RITORNO A CERNOBYL

Foto di Pierpaolo Mittica
Tutte le immagini pubblicate nell’articolo sono di  Pierpaolo Mittica

Due trampolini intatti sulle macerie di una piscina circondata da orme di cinghiale. L’hotel Polissaya, la Casa della cultura, un ristorante dall’insegna solenne. Carcasse di una vita difficile da immaginare, adesso, fra i palazzi sventrati e il silenzio sinistro di Pripyat, la città fantasma che un tempo alloggiava gli addetti alla centrale nucleare di Cernobyl. I suoi 46mila abitanti furono evacuati su bus da turismo solo 35 ore dopo la catastrofe. Lasciarono scritto sulle porte di casa: “Visitatore, non rubare le nostre cose. Torneremo”. Nessuno è più tornato. Pripyat, nell’estremo nord dell’Ucraina, è il cuore della “zona morta”, il cimitero radioattivo di 30 chilometri attorno a Cernobyl. La notte fra venerdì 25 e sabato 26 aprile 1986 nel reattore numero 4 si svolge un test di sicurezza.

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All’1.23 un brusco aumento di potenza innesca una catena di esplosioni: il nocciolo del reattore fonde, le pareti si polverizzano, il rogo è indomabile. Le autorità sovietiche tacciono, mentre la nube radioattiva viaggia verso nord finché a Forsmark, in Svezia, il 28 aprile si captano livelli di radioattività doppi rispetto alla norma. La Tass, l’agenzia di stampa dell’Urss, è costretta a battere la notizia. Ai primi di maggio del 1986 il vento maligno sta spirando su mezza Europa, nord Italia compreso, fino a lambire Cina e Stati Uniti. È il più tragico incidente nella storia del nucleare civile, eguagliato solo dal disastro di Fukushima, in Giappone, nel 2011. Due inchieste lo attribuiranno a negligenze umane e ai difetti del vetusto reattore di tipo Rbmk. Dei 250 milioni di curie sprigionati dall’esplosione, l’equivalente di 400 bombe atomiche su Hiroshima, il 70% è caduto sulla Bielorussia. Lo iodio 131 ha danneggiato la tiroide di un terzo della popolazione, e il sud del paese resta tuttora avvelenato dal cesio 137 e dallo stronzio 90, che deteriorano cuore, sangue e ossa e impiegano secoli per dissolversi.

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A trent’anni da Cernobyl, cinque milioni di persone continuano a vivere in aree contaminate fra Bielorussia, Ucraina e Russia, e le campagne tossiche che l’Urss aveva ribattezzato “zone di controllo permanente” sono persino meta d’immigrazione dalla Moldavia, dal Caucaso e dal Kazakistan. Le case vuote abbondano, i raccolti pure. E la radiazione, in fondo, non si vede né si sente. Il villaggio di Dubovy Log, nella provincia bielorussa di Dobrush, è il più contaminato del paese, con una quantità di curie fra 15 e 40 per chilometro quadrato. Una sbarra vieta l’accesso ai forestieri, confinando i 200 abitanti in una macabra assurdità. «Lo Stato ha chiuso la scuola elementare, l’ufficio postale, la caserma dei pompieri e addirittura il municipio», riferisce Massimo Bonfatti di Mondo in Cammino, una onlus piemontese che da sempre supporta la comunità di Dubovy Log con un’educazione alimentare che eviti almeno gli effetti peggiori dei radionuclidi. «La radioattività non viene più misurata dal governo, che con la sua politica di minimizzazione del rischio sta invece portando a produzione sempre più terreni ». Anche Legambiente crea serre di ortaggi puliti nel sud della Bielorussia. «Non solo non si arresta il flusso migratorio dall’estero, ma torna a casa chi si era trasferito in altre aree più salubri del paese», spiega Roberto Rebecchi di Legambiente Solidarietà, che da oltre dieci anni segue progetti di cooperazione in questi luoghi vetrificati nel fatalismo. «Il governo – riprende – incoraggia i rientri: da un paio d’anni non pubblica dati sanitari, assicurando che quelle aree sono pulite e, guarda caso, tagliando i sussidi che prima spettavano alla gente delle zone contaminate».

