Il clima tra le pagine

A semi submerged Statue of Liberty in the Arctic Ocean draws attention to the effects of climate change on rising sea levels, as world leaders are about to gather in New York for the Climate Summit hosted by UN Secretary-General Ban Ki-moon. The melting of Arctic glaciers and ice sheets contributes directly to global sea level rise. The photo was taken in the Arctic Ocean northwest of Svalbard the 7th of September 2014.

Fino a qualche anno fa era considerata un sottogenere della fantascienza. Si tratta della climate fiction, il genere letterario che si occupa delle possibili conseguenze del cambiamento climatico. La definizione è dello scrittore e giornalista nordamericano Dan Bloom: divenuta “cli-fi”, per analogia con la “sci-fi”, l’abbreviazione inglese della science fiction. «Quando la scrittrice canadese Margaret Atwood ha ritwittato la nuova definizione ai suoi 500mila follower, le case editrici hanno cominciato a occuparsene come di un fenomeno con dignità propria. Sempre più autori hanno cominciato a scrivere romanzi in questo solco e sono nati corsi universitari e progetti di ricerca dedicati al suo studio». A raccontarcelo è Bruno Arpaia, scrittore, giornalista e traduttore di letteratura spagnola e sudamericana. In Italia la prima cli-fi è il suo romanzo Qualcosa là fuori, uscito il 28 aprile.

Che cosa distingue la “cli-fi” dalla fantascienza?

Le distopie raccontate dalla climate fiction sono spesso ambientate in un futuro prossimo, molto legato alla realtà contemporanea. Margaret Atwood parla di speculative fiction, di romanzi speculativi, congetturali, che offrono al lettore una visione di ciò che potrebbe accadere sul nostro pianeta, o addirittura di ciò che sta già accadendo, sebbene in molti non se ne accorgano. Gli scenari immaginati dalla “cli-fi”, inoltre, derivano da un attento studio della produzione scientifica sull’argomento, senza indulgenti concessioni “apocalittiche”. Bisogna essere capaci di trasformare queste acquisizioni scientifiche in visioni, inserendole in un intreccio avvincente, con personaggi credibili, e cercando al tempo stesso di essere comprensibili, ma senza rinunciare alla complessità.

Su quali studi scientifici si è basato per costruire l’ambientazione del suo romanzo?

I miei protagonisti si muovono da Napoli a Stanford, negli Stati Uniti, poi in Germania e in Svezia, in scenari ripresi, spesso alla lettera, da quelli delineati nel saggio di Gwynne Dyer Le guerre del clima. Li ho attentamente confrontati con i rapporti dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, e dell’Agenzia europea dell’ambiente, che tuttavia secondo numerosi scienziati peccano per difetto: non per malafede, ma perché possono tener conto solo dei dati unanimemente accettati. Per questo ho voluto tener conto anche di altri, come quelli di James Hansen e Dennis Bushnell della Nasa, o del dipartimento di Scienze della terra dell’università di Oxford, e di molti autori di libri più divulgativi come James R. Flynn, David Keith, Bill Streever o Laurence C. Smith. La mia, dunque, è un’operazione scientificamente documentata, con il vantaggio di parlare alle emozioni del lettore.

Il potenziale rivoluzionario della climate fiction sta proprio nel coinvolgimento emotivo del lettore: perché?

La rivista statunitense The Athlantic si è addirittura chiesta se questi romanzi riusciranno a salvare il pianeta, sensibilizzando finalmente le grandi masse e gli uomini politici ai problemi del cambiamento climatico. In Nord America il successo del genere è enorme, soprattutto tra il pubblico più giovane. La cli-fi offre l’opportunità di sapere di più sul cambiamento climatico attivando la parte emozionale di noi stessi. “Vivere” attraverso un romanzo l’innalza­mento del livello del mare a New York, oppure partecipare con i protagonisti di un racconto a una tragica migrazione climatica in una Germania desertificata, ci colpisce dritto al cuore, e grazie all’empatia con i personaggi ci immerge nelle complesse questioni scientifiche che sono alla base degli avvenimenti narrati. Dalla quantità massima di anidride carbonica tollerabile nell’atmosfera al metano contenuto nel permafrost, dal tasso di scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia a quello di acidità dei mari. Senza trascurare il rovinoso impatto dei mutamenti climatici sulla società, sull’economia, sulla politica mondiale: migrazioni, guerre per l’acqua, approfondimento delle differenze economiche, democrazie traballanti e via di questo passo. Leggendo, così come accadeva a me mentre scrivevo il mio libro, noi siamo migranti climatici, vediamo il mare che ricopre Venezia o Amburgo, sentiamo la polvere, la fame, la sete come se fossimo noi a viverle.

In questo modo il lettore passa dalla fredda lettura di numeri e previsioni scientifiche all’esperienza di ciò che potrebbe accadere se non si farà nulla per fermare il surriscaldamento globale, è così?

Sì, è il grande potere delle storie, il modo più antico e più efficace che l’umanità abbia inventato per trasmettere esperienza. Oggi sappiamo anche che questa capacità delle narrazioni di colpirci al cuore dipende dalla struttura stessa del cervello, dai neuroni specchio, dal fatto che la nostra materia grigia è “una macchina di futuro” evolutasi grazie al fatto di avere acquisito la capacità di raccontare storie anche a noi stessi. Certo, l’eventualità di un mondo affamato, assetato e sconvolto dalla violenza come quello che descrivo nel mio romanzo non è attraente. Eppure, a questo punto, altamente probabile.

Perché è tanto difficile comunicare il cambiamento climatico e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di agire al più presto?

Nel romanzo di cli-fi Solar di Ian Mc Ewan, uno dei personaggi afferma che prendere l’argomento con la serietà dovuta significherebbe non pensare ad altro. Il resto, in confronto, diventerebbe irrilevante. Ecco, il guaio è tutto qui. Di fronte all’enormità del problema, e all’incalzare della vita quotidiana, la maggior parte delle persone non riesce a prendere la cosa seriamente. E tuttavia, se la bomba atomica è stata la grande paura globale del Novecento, il cambiamento climatico è quella del XXI secolo. Tutti ne parlano, molti lo temono vagamente, alcuni ne diffidano, altri si stringono nelle spalle; pochissimi, però, si prendono la briga di costruirsi un’opinione ragionata sull’argomento o, meglio ancora, di fare qualcosa. Il dibattito scientifico sul riscaldamento globale è difficile da seguire: abbiamo a che fare con complessità mai affrontate prima, con un’infinita di fattori in campo, modelli ancora inadeguati, spesso incapaci di prevedere tutti i feedback possibili o lo stesso funzionamento di alcuni cicli vitali del pianeta. Così, molto spesso, notizie davvero sconvolgenti per il futuro nostro o dei nostri figli suscitano appena un brivido di timore e vengono immediatamente dimenticate.

Ed è qui che si può inserire la cli-fi…

Sì, si possono battere strade meno tradizionali della divulgazione scientifica. Per esempio, si possono scrivere romanzi e portare il lettore dentro uno scenario in cui non si è fatto nulla per evitare il surriscaldamento globale, per smuovere le coscienze e fare pressione per un vero cambio di rotta. Io ci ho provato.  n

Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.
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