Castellari: Il Belpaese è più vulnerabile

Il climatologo: “L’aumento della temperatura media in Italia segue l’andamento globale ma è più forte”

dissestoIl Mediterraneo è un’area del pianeta in cui gli impatti dei cambiamenti climatici sono rilevanti già ora, e aumenteranno in futuro”. È il monito del climatologo Sergio Castellari, già focal point per l’Italia dell’Ipcc e coordinatore del progetto nazionale per l’elaborazione della Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. In questa intervista spiega a Nuova Ecologia perché il Belpaese è davvero fragile.

L’Italia subisce già l’impatto dei cambiamenti climatici? E in che misura?
Certo che li subisce. Nel suo ultimo rapporto l’Ipcc ha mostrato che il Mediterraneo è un hotspot dei cambiamenti climatici, cioè un’area del pianeta in cui gli impatti sono rilevanti già ora e diventeranno più accentuati in futuro. L’aumento della temperatura media in Italia segue l’andamento globale ma è più forte: se a livello mondiale è aumentata di 0,8 °C, in Italia è salita di oltre un grado negli ultimi cento anni.

Con quali conseguenze?

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Aumentano frequenza e intensità delle ondate di calore e delle precipitazioni: meno giorni piovosi ma con piogge più intense ed estreme. Eventi che se accadono in territori a bassa resilienza possono essere un rischio per la popolazione e provocare disastri. Con le ondate di calore più frequenti, ad esempio, aumenta il rischio per la componente più vulnerabile della popolazione come gli anziani e i soggetti con problemi cardiorespiratori. Ci sono poi impatti sul territorio, sul paesaggio e sulle produzioni agricole. La portata media estiva del Po negli ultimi decenni si è ridotta di circa il 40% rispetto a quella registrata dopo la Seconda guerra mondiale, con la conseguenza che il cuneo salino del Mar Adriatico entra nel fiume e l’acqua salmastra in estate può provocare problemi alle irrigazioni agricole. Per non parlare della riduzione dei ghiacciai, con danni già in atto alle risorse idriche e al settore idroelettrico. Infine flora e fauna si stanno spostando verso l’alto nell’arco alpino.

Se questo è il presente, figuriamoci il futuro…
Avremo una maggior frequenza degli incendi boschivi, meno acqua per l’agricoltura soprattutto nelle aree alpine, un aumento dei periodi di siccità, delle patologie respiratorie e del consumo di energia d’estate. Dobbiamo pensare che l’Italia sarà più vulnerabile di altri paesi: nelle nostre città c’è una scarsità di aree verdi e blu che potrebbero mitigare le ondate di calore. Inoltre l’alta densità demografica fa aumentare la nostra vulnerabilità agli eventi estremi, che è ancor maggiore al Nord, dove c’è un’alta percentuale di popolazione superiore ai 65 anni. Insomma, le nostre antiche città sono belle ma vulnerabili. Sono necessari piani di adattamento regionali e comunali. Intanto, a giugno 2015, il ministero dell’Ambiente ha adottato la Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.

In che consiste?
È una visione nazionale su come affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici sui sistemi naturali e su quelli socioeconomici. La Strategia fornisce un quadro di riferimento e individua le azioni da compiere entro il 2020 e oltre il 2020. Si spera di avere entro fine anno o all’inizio del 2017 anche il piano nazionale di adattamento che seleziona le aree più vulnerabili e definisce priorità e modalità di ciò che va fatto. Infine, ma non meno importante, ci vuole la volontà politica per mettere a disposizione le risorse necessarie a far fronte ai cambiamenti climatici.

Giornalista ambientale, per La Nuova Ecologia cura le sezioni inchiesta e storie. Per il canale video LanuovaecologiaTV realizza dirette streaming, video interviste e il montaggio di video servizi. Contatti: loiacono@lanuovaecologia.it @francloia
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