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Rebecchi racconta di un villaggio tremendo ed emblematico: 250 anime a soli 15 chilometri dai resti ancora fumanti di Cernobyl. Un’oasi d’abbandono definitivo, dove Minsk ha tagliato ogni servizio di base, luce e acqua corrente singhiozzano, l’alcolismo dilaga fra gli abitantispettri. «Non hanno altri posti dove andare – dice Rebecchi – non hanno nessun sostegno. La nostra visita non è stata gradita dalle autorità, che evidentemente volevano tenere segreta l’esistenza di questi dannati». I trent’anni che ci separano da Cernobyl non hanno dissipato i dubbi scientifici sulle ferite che la deflagrazione ha inferto all’organismo umano. Le conclusioni delle due principali conferenze sul tema, tenutesi a Ginevra nel ‘95 e a Kiev nel 2001, sono rimaste in gran parte secretate, e le ricerche indipendenti sbattono sul muro delle uniche voci autorizzate a diffondere statistiche ufficiali: quella dell’Organizzazione mondiale della Sanità, dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e dell’Unscear (il comitato Onu per lo studio degli effetti delle radiazioni ionizzanti).

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In un documento del 2006, l’Oms stabiliva che solo 626mila persone assorbirono radiazioni dannose: i liquidatori che coprirono i resti del reattore numero 4; gli evacuati dalla zona morta; i residenti nelle aree circostanti. Fra loro si prevedeva un incremento lieve dei tumori, del 3-4% rispetto alla media, mentre per l’Oms l’unica malattia direttamente attribuibile al disastro nucleare è il cancro alla tiroide, con appena cinquemila casi registrati, in gran parte curabili. Quanto a leucemia e altri tumori, si afferma che siano dovuti più all’alcol e al fumo. Tutt’altro quadro emerge dai rapporti di Greenpeace, che stima 200mila vite stroncate dalla radioattività solo dal 1991 al 2000, un aumento dei tumori del 40% in Bielorussia e del 52% nella sola regione meridionale di Gomel. Nel 2006 l’associazione ambientalista concludeva che Cernobyl ha provocato, e continuerà a farlo, una significativa impennata di malattie e mortalità in tutta Europa, fino a malformazioni fetali e aberrazioni cromosomiche. E nell’ultimo studio di quest’anno rileva che i livelli di radiazioni sono addirittura aumentati nei cereali e che i bambini, anche quelli nati trent’anni dopo Cernobyl, stanno ancora bevendo latte contaminato.

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Nel 2011 anche l’organizzazione tedesca International physicians for the prevention of nuclear war (Ippnw), in un corposo studio, puntava il dito contro le semplificazioni dell’Oms e dell’Unscear: “In queste condizioni, la ricerca di dati affidabili è diventata una sfida impossibile”. Intanto, nella centrale nucleare che fu, il reattore numero 4 non cessa di ribollire, e i 1.200 incendi scoppiati negli ultimi anni attorno a Cernobyl hanno liberato isotopi radioattivi che il vento ha poi fatto posare chissà dove. Solo nel 2012 sono iniziati i lavori del New safe confinement, la struttura da 2 miliardi di euro che entro il 2017 dovrebbe sigillare il mostro atomico, impedendo ai suoi veleni di continuare a fuoriuscire. Sarà un arco monumentale, tre volte più pesante della Torre Eiffel per resistere almeno un secolo, durante il quale si dovranno smantellare il vecchio sarcofago ormai marcio e l’intera centrale disseminata di scorie. Ancora non si sa, però, come rimuovere le circa 200 tonnellate di carburante radioattivo ancora racchiuse dentro il reattore: un magma di plutonio, uranio, cemento e acciaio. La tecnologia per sbrigare questo tipo di pulizia, in un inferno inavvicinabile per qualsiasi robot radiocomandato, tanto più per l’uomo, non è ancora stata inventata.

 

Giornalista, autrice di libri, filmmaker, si occupa in particolare di donne e diritti umani. Scrive per diverse testate fra cui il settimane "Io Donna" del Corriere della Sera e "VIta". Ha vinto diversi premi giornalistici e letterari, sul il blog www.emanuelazuccala.blogspot.it. Contatti: emanuela.zuccala@gmail.com
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