I sussidi alle fonti fossili continuano a crescere nonostante le principali economie del pianeta, a partire dall’Europa, sin dal 2009 nel G20 di Pittsburg si siano impegnate a eliminarli. Nel 2015, secondo l’ultima stima del Fondo monetario internazionale (Fmi), raggiungeranno l’astronomica cifra di 5.300 miliardi di dollari, ossia il 6.5% del Pil globale, con un aumento del 10,4% rispetto al 2013.

L’aumento previsto per l’Europa è superiore alla media globale, l’11,6% con ben 231 miliardi di dollari. Avanti all’Europa la Cina con 2.272 miliardi (+22%), seguita da Stati Uniti con 699 miliardi (+14%) e Russia con 335 miliardi (5.7%). Tra i 28 paesi dell’Ue al primo posto c’è la Germania con 55,6 miliardi (+10,5%), seguita dal Regno Unito con 41,2 miliardi (+12.2%), Francia con 30,1 miliardi (+13.2%), Spagna con 24,1 miliardi (+16.4%), Repubblica Ceca con 17,5 miliardi (+15.9%) e Italia con 13,2 miliardi (+3.1%).

La valutazione considerano i sussidi diretti e quelli indiretti come le esternalità ambientali e sanitarie non incluse nei sistemi fiscali. L’Fmi stima che – grazie all’eliminazione dei sussidi diretti e all’extra-gettito derivante dalla totale inclusione delle esternalità – si renderebbero disponibili 1.800 miliardi di dollari (2,2% del Pil globale), senza aumentare il prezzo dell’energia per famiglie e imprese. Si tratta di considerevoli risorse aggiuntive da investire nella transizione verso un sistema energetico fondato al 100% sulle rinnovabili entro il 2050, che contenga il riscaldamento del pianeta al di sotto della soglia critica dei 2°C. Basta con i rinvii.

Al prossimo G20, che si terrà ad Antalya in Turchia il 15 e 16 novembre, l’Europa deve farsi promotrice di un piano d’azione che recepisca gli impegni assunti nel 2009 a Pittsburg.

Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles
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