“Casa vostra, casa nostra”

COPPIA da IMPAGINARE

All’inizio eravamo in due. Poi abbiamo coinvolto trecento amici nell’organizzazione. Poi mille volontari in tutta la Catalogna. E alla fine abbiamo portato in piazza mezzo milione di persone». È nata così la prima, grande manifestazione in Europa a favore dei rifugiati. Una mobilitazione che non si vedeva dai tempi della guerra in Iraq. «La risposta della gente è stata completamente inaspettata», confidano gli organizzatori. Sono Lara Costafreda e Ruben Wagensberg, catalani entrambi. Lei ha 27 anni e lavora come grafica, lui è un professore di 30 anni. Due semplici cittadini, come milioni di altri giovani europei. Che il 18 febbraio hanno visto coronato il loro sogno quando le strade di Barcellona si sono riempite al grido di “Volem acollir”, vogliamo accogliere. Una reazione popolare alla scelta della Catalogna di ospitare solo qualche decina di rifugiati sui 4.500 previsti dalla ripartizione in quote fissata dall’Unione Europea.

Com’è nata l’idea della manifestazione?
Ci siamo conosciuti in Grecia. Lavoravamo come volontari al campo informale per rifugiati di Idomeni e di Eco, vicino al confine con la Macedonia. Eravamo là quando hanno iniziato a sgomberarlo lo scorso maggio. Mettevano i migranti in aree sotto il controllo dei militari. Al ritorno abbiamo solo pensato: dobbiamo fare qualcosa. Non era il nostro scopo organizzare la marcia per i rifugiati più grande d’Europa. Pensavamo di organizzare una mostra, produrre un video… tutte cose molto piccole.
Così avete creato la piattaforma “Casa nostra, casa vostra”.
Sì, l’iniziativa è partita da noi, poi insieme ad altri cittadini. Senza identità, senza partiti politici di mezzo. A giugno abbiamo iniziato a preparare la campagna di sensibilizzazione. Abbiamo chiesto aiuto tramite i social, dicendo semplicemente: abbiamo bisogno di avvocati e esperti legali, di economisti, grafici, giornalisti.
Erano tutte persone già attente alla questione dei rifugiati?
Di solito si riescono a coinvolgere solo le persone che sono già sensibilizzate. Per aprire davvero i confini noi volevamo rompere anche questa frontiera, arrivare a tutti. Lo abbiamo fatto con l’aiuto di personalità pubbliche molto famose, intellettuali e musicisti, la squadra del Barcellona che ci ha concesso il Camp Nou per un grande concerto. E abbiamo usato parole semplici per far emergere il lato umano. È stata questa la chiave di tutto per creare una narrazione nuova.
Cosa non funziona in quella tradizionale dei media?
Il perno della nostra campagna era rompere l’anonimato che veicolano i mezzi di informazione. Si sentono numeri: arrivano duemila rifugiati qua, ne sono sbarcati duemila là. Firmato il patto Ue-Turchia. Noi ci siamo concentrati invece sulle storie di vita personali dei rifugiati, perché sono state le cose che più ci hanno colpito quando lavoravamo nei campi.
E cosa dite a chi ha paura del terrorismo, o pensa che i migranti rubano il lavoro?
Che sono falsi miti sui rifugiati alimentati dall’estrema destra. Semplicemente, questa gente fugge dai terroristi. E in Ue stiamo invecchiando, serve qualcuno che paghi le pensioni. Dobbiamo dire basta a questo populismo della destra. Porta solo a mettere il povero contro il povero.
Basta questo a cancellare la paura?
Ciò che è lontano e sconosciuto mette sempre un po’ di paura. Ma noi diciamo che se la guardi in faccia questa persona, e ti spiega la sua vita, lo vedi che è uguale a te. E tu nella sua situazione faresti la stessa cosa. Una madre con suo figlio di tre anni su un barcone: se è lì deve esserci un motivo molto, molto grave. La chiave è metterci per un attimo nei loro panni.

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