Clima, si chiude oggi la Cop22

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Oggi è l’ultimo giorno della Conferenza Onu sul clima a Marrakech. E’ ancora presto per un bilancio ma ad oggi sembra una conferenza “di passaggio”, certamente non rivoluzionaria come quella di Parigi. E su tutti gli incontri ha pesato l’ombra dell’elezione di Trump.

Ieri Galletti ha annunciato la candidatura dell’Italia “ad ospitare la COP nel 2020”. Mentre Legambiente, presente alla Cop22, ha denunciato: l’Italia spende 14,8 miliardi di euro all’anno tra sussidi diretti o indiretti alla produzione e al consumo di petrolio, carbone e gas

La causa principale dei cambiamenti climatici è la combustione delle fonti fossili. Per questo Legambiente, insieme ai principali network ambientalisti di tutto il mondo, chiede che questi sussidi siano aboliti e che si acceleri sulla decarbonizzazione delle economie. Uno stop che consentirebbe di ridurre le emissioni di CO2 di 750 milioni di tonnellate (5,8% delle emissioni globali al 2020) contribuendo al raggiungimento della metà dell’obiettivo climatico necessario a contenere l’aumento di temperatura globale di 2°C.

Oggi le fonti rinnovabili sono una alternativa concreta e sempre più conveniente; è quindi semplicemente assurdo che l’estrazione e il consumo di petrolio, carbone e gas ancora beneficino di sussidi. Su quali e quanti essi siano, fa il punto l’associazione nel suo dossier Stop sussidi alle fonti fossili. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 2015 i sussidi alle fonti fossili sono stati pari a 5.300 miliardi di dollari (10 milioni di dollari al minuto), quanto il 6,5% del PIL mondiale e più della spesa sanitaria totale di tutti i governi del mondo. Hanno visto un aumento del 10,4% rispetto al 2013. Questa crescita in Europa è stata superiore alla media globale e si prevede un ulteriore incremento del sostegno alle fonti fossili dell’11,6% con 231 miliardi di dollari di investimento. Tra i maggiori investitori, la Cina con 2.272 miliardi (+22%), seguita da Stati Uniti con 699 miliardi (+14%) e Russia con 335 miliardi (5.7%). In Europa, la maggior sostenitrice delle fonti fossili è la Germania con 55,6 miliardi di dollari (+10.5%), seguita da Regno Unito con 41,2 miliardi (+12.2%), Francia con 30,1 miliardi (+13.2%), Spagna (24,1 miliardi), Repubblica Ceca (17,5 miliardi) e Italia (13,2 miliardi).

Quest’anno Legambiente traccia un quadro mondiale dei sussidi alle fonti fossili, realizzato in collaborazione con InfluenceMap (organizzazione internazionale indipendente senza scopo di lucro nata con l’obiettivo di valutare e comunicare il peso che le imprese hanno nei settori chiave della politica e della società civile e quanto la influenzo), e presenta una analisi originale della situazione italiana. Compito non facile considerata la scarsa trasparenza relativa al tema. L’associazione ha individuato 14,8 miliardi di euro all’anno di sussidi diretti o indiretti alle fonti fossili, al consumo o alla produzione, da esoneri dall’accisa a sconti e finanziamenti per opere, distribuiti tra autotrasportatori, centrali per fonti fossili e imprese energivore e aziende petrolifere. Tutte attività che inquinano l’aria, danneggiano la salute e sono la principale causa dei cambiamenti climatici. Nella nebbia del bilancio dello Stato vi sono altri sussidi indiretti che non sono stati inseriti nel computo perché ancora di incerta applicazione o perché difficilmente paragonabili con gli altri, come le risorse investite dallo Stato in strade e autostrade.

“Il nostro Paese – dice il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini – continua a comportarsi come se il problema dei sussidi alle fonti fossili semplicemente non esistesse, quando tutte le istituzioni internazionali hanno messo in evidenza come siano una barriera per lo sviluppo di un economia decarbonizzata. Anche la legge di Stabilità 2017 ignora l’argomento e prevede ancora sussidi diretti e indiretti alle fossili. Eppure, oggi le energie pulite sono competitive da un punto di vista dei costi e cancellando questi sussidi potrebbero crescere anche senza incentivi. Né si comprende perché il nostro Paese debba continuare a dare miliardi di euro all’autotrasporto, come ai grandi consumatori, senza alcun vincolo di investimento in riduzione dei consumi di combustibili fossili”.

In Italia, secondo l’analisi di Legambiente, continua a prevalere una sorta di negazionismo, per cui in nessun atto del ministero dello Sviluppo economico o dell’Autorità per l’energia il tema viene nominato, mentre troviamo sempre accuse sui costi in bolletta legati alle fonti rinnovabili.

“La ragione – prosegue Zanchini – è molto semplice da spiegare: in questo modo si tutelano direttamente alcuni interessi che beneficiano di questi sussidi, tra cui lo stesso Stato italiano attraverso l’Eni che paga royalties ridicole alle Regioni e che può dedurre dalle tasse. Ma in questo modo si bloccano innovazioni nel sistema energetico che oggi permetterebbero di creare nuovi e più numerosi posti di lavoro e di dare una risposta strutturale al tema del costo dell’energia, attraverso le fonti rinnovabili e l’efficienza”.

Secondo l’ultimo rapporto di InfluenceMap, tra i paesi del G7 l’Italia è quello con i maggiori sussidi alle fonti fossili in rapporto al PIL. Siamo allo 0,63% a fronte di una media europea dello 0,17% e molto oltre lo 0,20% degli Stati Uniti e lo 0,23% della Germania. E nelle raccomandazioni che la Commissione Europea ha inviato nel 2015 al governo italiano (Country Specific Reccomendations) si bacchetta il nostro Paese proprio per il ritardo nell’introdurre tasse modulate secondo il principio del “chi inquina paga”, come la carbon tax, e nel rimuovere aiuti dannosi per l’ambiente, come quelli alle fossili.

Eppure, pochi paesi al mondo avrebbero più interesse a ridurre i consumi energetici: l’Italia dipende dall’estero per l’approvvigionamento e nel 2015 ha speso 34,4 miliardi di euro, calcolando il saldo fra l’esborso per le importazioni e gli introiti derivanti dalle esportazioni.

Al governo Renzi Legambiente chiede coerenza rispetto agli annunci e alle promesse fatte alle Nazioni Unite e alla Conferenza sul Clima di Parigi, e avanza alcune proposte su come lanciare un grande programma di investimenti nella green economy con un intervento a “costo zero” per le casse dello Stato. Basterebbe infatti porre uno stop ai miliardi di sussidi alle fonti fossili, e spostare risorse e investimenti verso l’innovazione ambientale e l’efficienza energetica.

 

 

La testata è nata nel 1978 con il nome di Ecologia (diventerà La Nuova Ecologia l'anno successivo) insieme ai primi gruppi ambientalisti... Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia
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