I benefici comuni fanno statuto

Una legge con risultati sorprendenti. Anche per chi l’ha promossa, come spiega il senatore Mauro Del Barba

b_corp_011216061Assumere donne single e madri o dare lavoro ai rifugiati, promuovere lo sport o la cultura, oppure migliorare la qualità dell’aria. Sono solo alcuni esempi delle finalità che le imprese possono scrivere nel proprio statuto grazie alla legge sulle società benefit. E che amministratori e manager devono perseguire con lo stesso impegno con cui puntano al profitto. Nella legge di Bilancio 2016, approvata a dicembre 2015, sono state inserite le nuove norme sulle cosiddette società benefit, contenute nel disegno di legge “Disposizioni per la diffusione di società che perseguono il duplice scopo di lucro e di beneficio comune”, primo firmatario il senatore Mauro Del Barba del Pd. L’Italia è così diventata il primo paese in Europa e il secondo al mondo dopo gli Stati Uniti a consentire che le imprese profit possano mettere nero su bianco fra gli obiettivi del proprio business la creazione di impatti positivi verso l’ambiente, i lavoratori e la società più in generale.

«Immaginavamo che all’inizio del primo anno ci saremmo dedicati solo alla diffusione della legge e invece il 2 gennaio 2016 era già nata la prima società benefit – afferma Del Barba, senatore Pd – C’è stata una risposta straordinaria degli imprenditori. Forse perché ormai c’era l’esigenza di superare i limiti della responsabilità sociale d’impresa. E anche perché la tradizione economica e culturale italiana vede l’impresa legata al territorio e all’ambiente in cui opera, con valori tanto più evidenti quando c’è una proprietà familiare, anche di una grande società quotata in borsa». Per diventare benefit le società devono modificare il proprio statuto e iscriversi in un apposito albo presso le Camere di commercio. Ogni anno devono redigere una relazione d’impatto per informare in modo trasparente pubblico, amministratori e azionisti sui risultati raggiunti nella generazione di benefici comuni. Se non lo fanno, scatta un procedimento di verifica dell’Autorità garante per la concorrenza e il mercato. «Non si può barare – riprende Del Barba – Gli amministratori di una società benefit sono tenuti a lavorare bilanciando gli obiettivi di bilancio con quelli di beneficio comune, senza mai scegliere il profitto a scapito dell’ambiente e del sociale».

Le società benefit non hanno incentivi fiscali ma un immeditato vantaggio di competitività, perché la certificazione che misura gli impatti obbliga a rivedere tutta la gestione delle attività, rendendole più efficienti anche dal punto di vista economico. «Soprattutto – aggiunge Del Barba – c’è un alto riconoscimento sociale verso queste imprese: i giovani più qualificati preferiscono lavorare nelle aziende che fanno della sostenibilità un obiettivo e il mercato le premia più delle altre». Nel 2016 circa cento aziende hanno modificato il proprio statuto, un numero che cresce di settimana in settimana. «Sono già, e saranno sempre più, un volano per la ripresa economica – conclude Del Barba – Lunga vita delle imprese e profitto, d’altronde sono due cose che viaggiano insieme».
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Giornalista ambientale, per La Nuova Ecologia cura le sezioni inchiesta e storie. Per il canale video LanuovaecologiaTV realizza dirette streaming, video interviste e il montaggio di video servizi. Contatti: loiacono@lanuovaecologia.it @francloia
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