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Clima, è svolta: Cina e Usa “accelerano” su Parigi

Una svolta storica nella lotta ai cambiamenti climatici. L’annuncio congiunto al G20 di Cina e Stati Uniti della ratifica dell’Accordo di Parigi segna un cambiamento epocale. Per la prima volta le due principali economie responsabili dell’attuale crisi climatica, insieme rappresentano il 38% delle emissioni carboniche totali, prendono la leadership dell’azione climatica globale impegnandosi ad agire subito senza attendere il 2020, come concordato lo scorso dicembre a Parigi.

Una svolta dettata non solo dall’urgenza della crisi climatica, ma anche dalla necessità di inviare un segnale forte e chiaro agli investitori internazionali: la volontà politica è di avviare da subito la transizione delle loro economie verso un futuro libero da fonti fossili.

Non va dimenticato che nell’accordo i governi si pongono l’obiettivo ambizioso di contenere entro la fine del secolo l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto della soglia critica di 2°C e di mettere in atto tutti gli sforzi possibili per non superare 1.5°C, in modo da meglio contenere i rischi per le comunità vulnerabili dei paesi poveri. Obiettivo questo che implica “zero emissioni” al 2050.

Non è un caso, quindi, che alla vigilia del G20 una coalizione dei principali investitori internazionali, con un portafoglio complessivo di oltre 13mila miliardi di dollari, abbia invitato i leader politici ad una rapida ratifica dell’Accordo di Parigi, in quanto l’accordo “fornisce un chiaro segnale agli investitori che la transizione verso un’economia globale a basse emissioni carboniche è inevitabile e già avviata”.

L’interesse degli investitori internazionali ad un cambio di rotta dell’economia globale è evidenziato dall’ultimo rapporto di Bloomberg New Energy Finance (BNEF) sulle rinnovabili. Nonostante il crollo del prezzo del petrolio e del gas, nel 2015 gli investimenti nelle rinnovabili hanno raggiunto il nuovo record di 329 miliardi di dollari. Grazie alla crescente competitività dei costi del solare e dell’eolico gli investimenti sono cresciuti del 4% rispetto al 2014 con un aumento del 3% rispetto al precedente record del 2011. Questa crescita degli investimenti ha consentito un aumento del 30% della potenza installata di solare ed eolico (121GW), pari a circa il 50% della nuova capacità elettrica installata a livello globale.

In preoccupante controtendenza l’Europa, che ha registrato una riduzione degli investimenti del 18% rispetto al 2014 ritornando al livello del 2006 con 58 miliardi di dollari. Riduzione dovuta non solo al perdurare della difficile situazione economica, ma soprattutto al progressivo smantellamento delle politiche a sostegno delle rinnovabili.

Quasi la metà degli investimenti (110 miliardi) sono stati registrati in Cina, che si conferma leader mondiale con un aumento del 17% rispetto all’anno precedente. Continua la crescita (+8% rispetto al 2014) degli Stati Uniti, che hanno ormai raggiunto l’Europa con 56 miliardi di dollari investiti nel 2015. L’Europa deve guardarsi anche dalla concorrenza di nuovi mercati, come l’Africa e il Medio Oriente, dove gli investimenti sono aumentati del 54% rispetto al 2014 raggiungendo 13 miliardi di dollari.

Investimenti che sono destinati a crescere. Per dare concreta attuazione all’Accordo di Parigi sul clima, BNEF prevede che nei prossimi 25 anni gli investimenti nelle rinnovabili dovranno essere in media di 485 miliardi di dollari l’anno. Una torta di oltre 12mila miliardi di dollari su cui la concorrenza per l’Europa sarà sempre più forte.

Il raffreddamento dell’interesse degli investitori rispetto al mercato europeo ha avuto anche un impatto occupazionale da non trascurare. L’Europa – secondo gli ultimi dati Irena, l’agenzia internazionale per le rinnovabili – ha registrato una riduzione rispetto al 2014 di 50 mila posti di lavoro attestandosi a 1.17 milioni di occupati nel 2015. Mentre in Cina si sono raggiunti ben 3,5 milioni di posti di lavoro nel 2015 su un totale di 8.1 milioni di occupati a livello globale nel settore delle rinnovabili.

Serve subito un forte segnale dall’Europa. A partire da una rapida ratifica – dei governi nazionali e della Commissione – dell’Accordo entro la fine dell’anno, secondo quanto concordato nel Consiglio Ambiente dello scorso 20 giugno.

Gli impegni assunti nell’ambito della “High Ambition Coalition” – la coalizione trasversale tra paesi industrializzati, emergenti e in via di sviluppo che ha consentito il successo di Parigi – vanno tradotti in azione concreta aumentando l’ambizione del pacchetto clima-energia 2030, fornendo così le necessarie garanzie agli investitori internazionali.

L’Unione europea, in coerenza con l’Accordo di Parigi, deve ridurre le sue emissioni di almeno il 55% entro il 2030. Un obiettivo ambizioso, ma raggiungibile. Secondo il Rapporto di Ecofys per il Parlamento europeo, solo con il raggiungimento congiunto degli obiettivi del 30% di rinnovabili e del 40% di efficienza energetica si realizzerebbe una riduzione delle emissioni climalteranti del 54%.

In Europa ci sono tutte le condizioni per poterlo fare. Abbiamo già un trend di riduzione delle sue emissioni del 30% al 2020. Rivedere l’attuale impegno di riduzione del 40% è pertanto possibile senza grandi sforzi e con un impatto positivo sull’economia europea.

Non è più il tempo del rinvio. L’Europa deve dimostrare con i fatti la sua leadership nell’azione climatica globale rivendicata a Parigi.

Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles
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