Conosci VegaB?

Piattaforma-Vega
 
Una storia da conoscere, alla vigilia del referendum, è quella del progetto di piattaforma VegaB, a largo di Pozzallo, Ragusa. Una storia che comincia trent’anni fa, quella di Vega A e Vega B. Titolare attuale della concessione è la Edison al 60% con Eni socio di minoranza al 40%. L’originario “programma di sviluppo” venne approvato il 17 Febbraio 1984: prevedeva la realizzazione di due piattaforme, la Vega A e la Vega B. Di queste due piattaforme approvate ne fu realizzata soltanto una: la Vega A. Nel 2012 Edison fa “rinascere” anche il progetto VegaB, provocando allarme tra gli ambientalisti: il sito scelto per trivellare Vega B dista un po’ più di undici miglia da un sito protetto di interesse comunitario, “Fondali Foce del Fiume Irminio”. Ad oggi l’allarme non è scomparso. «Il problema è che attualmente, la legge non consente che entro le 12 miglia marine siano rilasciate nuove concessioni, ma non impedisce, invece, che nell’ambito delle concessioni già rilasciate, dove il programma di sfruttamento lo preveda, siano installate nuove piattaforme e perforati nuovi pozzi, proprio come nel caso della piattaforma VegaB nel canale di Sicilia – spiega Giorgio Zampetti Responsabile scientifico di Legambiente – Se vince il Sì il titolo andrà a scadenza nel 2022 e la piattaforma sarà fermata, se vince il No molto probabilmente sarà realizzato anche questo secondo impianto nell’ambito della concessione esistente».

 

Nel Canale di Sicilia c’è stata, negli anni, una vera e propria corsa all’oro nero, in cui la piattaforma VegaB è solo un ultimo tassello. Una corsa folle e disperata che si sta rivelando un boomerang a più livelli. Non solo ambientale ma anche sotto il profilo dell’occupazione. Un’ampia area  (arrivata ad essere addirittura di 12mila chilometri quadrati, nel picco delle richieste, molte delle quali rigettate)  nel Canale di Sicilia si è ritrovata sotto scacco delle compagnie petrolifere. E la produzione di greggio nel Canale di Sicilia per l’anno 2014 è stata di poco superiore a 232 milioni di tonnellate, corrispondenti al 31% della produzione nazionale in mare (che è stata nello stesso anno di 754 milioni di tonnellate), e pari solo al 4% della produzione totale nazionale (sia a terra che a mare). In generale le estrazioni di greggio nel mar di Sicilia hanno subito un graduale rallentamento negli ultimi 5 anni: se infatti nel 2010 la produzione è stata di oltre 374 milioni di tonnellate, sono diventate 232 nel 2014. Una tendenza in negativo che rivela un business che sta fallendo.

«Per quanto riguarda il referendum del 17 aprile la stessa situazione vale per la concessione Rospo mare di fronte le coste abruzzesi – aggiunge Zampetti – dove nel programma di sfruttamento sono previsti nuovi pozzi. Nel caso vinca il Sì verrebbe ripristinata la scadenza del marzo 2018 e quindi non ci sarebbero ulteriori ampliamenti. Rimane infine in sospeso il caso di Ombrina mare, il progetto di una nuova piattaforma petrolifera a sole 3 miglia dalla costa che in questo momento è tenuto in sospeso fino a fine 2016. Inoltre è bene ricordare che con l’attuale formulazione della norma sono fatti salvi sine die anche alcuni titoli di ricerca che un domani potrebbero trasformarsi in nuove attività. Questa ad esempio è una delle contraddizioni della durata illimitata dei titoli abilitativi già rilasciati)».

Giornalista professionista, da sempre si occupa di questioni ambientali, sociali e di genere. Dal 2003 a La Nuova Ecologia, il mensile di Legambiente, di cui è stata anche coordinatrice, oggi segue la cultura e non solo. Da sempre realizza servizi video (dalle riprese alla post-produzione) per la televisione e per il web. Tra le sue collaborazioni quella con il "Nuovo Paese Sera" e "Left- Avvenimenti". È presidente dell'associazione culturale Marmorata169 che si occupa di "racconto di città". Contatti: galgani@lanuovaecologia.it @eligalgani
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