Case da fiaba

IMG_6896Non può reggere. Prende fuoco facilmente. Chissà che freddo d’inverno! Ma non si inzuppa quando piove? I luoghi comuni che zavorrano lo sviluppo di materiali sostenibili come paglia e cartone in edilizia sono questi e molti altri. Ma lentamente, e inesorabilmente, l’idea di architettura che ha la sua stella polare nella sostenibilità si sta facendo strada. Riciclo, riuso, recupero e innovazione sono le parole d’ordine per lasciarsi alle spalle l’era del cemento e aprire una pagina nuova, su cui scrivere il futuro dell’abitare. In Europa e nel mondo questi materiali sono utilizzati da tempo: la paglia, Paleolitico a parte, addirittura già dalla fine dell’Ottocento, con la prima scuola costruita in Nebraska. Non era recintata né protetta da stucco o gesso, perciò se la mangiarono le mucche. Nonostante questo infortunio, cento anni dopo l’edilizia in paglia era ormai diffusa in diversi paesi europei, nordamericani e in Australia. Per il cartone, invece, è stato un altro paio di maniche: ancora oggi a livello internazionale non esiste una normativa di riferimento e, Giappone a parte, è sostanzialmente inutilizzato nel settore delle costruzioni. Eppure, con una raccolta pro capite di imballaggi in carta e cartone che in Italia ha superato i 50 kg l’anno, sembra un peccato non approfittarne.

archicart

Pionieri a Catania
Ci stanno provando Dario e Gianfranco Distefano, Raoul Vecchio e Mario Schilirò, quattro ragazzi di Catania fondatori di Archicart, una start up tutta italiana nata nel 2015 con un obiettivo ambizioso: sfornare la prima casa in cartone entro il 2018. Un progetto pionieristico, che assomiglia molto al tentativo condotto parallelamente in Olanda dallo studio Fiction Factory, che ha ideato “Wikkelhouse”, la “casa incartata”. Proprio come gli olandesi, i quattro giovani siciliani utilizzano il cartone ondulato, materiale leggero, manovrabile, anche da maestranze non specializzate. Trasportarlo è semplice, e la posa in opera è un gioco da ragazzi, assicurano. «Durante la mia tesi – spiega Dario Distefano, laureato in Ingegneria edile-architettura all’ateneo catanese – ho viaggiato per l’Italia in cerca di un materiale organico sostenibile, leggero ed economico che potesse essere utilizzato per il settore delle costruzioni. Ho conosciuto il legno, il cartone pressato e poi il cartone ondulato, ingiustamente relegato agli imballaggi. Finita la tesi, ho creato Archicart con tre amici e presentato un brevetto per la realizzazione di pareti in cartone ondulato». Oggi progettano tramezzi, gazebi, strutture ricettive, stand espositivi nella sede di Stiltenda, azienda trentennale specializzata in tendaggi. «Al momento non abbiamo i soldi per pagare l’affitto di un capannone industriale tutto nostro», ammette Distefano. Ma è convinto che il suo cartone ondulato spopolerà, prima o poi: «I nostri pannelli sono economici, nettamente più competitivi rispetto alle tramezzature in mattone. Come costi siamo alla pari con il cartongesso, ma il nostro pannello è riciclabile, più leggero, non dev’essere smaltito come rifiuto speciale ed è più resistente». Quando parla del cartone ondulato, il giovane ingegnere sembra illuminarsi. Ne descrive le proprietà isolanti, che Archicart ha la certezza di poter incrementare: «Utilizzando fibra di cellulosa all’interno degli alveoli, siamo in grado di aumentare la trasmittanza a 0,20 w/mq per grado Kelvin, contro uno standard di 0,36-0,40. Inoltre è un materiale resistente alla fiamma, ma noi utilizziamo trattamenti con resine naturali che migliorano ulteriormente le prestazioni. Stessa cosa per i trattamenti idrorepellenti, basati sull’utilizzo dell’ossido di silicio. Non è un derivato del petrolio ed è riciclabile. Non crea rifiuti chimici e azzera la necessità di derivati del petrolio». La propensione alla progettazione sostenibile, giura, non è una moda: «Lo facciamo per dovere professionale. Dobbiamo rispettare l’ambiente in tutte le fasi del nostro lavoro, dalla progettazione allo smaltimento. Non si può più pensare con la mentalità degli anni ‘50». Eppure la strada sembra ancora in salita: il nostro Paese non ha una normativa per l’utilizzo del cartone in edilizia, un fatto contro cui si è scontrato perfino il luminare del settore, l’architetto giapponese Shigeru Ban. Tutti gli appassionati di questo materiale hanno un suo libro sotto il cuscino. In Italia Ban ha costruito parte dell’auditorium all’Aquila utilizzando cartone pressato, ad Hannover ha progettato il padiglione del Giappone per l’Expo 2000 e le sue strutture per ospitare gli sfollati dopo le catastrofi naturali sono state utilizzate dall’India alla Turchia. «Shigeru Ban è un maestro – afferma Distefano con sincero rispetto – ma ha dovuto integrare le sue creazioni con elementi in acciaio. Noi vogliamo realizzare la prima casa composta da strutture interamente in cartone».

