Clima, resilienza cercasi

Alluvione genovaDa Nord a Sud, sul mare o attraversate da un fiume, le città italiane sono fragili, vulnerabili e sempre più vittime degli impatti dei cambiamenti climatici. Dal 2010 a oggi, 105 comuni italiani sono stati colpiti da allagamenti, frane, esondazioni, trombe d’aria e ondate di calore, con vittime e danni anche al patrimonio storico.

Le sole inondazioni hanno provocato la morte di circa 140 persone e l’evacuazione di oltre 32mila. Ci sono stati ben 95 giorni di stop a metropolitane e treni urbani e 43 giorni di blackout elettrici dovuti al maltempo. Sono i dati del dossier Le città italiane alla sfida del clima di Legambiente, realizzato in collaborazione con il ministero  dell’Ambiente, che registra e riporta i 210 eventi estremi di questi anni sulla “mappa del rischio climatico”. Un monitoraggio in continuo aggiornamento su planningclimatechange.org/atlanteclimatico.

Se la fotografia del presente è a tinte fosche, gli scenari futuri sono catastrofici. Con un innalzamento delle acque dei mari, conseguente a un aumento della temperatura di due gradi centigradi, le coste italiane sarebbero sommerse secondo il Climate central, un’organizzazione scientifica americana che fa ricerca sui cambiamenti climatici. Scenari che estesi su scala gobale fanno ben comprendere perché nello storico accordo di Parigi si è deciso di fare di tutto per stare ben al di sotto di questa soglia, spostando il limite massimo a 1,5 gradi. Le mappe del disastro diffuse dal Climate central mostrano il drammatico destino di Venezia e della costa Adriatica fino a Rimini, o quello di altre città costiere come Trieste, Cagliari, Napoli e Palermo. Con il paradosso storico che gli abitanti di Gorino, nel ferrarese, passati alla cronaca per la “cacciata dei migranti”, saranno con molta probabilità i primi profughi climatici italiani.
«Le aree urbane – spiega Francesco Musco, professore di Pianificazione ambientale e progettazione del territorio all’università Iuav di Venezia e fra i curatori del libro Il clima cambia le città – sono i territori in cui già oggi sono maggiori gli effetti degli eventi estremi. I problemi sono sostanzialmente di due tipi: troppa o poca acqua e troppo o poco calore. Sono questi gli assi intorno ai quali costruire gli strumenti di adattamento». Accurato utilizzo delle risorse idriche, riqualificazione dei corsi d’acqua, gestione dei deflussi delle piogge, protezione delle fasce boscate e costiere, mantenimento delle condizioni favorevoli alla ricarica delle falde, inserimento di aree verdi nella progettazione urbana: sono queste le principali

ricette per i mali di cui soffrono città e aree metropolitane in Italia. E costituiscono anche l’ossatura della Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici: una visione nazionale sui percorsi da intraprendere per contrastare gli effetti del surriscaldamento globale e migliorare la resilienza dei territori. La Strategia è stata approvata dal ministero dell’Ambiente a giugno 2015, due anni dopo la definizione di quella europea. Il passo successivo sarà la pubblicazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc). Uno strumento promesso dal ministero per la fine dell’anno ma che ancora non ha visto la luce. «Avremo la bozza a breve e immaginiamo di presentarlo nel primo semestre 2017 – rassicura Clara Pusceddu della direzione generale per il Clima e l’energia del ministero dell’Ambiente – Sarà un aggiornamento ad alta definizione degli impatti dei cambiamenti climatici e le vulnerabilità dei nostri territori, definirà le zone climatiche omogenee e per ciascuna i ruoli, le risorse e le responsabilità. È un lavoro condiviso che portiamo avanti insieme alle Regioni». Alcune di queste si sono già dotate di Piani di adattamento e di strumenti paragonabili, o lo stanno facendo: Lombardia, Sardegna, Veneto, Abruzzo, Emilia Romagna. Fra le città invece soltanto Bologna e Ancona hanno approvato un Piano di adattamento. Ancora troppo poco per un territorio fragile come il nostro, su cui pesa anche la scelta fatta dall’Unione Europea di non introdurre obblighi di recepimento. «L’obiettivo – precisa Clara Pusceddu – è diffondere una cultura e rivedere la pianificazione con la lente dell’adattamento».

Forse si vorrebbe un “pizzico” di coraggio e determinazione in più, almeno in un paese come il nostro dove sei milioni di persone vivono in aree ad alto rischio idrogeologico ma ancora si costruisce in spregio delle regole. «Quelle degli enti locali sull’adattamento restano comunque iniziative sparse sul territorio nazionale e di carattere volontario – denuncia Francesco Musco – Non c’è ancora consapevolezza di come le linee d’azione vengono applicate nei criteri di gestione ordinaria delle città, nella pianificazione dei trasporti, dell’edilizia o delle infrastrutture energetiche. Infine, anche quando sarà approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, non c’è nessuna legge che obbliga gli enti locali a intraprendere le azioni previste». Guarda al futuro con maggior fiducia Erasmo D’Angelis, responsabile di Italia Sicura, la struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche di Palazzo Chigi: «Presto il tema dell’adattamento ai cambiamenti climatici sarà affrontato all’interno di Casa Italia – afferma – Il nuovo dipartimento di Palazzo Chigi affiancherà la Protezione civile. Al suo interno ci saranno Italia Sicura e la struttura di prevenzione e riduzione del rischio sismico. Per affrontare queste problematiche c’è bisogno di accentrare, coordinare e fare un lavoro continuativo. Non a caso questo dipartimento sopravvivrà ai cambi di governo». Se l’Italia si dotasse finalmente di una lungimirante pianificazione territoriale, sarebbe forse l’unico impatto positivo dei cambiamenti climatici sul Belpaese.

Giornalista ambientale, per La Nuova Ecologia cura le sezioni inchiesta e storie. Per il canale video LanuovaecologiaTV realizza dirette streaming, video interviste e il montaggio di video servizi. Contatti: loiacono@lanuovaecologia.it @francloia
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