Apprendere in movimento

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di LUCIA LENCI

Paolo Rumiz è uno dei più noti scrittori di viaggio italiani e il pluripremiato autore di reportage giornalistici. Appassionato di Balcani e di “avventure a piedi”, in questa lunga intervista racconta ai nostri lettori perché camminare è un modo per ritrovare la nostra identità.

Viaggiare e fare il reporter sono due aspetti di una stessa realtà. Quanto la passione per i viaggi ha influenzato quella del giornalista e quale aspetto ha prevalso?

Desideravo viaggiare fin da bambino. Mi sembrava che la vita in famiglia fosse monotona e che i miei genitori si fossero preclusi qualcosa di inspiegabile, nonostante mio padre amasse la montagna. Una vita troppo regolare non mi convinceva, desideravo viaggiare ed esplorare: non mi accontentavo delle cose già viste. Ho cercato inconsciamente di fare dei lavori che mi aiutassero a scoprire il mondo. Avevo pensato al geologo e al naturalista, alla fine ho studiato lettere classiche. Mi sono affacciato al giornalismo a 21 anni proprio grazie ai reportage di viaggio. Da quel momento, con molta costanza, ho cercato di piegare il lavoro a questa mia propensione. Ci ho messo una vita e ho dovuto fare molte cose che non mi piacevano. A 50 anni ho realizzato definitivamente questo mio sogno, che non ho mai abbandonato. Il fatto di poter viaggiare ed essere pagato per farlo, a patto che raccontassi quello che vedevo, mi è sembrato un privilegio assoluto. Mi sento uno dei giornalisti più fortunati al mondo. 

In un mondo in cui ogni luogo è raggiungibile in aereo ha preferito viaggiare con mezzi di trasporto alternativi, dal treno alla bicicletta, fino a percorrere interi tratti a piedi. Perché questa scelta?

Non amo essere trasportato, voglio decidere io dove andare. Non mi piace essere nel branco, nemmeno quando si tratta di colleghi. Amo stare solo: mi piace ruminare in silenzio. Ho bisogno di tempi lunghi e non sono un giornalista veloce che parte e scrive la sera stessa un pezzo. Sono fuori moda in questo. D’altra parte, noto che i miei racconti hanno un buon seguito.

Forse riempiono un vuoto, quello della riflessione. Siamo talmente abituati alla notizia minuto per minuto che abbiamo perso la capacità di riflettere sulle tendenze. A proposito di ambiente, il fatto che non ci sia stato inverno fino a gennaio mi sembrava la notizia del mese. Ma sembra che questo non abbia inquietato i giornalisti visto che non sono precipitati aerei e non è avvenuto nulla di clamoroso. Quella della natura è una mutazione silenziosa e inesorabile. Sono questi gli argomenti che mi interessano, non gli eventi né le notizie gridate.

Il concetto di lentezza nel racconto si sposa con i suoi viaggi, spesso mete fuori dalle rotte più battute. Come li ha scelti?

Prima di tutto dipendeva dalla possibilità che mi dava il giornale di scrivere per un mese di un argomento. Ho fatto 15 viaggi, tutti memorabili e molto diversi l’uno dall’altro. Ho trattato temi trasversali, dal dopoguerra dei Balcani all’incuria dell’Italia che lascia trasformare in fantasmi alcune costruzioni. Le motivazioni che mi hanno spinto a partire sono varie: l’indignazione per esempio. Sono stato in Terra Santa perché ero stufo di vedere mezzi busti televisivi che parlavano di scontro di civiltà, dando per scontato che il cristianesimo fosse solo europeo. Come se non ci fossero cristiani in Etiopia, Egitto e in tutto il Medioriente e non fosse arrivato fino in Cina, passando per l’Afhganistan. Notavo una completa assenza di giudizio della dimensione mondiale del cristianesimo, nonostante ci si affrettasse a pontificare di scontri di civiltà. Sono partito con l’intento di vedere in prima persona come stessero i cristiani d’Oriente. In altri casi il viaggio è nato da un grande bisogno di riposo e riflessione: chiudere la porta al web e andare in un posto dove il telefono non prendesse. Può sorgere da una necessità esplorativa o dalla voglia di trovare una dimensione nuova. Per esempio il viaggio del 2008 sulla frontiera dell’Unione Europea nasceva dal bisogno di attraversare le frontiere, in un momento in cui le frontiere apparentemente non c’erano più… In realtà queste motivazioni sono in parte delle scuse per poter partire e assecondare il nomadismo che ci abita dentro e ci comanda. Il vero motivo della partenza si chiarisce solo all’arrivo. Alla fine del viaggio si riesce a razionalizzare e capire il perché di alcune esperienze. Mi è successo con la Via Appia. L’obiettivo era ritrovare la linea perché eravamo increduli che nessuno l’avesse percorsa negli ultimi decenni. Solo successivamente si sono chiariti molti altri aspetti: quel viaggio riapriva la questione meridionale, ridiscuteva il rapporto fra gli italiani e il loro territorio, la geografia e la loro storia, affrontava un problema di unità nazionale, di collegamento fra Roma e le periferie, rivendicava la percorribilità totale dell’Italia da parte di chi non ha automobile o non vuole usarla. Tutto questo però è venuto dopo. La scrittura serve anche a riordinare ciò che si è affastellato in modo disordinato durante la raccolta.