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Scatole “parlanti”
Se in edilizia siamo ancora agli albori, in altri settori il cartone riciclato si è affermato ormai da qualche anno. Una delle storie più rappresentative è quella di Sabox, azienda campana produttrice di imballaggi, oggi divenuta un esempio a livello nazionale. Aldo Savarese, l’amministratore unico, ama dire che «le nostre scatole non servono solo per trasportare, ma anche per comunicare». Sabox ha cambiato prospettive durante il 2008, quando è esplosa la crisi dei rifiuti a Napoli: «Vedevamo tutta questa carta da macero finire in discarica – racconta Savarese – ma per noi era tutta materia prima da utilizzare. Perciò abbiamo pensato che serviva un nuovo approccio». Oggi l’azienda impiega solo carta riciclata, ha ridotto i consumi, trasporta unicamente a pieno carico, gli operai vengono al lavoro in car pooling e ha ridotto l’uso di acqua nel processo produttivo. Un impegno ambientale a 360 gradi, che Savarese vede come strumento di comunicazione fondamentale per stare nel mercato e cambiare la coscienza pubblica. «Abbiamo perfino brandizzato la nostra carta, registrando il marchio “Greenpaper”. A parità di performance, è più leggera della fibra vergine. Sulla nostra scatola, la “Greenbox”, scriviamo invece che proviene da carta utilizzata dai cittadini campani». Tra le prime ad avere un’analisi del ciclo di vita, la Sabox negli anni è cresciuta con la creazione di Formaperta, azienda satellite di ecodesign che impiega tre designer e due architetti e progetta arredi in cartone e allestimenti scenografici. Ha collezionato partnership prestigiose, a partire da quelle con il Giffoni film festival e Terra Madre. Grazie all’impulso del dinamico Savarese, è nata nel 2013 la rete 100% Campania, che mette insieme sei aziende del settore, fattura 130 milioni e lavora 150.000 tonnellate di carta, più o meno quanto si raccoglie nella regione in un anno. La rete copre tutta la filiera: «Abbiamo chi raccoglie, chi seleziona, chi porta il materiale in cartiera, chi produce il cartone e chi le scatole», spiega l’amministratore di Sabox. Ma le potenzialità sarebbero ben superiori. Le sei aziende potrebbero lavorare il doppio del materiale oggi disponibile, ed è anche per questo che il suo ideatore promuove l’aumento della raccolta differenziata. In una regione dove si raccolgono poco più di 30 kg per abitante, su una media nazionale di 51, ci sono ampi margini di miglioramento e di crescita per chi lavora con la carta riciclata.
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Città di paglia
Stesso discorso per la paglia, altro oggetto misterioso per il grande pubblico, sebbene negli ultimi anni abbia visto una progressiva affermazione in architettura. In pochi sanno, ad esempio, che nel quartiere Quadraro a Roma una famiglia vive dal 2012 in nella prima casa di paglia urbana. La loro abitazione, 180 metri quadrati al piano terra, è diventata un punto di attrazione. Ha un isolamento termico in paglia e una struttura portante di legno. Sono servite circa 400 balle e 15 metri cubi di legno per mettere in piedi la struttura in meno di un anno. È costata poco più di 1.000 euro al metro quadro, quasi il 30% in meno rispetto a una classica abitazione in classe A+. Altra bella sorpresa sono state le bollette: se per una abitazione standard il riscaldamento costa intorno ai 1.500 euro l’anno, nella casa di paglia si pagano bollette per un ammontare di 300 euro, senza perdere nulla in fatto di isolamento termico e acustico. «Abbiamo voluto sfatare il luogo comune che la paglia sia adatta a costruire solo in contesti rurali», scrivono gli architetti dello studio Bag (Beyond architecture group) sul loro sito. Bag è una realtà che si sta facendo strada nel settore. Fondato dal giovane architetto Paolo Robazza, nel 2009, lo studio ha sede a Roma e conta altri quattro professionisti con diverse inclinazioni: un ingegnere strutturista e un energetico, una responsabile delle procedure e un esperto in permacultura. La loro filosofia è utilizzare soltanto materiali naturali e di filiera corta, puntare al risparmio energetico e al benessere dell’abitare. All’interno dei suoi cantieri, Bag organizza workshop internazionali, chiamando studenti e professionisti da tutto il mondo a partecipare direttamente ai lavori di costruzione. E uno spazio, privato, di lavoro si trasforma così in un luogo di condivisione, ricerca e apprendimento. «Ci siamo trovati a lavorare insieme all’Aquila, quando dopo il sisma abbiamo partecipato alla fase di ricostruzione con il progetto dell’ecovillaggio E.v.a. – racconta Robazza – Legno e paglia ci hanno permesso di realizzare case efficienti in breve tempo, a costi ridotti e in autocostruzione. Dopo l’Aquila abbiamo realizzato la casa al Quadraro e diversi altri progetti, confrontandoci con alcune difficoltà che al momento affliggono il settore, come l’assenza di know how dei fornitori. Oggi, a distanza di quasi dieci anni, diverse aziende iniziano a fare ricerca su materiali sostenibili, come terra cruda, calce, bambù e coccio pesto, rendendo più semplice il lavoro di noi tecnici». I ragazzi di Bag sono convinti che l’architettura in paglia garantisca soluzioni abitative con il miglior rapporto qualità prezzo. Si tratta di un materiale altamente isolante, traspirante, fonoassorbente, a basso rischio sismico e resistente alle fiamme. «L’autocostruzione consentirebbe un ulteriore drastico abbassamento dei costi – spiega il fondatore dello studio – Al momento però manca una normativa organica a livello nazionale che disciplini queste pratiche». E per una tecnica costruttiva che affonda le sue radici nel Paleolitico è davvero un po’ tardi.

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