papa Francesco

L’ambiente è al centro del cambiamento. Se dovessi sintetizzare in uno slogan l’Enciclica Laudato si’ di papa Francesco, questo potrebbe esserne l’estremo condensato. Ma, per noi ambientalisti, è ancora più importante come questo filo conduttore si intrecci con altre e altrettanto fondamentali questioni. Le cose che diciamo da anni trovano oggi un’autorevolissima conferma, incastonata, per di più, in una ineludibile sollecitazione etica e spirituale, per i non credenti, e religiosa, per i credenti. Le questioni che rappresentano la nostra stessa ragion d’essere non sono un fattore marginale o di nicchia, ma sintomo ed insieme soluzione delle più gravi patologie dell’era contemporanea.

Contro la cultura dello scarto
Ecco perché, leggendo l’Enciclica ho provato un senso di stupore e di grande soddisfazione, ma, forse ancor di più, di profonda sollecitazione intellettuale ed etica. Se ci limitassimo ad una lettura da ambientalisti tradizionali, dovremmo riconoscere che non c’è un tema che sia stato tralasciato nella lunga e colloquiale narrazione del pontefice. Dai cambiamenti climatici (compresa la responsabilità differenziata tra paesi ricchi e paesi poveri) all’inquinamento, dall’usa e getta alla mobilità, dall’accesso all’acqua allo spreco di cibo, dalle rinnovabili alla transizione energetica, dalla velocità che hanno assunto i processi di degrado ambientale alla salvaguardia del suolo, dai danni alla biodiversità al maltrattamento degli animali, dagli Ogm ai rischi per il mare, dalla riqualificazione degli edifici alla deforestazione e alle monoculture fino a ribadire l’importanza del “principio di precauzione” e della necessità che l’onere della prova sia a carico di chi propone l’intervento. Non manca nulla e tutto si inquadra in quella che Bergoglio chiama la “cultura dello scarto”.

La crisi ecologica è sociale. E viceversa
Ma non è qui che sta la svolta che potrebbe derivare da questa Enciclica, anche se non possiamo sottovalutare quanta credibilità e consistenza può dare a questi temi l’autorevolezza di chi parla. Da oggi sarà più difficile per i grandi della Terra eludere le istanze ambientali. Ma a me sembra che non sia questo il messaggio principale.

Papa Francesco ci dice, e lo ripete più volte, che il cuore del problema è che la crisi ecologica e quella sociale sono due facce della stessa medaglia: l’una non si risolve senza l’altra e viceversa. “La stessa logica che rende difficile prendere decisioni drastiche per invertire la tendenza al riscaldamento globale è quella che non permette di realizzare l’obiettivo di sradicare la povertà”. La più evidente conseguenza “è il tragico aumento di migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali”.

Per chi come Legambiente, già quindici anni fa promuoveva una campagna che si chiamava Clima e povertà, parlava di giustizia climatica e ha posto con forza il tema dei profughi ambientali, e più recentemente ha insistito sul rapporto inscindibile tra soluzione delle emergenze ambientali e disuguaglianze sociali, dà una certa soddisfazione, ma ci chiama anche a nuove sfide. La cultura ecologica non può limitarsi a rispondere alle emergenze, ma deve produrre “uno sguardo diverso” perché “un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale” e “la crisi ecologica è una manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità”. Questo è  il centro del messaggio. Qui stanno anche le nostre nuove responsabilità.

Reciprocità responsabile
La situazione è poi aggravata, se possibile, dal “debito ecologico”, che segue traiettorie inverse a quelle del debito economico, provocato dall’esportazione di rifiuti e inquinanti dai paesi ricchi verso i paesi poveri (traffici che abbiamo sempre più spesso denunciato nel nostro rapporto Ecomafia) e dalla depredazione in quest’ultimi delle risorse naturali. L’interdipendenza è la dimensione della nostra epoca globale ed è solo in questa dimensione che possiamo pensare di leggere, affrontare e provare a risolvere i problemi della modernità. I dati scientifici sono inequivocabili e denunciano una crisi ecologica giunta a livelli estremamente pericolosi. Il riscaldamento climatico è l’apice della montagna, ed insieme il fattore più catastrofico, ma la soluzione non può essere solo tecnica, perché se si operasse in questa direzione non si aggredirebbe il nodo centrale che sta nel potere del “paradigma tecnologico”, affermatosi negli ultimi due secoli, che ha prodotto un antropocentrismo dispotico e deviato, rispetto al quale papa Francesco propone di rovesciare una certa lettura della storia dell’uomo che vuole vedere nel pensiero ebraico-cristiano la radice di quella cultura che vuole soggiogare la terra, raccontata dal mito prometeico di dominio sul mondo. La risposta può essere solo in una cultura diffusa tra tutte le persone, basata sulla relazione di reciprocità responsabile tra uomo e natura, un uomo che si deve concepire come ospite sulla terra, di cui deve prendersi cura, come “amministratore responsabile”.

