“Basta parlare alla pancia del paese”

portelli

La memoria? Una pratica da esercitare per «rivitalizzare il nostro spirito critico». E non solo un «contenitore di ricordi». Alessandro Portelli, storico, profondo conoscitore della cultura americana, che continua a studiare e spiegare da professore ordinario di Letteratura anglo-americana all’università La Sapienza di Roma, affronta in questa intervista con Nuova Ecologia le paure e i rischi di una stagione difficile. Che dalle periferie italiane all’Europa, fino alla “pancia” degli States, ricorda appunto i momenti più bui della nostra storia recente.

Trump, Putin, Brexit. Il governo polacco, quello ungherese. Lo spettro di Marine Le Pen che sembra pesare sulle sorti stesse dell’Europa. La reazione alla crisi economica del 2008 sembra condurci verso schemi simili a quelli che hanno fatto seguito a quella del ‘29. Questo trionfo dei populismi è il preludio di un ritorno al fascismo?

“L’America rischia di darsi in mano a una sua nuova forma di fascismo, sia pure in nome dei suoi più alti ideali”, scrisse molti anni fa Cesare Pavese. Credo che quello che accadrà non sarà tanto un’abolizione dei parlamenti né un ritorno al partito unico, quanto una stretta di tipo autoritario. Vorrei aggiungere che alla crisi del ‘29 ci furono sì le risposte fasciste e naziste, ma anche quella del New deal negli Stati Uniti. In questo momento di paragonabile al New deal non vedo niente. Se c’è una differenza accentuata fra le tendenze reazionarie di oggi e il fascismo è che quest’ultimo aveva un’ideologia fortemente statalista, mentre le destre reazionarie di oggi sono estremamente liberiste.

Smantellamento del sistema sanitario pubblico, a proposito di liberismo. Ampliamento del muro fra Usa e Messico. Stop ai fondi per le organizzazioni che praticano o fanno informazione sull’aborto fuori dal territorio americano. Il Muslim ban. Trump sta tenendo fede alle promesse. Cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi anni? Le proteste andate in scena a New York e in California si allargheranno al resto del paese?

Come lei stesso ha notato, le proteste sono concentrate nelle aree metropolitane. Ecco, penso che per poterle espandere i contestatori devono avere un po’ di umiltà. Andare a fare i conti con i disagi, le preoccupazioni e le paure di tantissima gente perbene, che magari quattro e otto anni fa ha votato Obama. È vero che queste proteste sono confortanti, anche perché prima non ci sono state, ma la possibilità di cambiamenti più ampi arriverà soltanto nel momento in cui molti elettori di Trump cominceranno a rendersi conto che le controriforme del presidente colpiscono direttamente loro: l’attacco all’assistenza sanitaria, per esempio, mette letteralmente a rischio la vita di milioni di persone. E se ne accorgeranno. Non in tempi brevi, e forse neanche nell’arco dei quattro anni. Spero di sbagliarmi.

Gli Stati Uniti non sono, purtroppo, un caso isolato. Per venire a casa nostra, tempo fa in un quartiere di Roma, era il 2015, andò in scena la protesta di una parte dei residenti contro l’arrivo di un gruppo di rifugiati in un centro di accoglienza. Col sostegno di Casapound, bloccarono la strada per impedire l’accesso degli immigrati. Da allora, basti pensare a Gorino, fatti come questo non fanno che ripetersi. Non c’è traccia di una resistenza democratica, civile. Quando abbiamo lasciato campo libero al razzismo?

Penso che in gran parte questo dipenda dalla completa scomparsa dell’organizzazione politica a livello di base. Da questa idea del partito “leggero”. Dalla politica fatta solo attraverso i media e quindi da un abbattimento non solo della partecipazione ma proprio di una pedagogia democratica. Immagino che il razzismo ci sia sempre stato, ma prima erano presenti e forti delle realtà che dicevano alla gente che non andava bene, che riuscivano a tenerlo sotto controllo. E non penso solo alle sezioni del Pci, ma anche alla Democrazia cristiana, alle parrocchie. La scomparsa dei partiti di massa ha lasciato i cittadini esposti alla pedagogia della peggior televisione commerciale, agli usi più sbagliati dei media e ora dei social. Non c’è più nessuno che insegni niente, la stessa scuola pubblica è oggetto di un attacco durissimo da un quarto di secolo. Tutto questo lascia spazio alle peggiori pulsioni. La politica deve smetterla di parlare alla “pancia” o al “cuore” dei cittadini. Bisogna ricominciare a parlare ai “cervelli”.

Non facciamo che parlare dell’importanza della memoria, celebriamo ogni singolo accadimento del passato. Ma l’atteggiamento di trattare la storia come qualcosa di secondario, se non di ornamentale, è molto diffuso. Come si rivitalizza quella memoria che può fare da antidoto al virus che sta contagiando l’intera Europa?

Parlare di memoria non significa necessariamente parlare degli anni ‘40, della seconda guerra mondiale e così via. La memoria è un processo, ma noi non ragioniamo mai sulla memoria recente: la rapidità dell’informazione fa sì che dopo quindici giorni dimentichiamo quello che ci aveva così tanto indignato… Quello che voglio dire è che non dobbiamo pensare alla memoria come fosse solo un contenuto, le “cose che ci ricordiamo”, ma dobbiamo pensarla anche come una pratica. Allo stare attenti al tempo, ad essere capaci di ricordare. Rivatilizzare la memoria non significa semplicemente ricevere informazioni sul passato, ma essere capaci di costruire noi stessi una coscienza critica, di consapevolezza del presente.

Ultimi articoli di

Parliamone

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *