Biodinamica come la terra

Quando alcuni agricoltori vicino alla sua azienda hanno scoperto che avrebbe iniziato a produrre con quel “metodo strano”, gli hanno preannunciato il fallimento. «Sono stati i risultati a fargli cambiare idea e ora quegli stessi scettici agricoltori vengono addirittura a chiedermi consigli». Enrico Amico, 46 anni, laureato in Agraria, oggi è a capo di Amico Bio, la più grande azienda biodinamica dell’Italia centro-meridionale, attiva in un territorio difficile come quello della provincia di Caserta. Come Amico Bio, sono oltre 4.500 le aziende italiane che hanno scelto il metodo di coltivazione messo a punto un secolo fa dal filosofo austriaco Rudolf Steiner. Un metodo che vuole mettere in equilibrio la produzione della terra con l’ecosistema del pianeta, eliminando fertilizzanti, minerali sintetici e pesticidi chimici, fino a considerare l’azienda come un organismo. «Una filosofia di vita per apprezzare tutta l’armonia di un campo coltivato – si legge sul sito della Demeter, il marchio di proprietà intellettuale collettiva nato nel 1928, a cui fa capo l’intero settore – Con il metodo biodinamico, l’agricoltura è in sintonia con la natura, la terra e gli uomini».

La biodinamica nel nostro paese colleziona primati: gli italiani sono i primi esportatori al mondo, secondi per produzione solo agli Stati Uniti, con una performance di incremento di fatturato che ha raggiunto il +20% solo nel 2015. «Le verdure hanno colori più vivi, i prodotti sono più croccanti», raccontano da Amico Bio. Un metodo che non vuole fare da modello solo per le piccole aziende, come testimoniano non solo gli ottanta collaboratori dell’azienda casertana ma anche realtà biodinamiche toscane di oltre 1.000 ettari. O il fatto che la più grande azienda agricola in Molise sia proprio gestita da un seguace di Steiner. Il legame con la filosofia biodinamica non è solo business, come racconta l’asilo steineriano messo a disposizione dei dipendenti di Amico Bio. «Abbiamo cercato anche di ricreare un legame tra agricoltura e cultura», continua Enrico Amico, raccontando la scelta di prendersi cura della ristorazione dell’anfiteatro campano di Santa Maria Capua Vetere. «Qui ha combattuto Spartaco. E anche noi – sorride l’agricoltore – ci sentiamo un po’ come gli Spartaco degli anni Duemila».

Leader nella produzione, l’Italia è invece molto indietro, per quanto riguarda i consumi, rispetto ad altri paesi europei, dove la domanda di prodotti biodinamici ha superato l’offerta. Anche i prodotti di Amico Bio sono venduti principalmente in Germania e Svizzera. «Il mercato è quasi tutto estero – dice Enrico Amico, pochi minuti prima di prendere un volo per la fiera ortofrutticola di Berlino – ed è un peccato. I nostri prodotti hanno costi sostanzialmente uguali a quelli biologici, ma nascono da un approccio completamente diverso».

La differenze forse più nota tra biologico e biodinamico riguarda il non utilizzo di rame e acido citrico, consentito nel bio, e il ricorso a preparati fertilizzanti prodotti ad hoc. Ma per gli agricoltori biodinamici non è l’unica e forse neppure la principale. «Siamo stati biologici per dieci anni – racconta Amico – e per dieci anni abbiamo comprato concimi organici che pur non avendo un’origine chimica hanno comunque un costo ambientale legato alla vendita e al trasporto». Dal 2005, invece, scegliere il metodo biodinamico ha significato diventare autosufficienti grazie alla produzione di semi, al ricorso al letame di allevamenti locali e alla realizzazione di un impianto fotovoltaico per la produzione di energia. «Con la biodinamica si cambia il paradigma e si lavora senza l’aiuto di nessun prodotto industriale – continua – Forse per questo non siamo molto amati dai poteri forti».

Non mancano le accuse al biodinamico, soprattutto dopo che il ministero dell’Agricoltura ha inserito questo metodo nel Piano strategico nazionale per lo sviluppo del sistema biologico. Sotto accusa, in particolare, i “preparati biodinamici”, che secondo alcune scuole accademiche non hanno alcun tipo di base scientifica. Tra le procedure obbligatorie per ricevere il marchio Demeter, infatti, figurano quella di sotterrare vesciche di cervo con dentro dei fiori di achillea; spruzzare sul terreno in diluizione omeopatica composti ottenuti da letame e sostanze vegetali; utilizzare il “preparato 500”, ovvero l’humus derivato dall’interramento di un corno di mucca riempito di letame.

«Non essendo ingegneri elettronici, potremmo pensare che il cellulare sia una magia: eppure, visto che funziona, accettiamo il suo funzionamento. L’atteggiamento di chi critica i preparati perché non ha la prova del loro funzionamento è simile. Io mi accontento di vedere l’evidenza: funzionano». Stefano Bellotti ha 59 anni e ha iniziato a interessarsi all’agricoltura biodinamica da giovanissimo, 41 anni fa, quando non era ancora stato codificato il termine “biologico”. «I miei primi insegnanti sono stati i contadini di un tempo, che mi hanno fatto capire come si possa fare agricoltura anche senza agganciarsi al rimorchio dei prodotti chimici». La Cascina degli Ulivi, 50 ettari nella campagna di Novi Ligure, nasce negli anni ‘30 e diventa biodinamica nel 1984. Nei suoi terreni lavorano una ventina di collaboratori. Il cuore è la viticoltura (per la produzione di Dolcetto, Barbera e Cortese) ma l’azienda offre anche un’attività ristorazione, è presente un piccolo allevamento bovino, si panifica e ovviamente si coltiva. Bandito ogni fertilizzante, sia organico che chimico, nel vigneto è utilizzato solo compostaggio vegetale con la tecnica del sovescio, ovvero la semina di erbe specifiche che possono dare una concimazione organica alla fine del loro ciclo vitale. Il biodinamico, inoltre, permette l’utilizzo di metà del quantitativo di rame consentito nel biologico. D’altronde, come spiega il viticoltore, se le piante sono nutrite da un terreno sano, non c’è bisogno di alcun prodotto aggiuntivo.

«Nelle piastrelle non nasce nulla e neppure nel deserto – continua Bellotti – Ogni pianta deve comunicare con il cosmo e ricevere le lunghezze d’onda che gli portano la vita. I preparati biodinamici non fanno altro che migliorare questo meccanismo di comunicazione e i risultati sono evidenti». Tanto che i cuochi del suo ristorante si sconvolgono sempre per la piccola quantità di sale che devono utilizzare, tanto sono saporiti i frutti della terra a Cascina degli Ulivi. «Quando uno si abitua ai nostri vini, è difficile che torni indietro – sorride Bellotti – Negli anni ‘80 avevo fatto una cena con un viticoltore che mi aveva dato del perdente perché avevo scelto la biodinamica – ricorda – Dopo venticinque anni, l’ho rivisto nella mia azienda e mi ha confessato di aver capito solo ora che il perdente in realtà era lui». Dopo un quarto di secolo, a fine carriera, è diventato anche lui un seguace, convinto, di Steiner.

 

OCCHIO ALLA BUFALA

Quattro luoghi comuni da sfatare

L’agricoltura biodinamica applica pratiche magiche e astrologiche

Falso. I disciplinari della biodinamica contengono solo pratiche agronomiche.

Il fondatore della biodinamica Rudolf Steiner non era laureato

Falso. Rudolf Steiner era un chimico laureato al Politecnico di Vienna, conseguì doppia laurea e dottorato di ricerca e svolse per anni ricerche agricole in campo prima di divulgarne i risultati.

La biodinamica è legata al nazismo

Falso. Steiner insegnò per anni nella scuola del sindacato tedesco. Negli anni Quaranta, sotto il nazismo e il fascismo, la società steineriana fu soppressa in Germania e in Italia.

La produzione biodinamica è possibile solo in piccole aziende

Falso. Sono biodinamiche aziende agricole di migliaia di ettari come aziende familiari di piccole dimensioni.

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