L’ipoteca sociale
Oggi, ci dice papa Francesco, emerge in modo inequivocabile che di fronte a quel paradigma l’uomo contemporaneo dimostra tutta la sua fragilità etica, aggravata dalla evidente subordinazione della politica all’economia e dell’economia reale alla finanza. E ancora oggi “non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale” tanto che, insiste Bergoglio, “il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa ed apparente cura”. Qui sta l’origine vera dei fallimenti dei summit internazionali, tutti subordinati alla “concezione magica del mercato”, mentre dovrebbe vigere “il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni” perché “su ogni proprietà privata grava sempre un’ipoteca sociale”. C’è bisogno di “un’altra modalità di progresso e di sviluppo […] Si tratta di aprire la strada ad opportunità differenti”.  “Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso”. Non esistono soluzioni uniche valide per tutti i luoghi, occorre rispettare la “complessità delle problematiche locali”.

Partecipazione e comunità al centro
Mentre l’economia globalizzata tende a “omogeneizzare le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale”, l’alternativa ce la offre la “diversificazione produttiva” quella che si contrappone all’accentramento in capo a pochi, come nel caso degli Ogm, di un potere economico e di un controllo sull’economia agricola da condannare. “L’istanza locale può fare la differenza”, come dimostrano le esperienze di autosufficienza energetica che alcune comunità locali stanno realizzando, ma richiede “il costante protagonismo degli attori sociali locali a partire dalla loro propria cultura”. E qui si innesta un alto richiamo alla partecipazione politica e all’impegno civile, attraverso organismi non governativi e associazioni intermedie. “Se i cittadini non controllano il potere politico – nazionale, regionale e municipale – neppure è possibile un contrasto dei danni ambientali”. Tanto più in un mondo in cui la politica si focalizza “sui risultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumistiche”, interessata solo a produrre crescita a breve termine per rispondere agli interessi elettorali. Ma l’idea stessa di una crescita “infinita o illimitata, che tanto ha entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia” è stata smentita dai fatti perché si basa sulla “menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta”.

Per un’ecologia integrale
Papa Francesco parla “ad ogni persona che abita questo pianeta”, perché l’ambiente è un bene collettivo ed è responsabilità di tutti salvaguardarne l’integrità e la funzionalità, e chiede con forza una coraggiosa rivoluzione culturale per un'”ecologia integrale” perché il paradigma tecnocratico non produce solo povertà materiale, ma produce frammentazione dei saperi e specializzazione, che porta a perdere il senso della totalità delle relazioni in un mondo in cui tutto è connesso, tra natura e società che la abita, provocando nelle persone superficialità, noia, fugacità, solitudine, proiettate come sono a vivere immerse nella fretta e nell’ansietà malata, si diventa aggressivi, “consumisti sfrenati”.

La critica all’antropocentrismo deviato non cade però nel biocentrismo, perché è fondamentale rimanere ancorati alla responsabilità degli uomini: “non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia.” Senza la rivoluzione culturale ed etica, leggi e politica non ce la faranno a evitare i comportamenti antiambientali. Il deterioramento etico e culturale accompagna quello ecologico, vittime l’uno e l’altro della diffusione dell’individualismo e della “ricerca egoistica della soddisfazione immediata”. Le basi su cui sviluppare la rivoluzione culturale non possono che essere il dialogo tra le culture, far proprio il senso del limite, la pace, come dimensione esistenziale che è molto più dell’assenza di guerra, una sana umiltà ed una felice sobrietà.

Serve un riequilibrio sociale
Assumere il degrado ambientale come limite insostenibile per la vita sociale, puntare sulla qualità degli  ambienti di vita, in città e nelle aree rurali, è la via maestra per promuovere nuovi stili di vita, basati sulla sobrietà e capaci di apprezzare la bellezza. L’integrità degli ecosistemi è solo condizione necessaria ma non sufficiente, occorre parlare dell’integrità della vita umana, ecco perché il riequilibrio climatico-ambientale non avrà alcuna possibilità di successo se non si affronta contestualmente il riequilibrio sociale tra paesi e dentro ogni singolo paese. Di fronte all’emergenza climatico-ambientale e sociale papa Francesco richiama all’urgenza di una nuova etica valida per tutti, per i credenti c’è un impegno ed un compito in più.

C’è un mondo da rifare, questo sembra essere il messaggio principale dell’Enciclica, serve lungimiranza. È un impegno per tutti, con maggior responsabilità per chi più ha potere e più ha goduto dei vantaggi materiali dello sviluppo di questi due secoli.

L’Enciclica Laudato si’ esprime la profonda preoccupazione per lo stato in cui versa il mondo e i popoli che lo abitano, ma insieme esprime fiducia “perché sappiamo che le cose possono cambiare”. 

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