Benessere senza Pil

di Daniele Sivori

Nella dimensione circolare economia e ambiente sono termini complementari di una più ampia idea di benessere. Di questa idea ha parlato l’ospite d’onore di Circonomìa, il primo festival dell’economia circolare che si è tenuto a maggio nelle Langhe. Si tratta di Jean-Paul Fitoussi, l’economista che presiede l’Osservatorio francese sulle congiunture economiche (Ofce) «L’economia lineare non funziona, l’economia è “per definizione” circolare. In circolo si cammina sempre, procedendo lungo una linea si arriva irrimediabilmente alla fine».

L’economia circolare può attenuare i disagi sociali?

Il problema è che una piccola minoranza ha un’enorme ricchezza. E poi c’è il problema della sparizione della classe media e di una domanda troppo debole. Ciò si traduce in speculazione sugli asset posseduti dai più ricchi. Io ho un approccio diverso: faccio fatica con concetti come il Pil, che non valuta ciò che ritengo invece fondamentale: il benessere e la sostenibilità.

Cosa non funziona nel concetto di Pil?

Ho scritto un libro con Joseph E. Stiglitz e Amartya K. Sen (La misura sbagliata delle nostre vite, ndr) in cui si spiegano i tanti difetti di questo indicatore: cresce quando il traffico aumenta, quando ci mettiamo più tempo nel tragitto casa-lavoro. Perché si spende di più in benzina, dato però sfavorevole all’ambiente. Il Pil aumenta quando cresce la violenza, perché bisogna investire e spendere contro la violenza… si spende per contrastare il terrorismo.

Vanno cambiati i riferimenti statistici?

Nella crescita del Pil non si distingue cosa fa aumentare il benessere da cosa lo fa diminuire. Per definizione il Pil è lordo. Non fa riferimenti a ciò che bisogna distruggere dopo che si è utilizzato qualcosa… Sì, abbiamo bisogno di cambiare metrica. Questa metrica si avvicina all’economia circolare, perché tiene conto delle generazioni future.

Spesso ha criticato le politiche di abbattimento del debito…

Ridurre il capitale umano e sociale per abbattere il debito pubblico è la politica più sbagliata: togliere l’1% di debito pubblico significa abbattere del 10% il capitale umano e sociale. Io non sono un nemico dell’Europa, ma l’austerità si è tradotta in distruzione di lavoro e di capitali sociali ed economici. I livelli di disoccupazione sono peggiori di quelli degli anni Trenta e le conseguenze drammatiche. Basti guardare alla Grecia: la sanità è stato uno dei settori pubblici a soffrire di più per la crisi. I piani di austerità che Atene ha concordato con le istituzioni europee e internazionali hanno pesato sullo stato del servizio sanitario, gravando sulla salute dei cittadini. Come se non bastasse, la gente ha cominciato a bruciare legna per riscaldarsi e le malattie respiratorie sono aumentate. A chi è servita questa brutalità?

Ma il benessere si può misurare?

Ci siamo interessati al benessere per capire quali siano i suoi elementi determinanti. In primis, la salute. Poi c’è l’educazione: se non capiamo in che mondo viviamo, come possiamo essere felici? Poi c’è un dato universale, uno dei pochi in economia: la disoccupazione costa molto di più che la perdita di reddito con la perdita di occupazione, perché ci sono ricadute sulla salute e sulla socialità. Altro elemento è la partecipazione alla vita della città, “se non mi interesso alla politica vuol dire che il mio benessere è basso”. Infine l’ambiente, la qualità ambientale e l’alloggio. Prendiamo questi elementi e vediamo come misurarli.

Ci sono politiche più efficaci di quelle portate avanti dall’Europa?

Se diciamo “l’inflazione è bassa, abbiamo vinto” la gente risponde “chi se ne importa, vogliamo altro”. Bisogna indagare fra la gente, chiedere: “Siete felici?”. Esistono tante indagini sull’approccio soggettivo del benessere. Ne cito una di Amartya Sen, condotta in India, dove in molte città le donne lavorano tantissimo e gli uomini passano il loro tempo al bar. Il risultato? Donne in salute che si dichiarano felici, mentre gli uomini si dichiarano in cattiva salute e infelici. Questo per definire il concetto di soggettività.

Lei prima parlava di sostenibilità…

Una società è detta sostenibile se lascia in eredità un capitale almeno uguale a quello di cui ha goduto. Capitale economico ma anche sociale, umano e naturale. Se a beneficiare del reddito sempre più crescente è solo l’1% dei cittadini, il resto si ribella. Come conseguenza di tutto ciò spuntano leader come Le Pen e Trump. Come diceva un giudice della Corte costituzionale americana: “Possiamo avere ricchezza in poche mani o possiamo avere democrazia, non possiamo avere entrambe”. Possiamo e dobbiamo essere ambiziosi, consegnare un capitale anche più grande di quello abbiamo goduto. Siamo in una società di servizi, dunque possiamo lasciare alle generazioni future un livello più elevato di servizi: la crescita deve essere soprattutto qualitativa.

La testata è nata nel 1978 con il nome di Ecologia (diventerà La Nuova Ecologia l'anno successivo) insieme ai primi gruppi ambientalisti... Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia
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