“A Bagnoli decidiamo noi sul nostro futuro”

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foto di Lorenzo Leone

La sensibilizzazione ecologica, insieme alle volontà di partecipazione dal basso, caratterizzano ormai da anni la vita del quartiere napoletano di Bagnoli, che non si è arreso né alla disoccupazione e al disastro ambientale lasciati dalla deindustrializzazione dei primi anni ’90, né al commissariamento del territorio deciso dal presidente del Consiglio. Ne abbiamo parlato con Nicole Amodio, giovane militante di Bagnoli Libera.

Come nasce il movimento Bagnoli Libera e quali sono i vari soggetti e le realtà che animano la vita politica del quartiere?

In Bagnoli Libera si riuniscono le battaglie che portiamo avanti da anni, denunciando il disastro ambientale insieme agli abitanti di Bagnoli. Solo per citare gli eventi più recenti: nel 2012 da Bagnoli è partita la Campagna “Una spiaggia per tutti”, che ha raccolto più di 13mila firme a favore dell’attuazione del piano regolatore che prevedeva la spiaggia pubblica nella zona occidentale di Napoli. L’anno dopo è nato il comitato Bonifichiamo Bagnoli grazie all’attivismo degli spazi sociali del territorio e delle tante persone decise a portare avanti un percorso di lotta. Quando ancora nessuno parlava di Bagnoli, noi cercavamo di indicare i problemi e le possibili soluzioni attraverso iniziative di informazione e sensibilizzazione, azioni dirette e cortei. Nel momento in cui è “scoppiato” il caso Bagnoli ed è entrato in scena il governo, col commissario Nastasi e la sua Cabina di regia, abbiamo dovuto confrontarci con un nemico forte e autoritario. Abbiamo reagito costituendo un’assemblea popolare (Bagnoli Libera) che funzionasse come una “contro-cabina di regia”, per opporci ai tentativi di speculazione occupandoci davvero della riqualificazione dell’area.

Una delle vostre rivendicazioni è che “chi ha inquinato deve pagare”. Quali sono secondo voi i principali responsabili del degrado ambientale di Bagnoli?

La storia di Bagnoli è caratterizzata dall’ingombrante presenza dell’Italsider, che ha inquinato un territorio ricco di sorgenti termali con metalli pesanti e mostri di cemento. La fabbrica chiuse nel ’92, dopo aver contaminato acque e terre circostanti, e Bagnoli venne abbandonato e dimenticato insieme ai rottami industriali. Tutti i governi che si sono succeduti dagli anni ’90 a oggi non sapevano neanche dove fosse Bagnoli. Mentre le amministrazioni locali fingevano di bonificare il territorio, attuavano in realtà politiche clientelari che hanno portato alla costruzione di cattedrali nel deserto, permettendo un raggiro sfacciato delle leggi e dei vincoli urbanistici, come nel caso della costruzione di Città della scienza al posto della spiaggia pubblica, prevista dal piano regolatore. Bagnoli Futura, la società che doveva occuparsi della bonifica, è servita solo a sottrarre fondi pubblici e a impedire che i danni fossero riparati dai diretti responsabili: la Fintecna, proprietaria dei suoli, il Gruppo Caltagirone, proprietario della Cementir, la Fondazione Idis e l’Eternit. Tutto questo i movimenti lo dicevano da tempo, ma solo nel 2012 è partita la maxi inchiesta per truffa allo Stato e disastro ambientale, che ha portato al sequestro dell’area ex Italdiser e all’imputazione di 21 ex dirigenti di Bagnoli Futura. A oggi però nessun giudice ha ancora chiesto il conto a chi ha devastato il nostro territorio.

Il governo commissaria il territorio affidandolo a Nastasi, il sindaco De Magistris si oppone. Ma quali risposte vengono dal basso, al di fuori delle istituzioni?

Il commissariamento è il tentativo di isolare le scelte nelle mani del governo per garantire gli interessi degli speculatori, noi pensiamo al contrario che le scelte sul futuro di Bagnoli debbano essere prese da coloro che abitano e attraversano il quartiere. Proprio per questo i movimenti e la cittadinanza attiva di Bagnoli hanno scelto la forma partecipativa dell’assemblea popolare, un’istituzione autonoma capace di dare parola a tutte e tutti in maniera forte e incisiva. Così, lo scorso 30 settembre, un corteo di centinaia di persone ha occupato i locali della X Municipalità (Bagnoli-Fuorigrotta) al fine di svolgere assemblee pubbliche in un luogo ormai ridotto a un parcheggio per politicanti. Le assemblee continuano a riunirsi con una buona regolarità, con lo scopo di redigere un programma che rispecchi i bisogni e i desideri del quartiere. E anche in altre municipalità di Napoli si stanno sviluppando simili processi assembleari, a riprova del fatto che la voglia di partecipazione è generalizzata ed è arrivato il momento di capire come imporre la volontà popolare alle istituzioni.

Quali sono quindi le vostre proposte?

Noi pretendiamo innanzitutto che la bonifica venga fatta in maniera trasparente, sotto il controllo popolare, e che non si limiti ai suoli ma comprenda anche acque e fondali. La colmata deve essere rimossa e la costa ripristinata, Città della scienza deve trovare una nuova sistemazione in modo da permettere la realizzazione della spiaggia pubblica attrezzata che ancora manca a Napoli. Pensiamo che i finanziamenti debbano essere forniti dai responsabili dell’inquinamento e della truffa della falsa bonifica, senza bisogno di ricorrere esclusivamente a fondi pubblici. Per migliorare la vivibilità del quartiere, inoltre, andrebbe realizzato quel parco previsto dal piano regolatore: si aggiungerebbe ai tanti parchetti che in questi anni sono stati liberati e valorizzati dagli abitanti e dagli attivisti, che sono il cuore della partecipazione, della condivisione e del mutualismo. E che hanno portato Bagnoli a prendere la decisione di resistere. Praticare un nuovo modello di sviluppo, infine, non sarebbe possibile senza ripensare questione occupazionale: i nuovi posti di lavoro sul territorio non dovranno essere degradanti per la mente e per il corpo, ma rispettosi della salute e delle particolarità del luogo e della sua gente. Non è un caso che da Bagnoli, che ha visto nel lavoro prima una speranza di salvezza e poi una mannaia mortale, provengano oltre 1.200 delle 13000 firme raccolte nell’ambito della campagna per l’iniziativa di legge popolare sul reddito minimo in Campania.

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