così come deve cadere il bando all’importazione di ogm negli alimenti. La preoccupazione della società civile viene dal fatto che su questo punto l’Unione Europea, diversamente da quanto affermato in pubblico, non oppone nessuna resistenza.

Cresce la protesta

Davanti alle concrete minacce per l’ambiente, l’agricoltura e la salute, la protesta in Europa è salita di livello. Il presidente francese Hollande ha dichiarato che “allo stato attuale dei negoziati, la Francia dice no”. In Italia, il 7 maggio scorso trentamila persone sono scese in piazza a Roma, sfilando in un corteo organizzato dalla campagna “Stop Ttip” insieme alle 300 organizzazioni promotrici, fra cui Legambiente. Appena una settimana dopo, il ministero dello Sviluppo economico ha annunciato l’apertura di una sala di lettura in cui deputati e senatori possano consultare i testi del Ttip, anche quelli non divulgati dalla fuga di notizie. Un passo in avanti nella battaglia per la trasparenza, che il neo ministro Carlo Calenda ha già vanificato approggiando la proposta Ue di escludere il Parlamento nazionale dalla ratifica degli accordi con Stati Uniti e Canada.

Ultimi articoli di

Parliamone

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *