Amianto a Ravenna, sentenza a metà

Sei condanne a 8 mesi per lesioni colpose e tante assoluzioni. Si chiude con la delusione dei parenti delle vittime il processo al petrolchimico Anic-Enichem. Ma l’avvocato Zanforlini, presidente dei Centri di azione giuridica di Legambiente, invita ad aspettare le motivazioni: “Il nesso causale è stato riconosciuto”

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Si è chiuso con una condanna a otto mesi e tante assoluzioni il processo per le morti di amianto al polo petrolchimico di Ravenna. La sentenza del giudice Milena Zavatti mette così la parola fine, in attesa del probabile ricorso in appello della procura, a un procedimento cominciato nel 2011 con l’iscrizione nel registro degli indagati di cinquantasei persone, tutti dirigenti dell’Anic-Enichem nel corso degli ultimi decenni. I rinviati a giudizio – per una serie di ragioni, fra cui la morte di molti degli indagati – sono stati ventuno, ma nel corso del procedimento altri imputati sono deceduti. La procura chiedeva la condanna di quindici persone, con pene dai cinque ai nove anni, per reati che andavano dalle lesioni all’omicidio colposo plurimo.
La sentenza, e non poteva essere altrimenti, ha provocato rabbia e delusione fra i malati e i parenti di chi, a causa dell’amianto, ha perso la vita. Sono stati infatti condannati a otto mesi – ma la pena è sospesa – soltanto sei degli imputati per lesioni colpose nei confronti di un solo dipendente, che ha contratto l’asbestosi. Gli stessi condannati dovranno risarcire le parti civili ammesse (Legambiente, Associazione esposti amianto, Ausl Romagna, Cgil, Cisl e Uil), con un ammontare da quantificare in sede civile, e al risarcimento delle spese legali. Per tutti gli altri imputati è arrivata l’assoluzione perché il fatto non sussiste o per intervenuta prescrizione.
«Capisco l’amarezza in aula, ma come parte civile di Legambiente mi ritengo soddisfatto – spiega l’avvocato David Zanforlini, ferrarese, da sempre impegnato sul fronte crimini ambientali e presidente dei Centri di azione giuridica dell’associazione – Soddisfatto perché è stato trovato il cosiddetto “nesso di causa”, l’aspetto più complicato è stato il più semplice. Superato questo scoglio, sarebbe dovuto andare tutto in discesa… Non è andata così perché sono state dichiarate moltissime prescrizioni, ora bisogna capire il perché. Bisogna insomma aspettare il deposito della sentenza, entro 90 giorni, per entrare nel merito delle decisioni del giudice».
Secondo il pubblico ministero Monica Gargiulo, subentrata al collega Roberto Ceroni che aveva avviato le indagini, circa settanta persone sarebbero morte o si sarebbero ammalate di forme tumorali collegabili alle fibre di amianto respirate lavorando negli spazi del petrolchimico nell’arco di tempo fra il 1957 e il 1985, quando la legge mise al bando l’utilizzo di Eternit.

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