Alle Canarie un disastro annunciato

 

 

A due mesi dall’affondamento della nave russa Oleg Naydenov, con più di 1.400 tonnellate di carburante, al largo dell’arcipelago si teme per il parco della biosfera, uno scrigno di biodiversità. Nei mesi scorsi i cittadini avevano manifestato contro le ricerche petrolifere della Repsol

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di MASSIMO SERAFINI *

Le foto di cetacei, tartarughe, uccelli marini imbrattati di catrame e delle prime spiagge già contaminate rimbalzano tra i social network. L’affondamento della nave russa Oleg Naydenov, con più di 1.400 tonnellate di carburante a bordo, ripete il copione delle catastrofi ambientali e da due mesi sta tenendo in bilico l’arcipelago, sette isole vulcaniche nell’oceano Atlantico, parco della biosfera, riserva marina con la maggiore concentrazione di balene tropicali del pianeta, meta di milioni di visitatori tutto l’anno.

L’ironia è che solo qualche mese fa gli abitanti delle Canarie pensavano di essere sfuggiti alla maledizione del petrolio. La compagnia Repsol, autorizzata dal governo di Spagna a trivellare l’oceano di fronte alle isole di Fuerteventura e Lanzarote, nonostante il durissimo no della cittadinanza, aveva deciso di rinunciare, per non aver trovato né gas, né petrolio. Ecco invece che la bagnarola Oleg Naydenov dopo essersi incendiata nel porto di Gran Canaria è stata rimorchiata al largo della costa è inesorabilmente colata a picco. Ora giace a 2.710 metri di profondità e continua a disperdere in mare il suo carico. Come nelle ultime catastrofi, dal Golfo del Messico a Fukushima, anche in questa delle Canarie l’intera rete di comando, da quella tecnica a quella politica, è stata travolta dagli eventi in un delirio di approssimazione, confusione e sequela di errori.

Ora, come da copione, si minimizzano le conseguenze dell’incidente, ci si sottrae a qualsiasi controllo e si mobilita il volontariato. Emanato, contro stampa e associazioni ecologiste, il divieto di accesso e di sorvolo della zona di affondamento, per impedire la reale stima del danno o la testimonianza sull’uso di disperdenti chimici altamente inquinanti per ridurre la marea nera, mentre là dove non è più possibile nascondere nulla, spazio alla generosità dei volontari, con i propri mezzi, a ripulire spiagge, mare e cercare di salvare gli animali.

E per finire la solita ricerca di un capro espiatorio su cui scaricare tutte le responsabilità. A pagare sarà qualche ufficiale della capitaneria di porto per aver autorizzato l’ormeggio, mentre petrolieri e ministri, come successe con il disastro del Prestige in Galizia, saranno assolti e tutto continuerà come prima, in attesa di una prossima catastrofe. L’informazione italiana poco si è interessata all’ecoreato nelle Canarie, forse perché un voto di fiducia ha permesso il varo della legge Sblocca Italia con il suo articolo 38, rinominato sblocca trivelle. In queste settimane la mobilitazione nelle sette isole è sembrata affievolirsi, forse perché le correnti stanno trascinando la chiazza principale lontano dalle Canarie. Tutto ciò segnala un limite dei movimenti che lottano contro il petrolio che, prima o poi, si dovranno chiedere perché il grido disperato mai piu, che risuona nei cortei dopo ogni catastrofe, perde, passata l’emergenza,   capacità di mobilitazione così gli speculatori e i loro mediocri sponsor politici continueranno indisturbati a far danni, in attesa della prossima tragedia. Forse a spingere a continuare con il petrolio è la paura di tornare indietro, di perdere quella qualità di vita acquisita. Insomma prevale l’idea che certo il petrolio inquina, ma questo prezzo va pagato perché si ritiene poco credibile l’alternativa delle rinnovabili. E’ ancora purtroppo una minoranza quella che ritiene possibile costruire un nuovo modello energetico, distribuito e 100% rinnovabile, capace di garantire la stessa qualità della vita di cui oggi godiamo, almeno nella nostra parte di mondo. Modificare questo stato di cose è possibile, alla condizione di smettere di ignorare che questa paura del “tornare indietro” è spesso alimentata dal “fuoco amico”, cioè dagli ambientalisti. Perché si dovrebbe smettere con il petrolio se sono gli stessi ecologisti ad affermare che le fonti rinnovabili hanno limiti, le pale eoliche e i pannelli fotovoltaici sono brutti rovinano il paesaggio e quindi meglio rinunciare.
Insomma quel mai più per diventare realtà dovrà dimostrare che il nuovo modello energetico rinnovabile non peggiora la qualità della vita delle persone anzi la migliora.

 

* Legambiente Fuerteventura

La testata è nata nel 1978 con il nome di Ecologia (diventerà La Nuova Ecologia l'anno successivo) insieme ai primi gruppi ambientalisti... Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia
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