Bonificare si può, perché non farlo?

 Giorgio Zampettidi Giorgio Zampetti *

Il 2014 si è chiuso con una terribile sconfitta per chi ogni giorno lotta e muore a causa dell’amianto e per tutti i cittadini che ancora oggi aspettano un’adeguata azione di risanamento del territorio dalla pericolosa fibra: la sentenza di prescrizione della Cassazione sul processo Eternit. Ci saremmo aspettati che all’indignazione il governo rispondesse con atti concreti per dare giustizia alle vittime. Ma così non è stato e il Piano nazionale amianto, presentato nel marzo 2013, lo scorso 9 dicembre è stato bocciato nuovamente dalla Conferenza Stato- Regioni.

Sono passati ventitré anni da quando l’Italia, con la legge 257 del 1992, ha messo al bando l’amianto obbligando Stato e Regioni a mettere in campo fin da subito un adeguato piano di prevenzione e bonifica. Una sfida complessa, se si pensa che il nostro paese è stato fino al 1992 il secondo produttore europeo. Occorre intervenire su più livelli, con un’azione coordinata ed efficace mettendo in campo gli strumenti adeguati per le bonifiche; individuare i siti prioritari da cui partire, come le scuole, in cui ancora oggi come dimostrano i dati del dossier di Legambiente Ecosistema scuola la presenza di amianto è molto diffusa; risolvere la mancanza di impianti di smaltimento, perché ancora oggi circa il 75% dei rifiuti contenenti amianto finisce nelle discariche oltre confine.

Servono poi adeguate campagne di informazione e di supporto ai cittadini per affrontare il problema, oltre che risorse economiche per le bonifiche dei grandi impianti industriali e strumenti di incentivazione per le bonifiche. Fino al 2013 l’extra incentivo per la sostituzione delle coperture in amianto con il fotovoltaico, ad esempio, ha consentito il risanamento di ben 30mila tetti per una superfice di più di 20 kmq e di installare circa 3 GW di fotovoltaico. Numeri estremamente positivi a cui però è seguita la sua soppressione. Eppure per rimettere in moto questo circuito virtuoso che coniuga le bonifiche, l’impiego di tante aziende e addetti al settore e la produzione di energia rinnovabile, servirebbe poco.

* coordinatore ufficio scientifico Legambiente

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