Buona a metà

Ora la canapa ha una legge nazionale, che però lascia fuori le inflorescenze

Infiorescenza di canapa
Inflorescenza di canapa (Foto di Maila Iacovelli)

Alla fine la coltivazione della canapa industriale vanta la sua legge nazionale, dopo anni di incertezze e un quadro normativo fatto da direttive europee, due semplici circolari ministeriali o norme repressive sugli stupefacenti che hanno visto non pochi raccolti andare in fumo tra sequestri e operazioni di forze di polizia.

Le Camere hanno approvato una legge che è entrata in vigore a metà gennaio e che riconosce finalmente alla canapa le sue potenzialità, per il contributo che può dare alla “riduzione dell’impatto ambientale in agricoltura”, della “desertificazione” e della “perdita della biodiversità”. Insomma,  la canapa non è più una pianta cattiva da estirpare ma una filiera da sviluppare e sostenere, tanto che vengono stanziati 700mila euro l’anno per migliorarne  produzione e trasformazione.

D’ora in poi non è più necessaria alcuna autorizzazione per la semina di varietà di canapa certificate con contenuto di thc inferiore allo 0,2% poiché è saltato l’obbligo di denuncia presso le forze di polizia. Viene previsto un tetto di tolleranza di thc in campo, fino allo 0,6%, superato il quale scatterà il sequestro ma il coltivatore non verrà ritenuto responsabile e sarà salvo da conseguenze penali. Dovrà solo conservare i cartellini delle sementi per almeno 12 mesi e le fatture di acquisto.  Ancora non sappiamo  come concretamente queste risorse verranno spese. Una partita cruciale sarà quella legata agli investimenti per individuare adeguati processi di meccanizzazione e per far nascere centri di raccolta e prima trasformazione nei territori legati alle diverse varietà di canapa e dunque ai diversi utilizzi affinché si possa affrontare con cognizione di causa il mercato.

Ma per la nuova legge la pianta di canapa è buona solo a metà. Sì ai semilavorati da vendere alle imprese di trasformazione “quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti”, sì agli “alimenti” purché derivanti da semi, farina da semi e oli da semi. Tutta un’altra storia per le inflorescenze che nella legge non vengono mai nominate e sembrerebbero condannate a marcire nei campi: sono queste a contenere i principi attivi, come il thc che produce gli effetti stupefacenti della marijuana. Peccato che i fiori siano anche ricchi di Cbd che ha notevoli proprietà salutistiche e terapeutiche senza dare effetti psicoptropi. D’altronde la diffidenza è dura a morire e non è un caso che per sbloccare il lungo iter parlamentare le regole sulle inflorescenze si siano volute sacrificate. Per il ministero della Salute i confini sono chiari: “il regolamento 178 del 2002 esclude dalla definizione di alimento gli stupefacenti e le sostanze psicotrope” e “i fiori di cannabis rientrano tra queste sostanze”. Quel regolamento è ancora in vigore. Non essendoci un divieto esplicito, l’ambiguità regna, e l’allettante mercato delle inflorescenze è esploso con vetrine, virtuali e non, di aziende che vendono prodotti derivanti dal fiore, dalla birra alle tisane e non solo.  Molta attesa c’è per il decreto del ministero della Salute che doveva essere varato entro metà luglio e che deve definire i “livelli massimi di residui di thc” ammessi negli “alimenti”.

La questione è delicata: se il decreto si ispirerà alla legislazione tedesca che ha limiti molto restrittivi si rischia di azzoppare buona parte dello slancio. “Noi di Federcanapa, insieme ad EIHA, proponiamo al governo italiano e alla CE una via intermedia, come del resto fanno in Canada e in Australia”, spiega il presidente Beppe Croce che è anche responsabile Agricoltura di Legambiente. Le varietà coltivate in Italia hanno “tendenzialmente una presenza più alta di THC”, seppur sempre in quantità “infinitesimali” oltreché di “Cbd di cui tracce importanti si ritrovano per contaminazione dalle resine anche nel seme”.   

I tempi per fare chiarezza si annunciano più lunghi dei sei mesi imposti dalla norma e scaduti ormai 15 giorni fa. E’ stato costituito “un gruppo di lavoro con componenti ministeriali e scientifiche” per arrivare a definire i limiti di Thc che ha “predisposto una proposta” di decreto. “Tale norma, visto che fissa i limiti per un contaminante, prima della sua adozione deve essere notificata alla Commissione per la successiva valutazione” e “solo alla conclusione di questo iter potrà essere adottata”, si spiega dal ministero.

Tante le sfide da raccogliere. L’Italia deve ricostituire il proprio patrimonio genetico disperso quando gli enti di ricerca, nell’isteria proibizionista, sono stati obbligati a campi recintati, sorveglianza e illuminazione notturna con costi impossibili. Eccetto poche varietà, dipendiamo dall’approvvigionamento dalla Francia.  Un passaggio chiave è il lavoro di armonizzazione con le Regioni che hanno varato o stanno varando proprie leggi. Infine ma non ultima la questione della formazione delle forze dell’ordine: pure questa tutta da costruire. 

Intanto sta circolando la notizia che tra le diverse sedi del Crea destinate alla chiusura ci potrebbe essere Rovigo. Sarebbe “grave”, afferma Croce, perché “Rovigo è l’unico centro di ricerca pubblico che conserva e sviluppa il patrimonio genetico delle varietà nazionali di canapa. E’ il fornitore delle talee per l’istituto farmacologico militare di Firenze da cui si ricava il prodotto che viene distribuito nelle farmacie”. Che già è assolutamente insufficiente, come ricordano tanti malati costretti ad assumersi enormi rischi e a procurarsi la loro medicina e/o il loro sollievo illegalmente e da sè.

Costanza Zanchini, nata a Roma nel 1969, giornalista parlamentare per l'agenzia di stampa Askanews. Con la fotografa Maila Iacovelli collabora con altre testate approfondendo temi anche diversi dal Parlamentare, come questo reportage sul mondo della canapa industriale.
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