Verità da approfondire

Dalle carte declassificate emergono scenari inquietanti. Come lo scambio tra armi e rifiuti su cui indagava Ilaria Alpi. Parla il presidente della commissione Ecomafie, Alessandro Bratti: “La verità giudiziaria e quella storica non necessariamente coincidono. La prima ha un suo percorso e delle sue regole. L’altra no”

BRATTI
Se dovessi iniziare oggi la legislatura farei un approfondimento per capire dove in quegli anni sono stati smaltiti i rifiuti, in cambio di cosa». È l’idea che si è fatto Alessandro Bratti, presidente della commissione di inchiesta sulle Attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, dopo aver letto i documenti sulle “navi dei veleni”, resi disponibili l’8 febbraio scorso. Anche perché uno di quei documenti, come dichiara Bratti in questa intervista, riguarda il duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio e «può avvalorare la tesi che uno dei filoni su cui indagava la giornalista era il rapporto fra traffico di armi e di rifiuti».

C’è voluto tanto ma alla fine la sua commissione ha ottenuto il declassamento dei documenti sui traffici di rifiuti. Che quadro emerge?
Uno scenario fatto di traffici di armi e navi che le trasportavano. Nella copiosa documentazione ci sono notizie già in qualche modo raccontate. Che ci fossero questi traffici è stato evidenziato in passato da varie indagini. Ci sono poi informazioni, sempre già conosciute, sull’affondamento di navi e sui punti in cui sono affondate.

Quali sono gli elementi di novità?
Tutti i documenti sono rilevanti, tanto che suscitano la curiosità degli altri paesi coinvolti. Io ho trovato di particolare interesse due documenti per gli elementi di novità che presentano. Un dossier su Giorgio Comerio, perché è del Sismi, quindi scritto da investigatori specializzati, che mette in connessione i traffici di armi, di rifiuti, personaggi come Comerio e Marocchino e addirittura l’affondamento della Moby Prince. Giorgio Comerio si conferma un personaggio pieno di luci e ombre: da un lato sembra che millanti, dall’altro ha fondato la società Odm (per la realizzazione di penetratori che smaltivano scorie a grandi profondità, ndr), che aveva contatti con molti paesi. Emerge anche un documento, che desta preoccupazione nei paesi interessati, in cui si parla dello smaltimento di circa 200.000 fusti provenienti da Taiwan in Corea del Nord. L’altro documento che ritengo molto interessante è una nota del Sismi del luglio 2003 all’allora ministro degli Esteri Franco Frattini in cui si segnala lo sbarco sulle coste somale di due navi piene di rifiuti. La prova di un mercato che si è protratto nel tempo, anche dopo gli accordi internazionali che lo vietano.

Ha dichiarato che l’aspetto che più l’ha colpita, acquisiti i documenti, è quello relativo ai traffici di armi e di rifiuti. Che idea se n’è fatto?
Forse insistere così tanto sull’affondamento delle navi può aver nascosto o deviato l’attenzione rispetto allo scambio di rifiuti e armi, che mi sembra più interessante da approfondire. Sono sensazioni, non ho mai negato che ci siano stati affondamenti con rifiuti tossici, ma secondo me il tema vero di quegli anni sono i traffici che riguardavano paesi che davano armi in cambio di siti in cui smaltire rifiuti. Se dovessi iniziare oggi la legislatura farei un approfondimento per capire dove sono stati smaltiti quei rifiuti, in cambio di cosa, cosa è successo in quei paesi. Perché se prendevano i rifiuti chiedevano qualcosa in cambio: soldi o armi.

Ci sono elementi per andare avanti in sede giudiziaria?
Non è facile per cose di quasi trent’anni fa. Se ci sono stati, tanti reati sono andati in prescrizione. A quell’epoca anche gli accordi internazionali erano diversi e di fatto il trasporto di rifiuti da un paese all’altro era lecito. Non è facile ottenere la verità giudiziaria, ma non c’è dubbio che i fatti storici raccontati fino ad oggi abbiano un fondamento di verità.

Lei ha curato la relazione della commissione sia sul caso De Grazia che sulle “navi dei veleni”. Le relazioni dei servizi sulle navi affondate precedono di pochissimo tempo la morte del capitano. Sono emersi elementi che possono sollecitare la riapertura delle indagini?
L’elemento che poteva dare un nuovo impulso è stata la rivisitazione dell’autopsia, nella scorsa legislatura. Abbiamo scritto alla procura di Nocera Inferiore per chiedere se poteva riaprire le indagini. Mi rendo conto che riaprire un caso dopo vent’anni sia difficile. Per dimostrare che è stato un omicidio devi avere piste nuove eclatanti, come una ricostruzione con intercettazioni ambientali. L’unica novità è il licenziamento della persona che ha fatto le prime due autopsie su Natale De Grazia, Simona Del Vecchio, che è stata anche denunciata per false autopsie. Una serie di indizi portano a dire che il caso è stato archiviato troppo in fretta.

Anche qui avremo una verità storica ma non giudiziaria?
Assolutamente. E peraltro non necessariamente coincidono. La verità giudiziaria ha un suo percorso e delle sue regole. Quella storica no. Che ci siano cose che sono capitate è fuori discussione, che ci siano misteri intorno a quella morte idem. Ci sono interrogativi e misteri mai risolti anche rispetto al fatto che morto De Grazia si è di fatto disintegrato il suo pool investigativo, con motivazioni a mio parere poco giustificate.

Dopo gli ultimi sviluppi giudiziari, la procura di Roma ha riaperto le indagini sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin con l’ipotesi di depistaggio. Letti i documenti desecretati, ci sono spunti per la commissione e la magistratura?
Uno dei primi documenti declassificati con il via libera del Copasir riguarda un’intercettazione a Giancarlo Marocchino, che pare fosse una sorta di consulente della commissione “Ilaria Alpi” presieduta da Taormina. Abbiamo desecretato quelle intercettazioni perché contribuiscono a delineare la figura di Marocchino, che aldilà delle sue funzioni si occupava anche di traffico di rifiuti. Il documento può avvalorare la tesi che uno dei filoni su cui indagava la giornalista era il rapporto fra traffico di armi e di rifiuti. Resta da capire dove andavano a finire i rifiuti, come li hanno smaltiti. Ma la Somalia non è un paese dove puoi andare a fare approfondimenti. L’abbiamo chiesto, non ci fanno andare.

Giornalista ambientale, per La Nuova Ecologia cura le sezioni inchiesta e storie. Per il canale video LanuovaecologiaTV realizza dirette streaming, video interviste e il montaggio di video servizi. Contatti: loiacono@lanuovaecologia.it @francloia
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