Com’è cambiata la percezione dei confini in un momento storico in cui molte persone sono costrette a migrare a causa di condizioni ambientali avverse?

A me piacciono le frontiere, purché siano permeabili. Sono belle proprio perché si possono attraversare. Non è un concetto negativo in sé: è un ordinamento dello spazio. La parola “tempio”,  ad esempio, significa “perimetro all’interno del quale esiste il sacro ed è visibile e avvertibile”. Fuori no. Quando sparisce questo rapporto fra il dentro e il fuori in una ubriacatura generale di mondo senza frontiere ci possono essere disastri. A parer mio, pochi elementi possono produrre la pace più di una buona frontiera ben concordata fra due o tre paesi. La sua assenza, al contrario, può provocare malintesi, arroccamenti, ripensamenti. Non sono mai sorti tanti muri e tante divisioni come da quando sono sparite le frontiere dentro l’Ue. Credo che non abbiamo una classe politica all’altezza di un mondo così aperto, per il quale io comunque lotto disperatamente. Non posso però dimenticare che per me le frontiere sono una garanzia di tutela delle diversità. Non voglio che il tedesco mi assomigli, voglio che sia diverso da me: per questo mi viene voglia di andare in Germania. Il rapporto con le frontiere è uno degli aspetti più misteriosi dell’umanità: è difficile, ambivalente, vorresti che non ci fossero però ne hai bisogno. Ricordo di averlo visto nel sud della Tunisia: in mezzo al deserto c’era un perimetro fatto di piccole pietre, seminascoste dalla sabbia. Quelle rocce rappresentavano una moschea in cui si fermavano i tuareg. Pregavano all’interno di quel perimetro, di quel confine, non fuori. È necessario considerare tutte queste componenti, senza liquidare le frontiere come un’anticaglia o un elemento di perturbazione.

È stato reporter durante la guerra nei Balcani e ci è tornato come viaggiatore. Qual è stata la sensazione di viverli sotto questi due diversi punti di vista?

Avevo scritto centinaia di reportage su quella guerra però non ero mai riuscito a far capire che quella non era una malattia balcanica ma un problema europeo. Poteva capitare a qualsiasi altro paese se inserito nello stesso contesto. Saremmo diventati tutti balcanici in una situazione analoga: ci saremmo sparati fra vicini di casa allo stesso modo se la propaganda avesse fatto quel tipo di lavoro e se il nostro passato fosse stato analogamente infelice. Eppure non riuscivo a far capire questa cosa. Il viaggio in bicicletta da Trieste a Istanbul mi ha dato l’opportunità di far vivere i Balcani sotto un’altra luce. Li avevamo bombardati pochi anni prima, ma il fatto che la gente ci facesse festa ugualmente, che bevessimo birre in allegria è stato più utile agli effetti del mio messaggio di tutti i miei lavori precedenti. Avevo fatto quello che in geologia chiamano un carotaggio: un buco nel terreno per tirare fuori un elemento in profondità. Invece di viaggiare in superficie e raccontare gli eventi, ero andato dentro. Nella pancia del paese.

Ha ritrovato degli aspetti comuni nei luoghi e nelle persone che ha incontrato?

Chi si muove lentamente e senza arroganza produce una selezione degli incontri: è difficile che la brutta gente si avvicini. Al contrario, sembra quasi che i luoghi più malfamati facciano di tutto per smentire la loro fama. Quando abbiamo attraversato la terra di gomorra, ad esempio, abbiamo incontrato la gente più bella del viaggio, più ospitale. La stessa cosa è successa in Serbia. In Terra Santa i pellegrini che attraversavano la Turchia si dovevano difendere dalla gente che li voleva accompagnare e ospitare a cena: un’ospitalità soffocante. In Russia bastava scendere dal treno per avere un invito a cena o a dormire. Il viaggiatore lento è svantaggiato perché più esposto al mondo, ma contemporaneamente ha il vantaggio di arrivare al cuore delle persone più rapidamente. Dalla Palestina al casertano, dalla Russia artica all’Europa occidentale ho avuto pochissime delusioni.

In “A piedi”, un libro per ragazzi, riflette sull’importanza del “mettersi in cammino”. Perché ha scelto di rivolgersi proprio a loro?

Perché ero entrato nell’età in cui c’erano i nipotini nell’aria. Una delle tragedie della modernità è il fatto che i giovani, in particolare gli adolescenti, siano tagliati fuori da quelli che hanno l’età di nonni ancora in salute. Quando sono nelle scuole adoro parlare ai ragazzi e mi accorgo che se parli loro con passione ti ascoltano. Ciò che conta è l’avventura, che la dimensione virtuale ha sottratto nella sua realtà: non può esserci avventura in uno smartphone. La vera avventura è fisica, fatta di fatica, riso, pianto, fame, di tante cose che prendono la totalità del corpo, non soltanto occhi e orecchie.l

Identikit

paoloPaolo Rumiz è scrittore e giornalista, inviato speciale del “Piccolo” di Trieste ed editorialista de “La Repubblica”. Nel 1993 ha vinto il premio “Hemingway” per i suoi servizi dalla Bosnia. Autore di diversi libri, fra cui “La linea dei mirtilli” (1993), “È Oriente” (2003), “Come cavalli che dormono in piedi” (2014).

 

 

 

 

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