Acqua pubblica, i comitati vigilano

I comitati per l’acqua pubblica sono vivi e vigili, informano, si muovono. Chiedono che la volontà popolare sia rispettata. «Al di là dei quesiti referendari, un anno fa i cittadini hanno lanciato un messaggio chiaro: vogliono una gestione pubblica e partecipata dei beni comuni», spiega Paolo Carsetti, portavoce del Forum dei movimenti per l’acqua.

Qual è stata la risposta politica?

Prendiamo Roma: Alemanno ha deciso di vendere un ulteriore 21% delle quote pubbliche di Acea. In generale, da subito si è cercato di svuotare l’esito dei referendum: con la manovra di ferragosto il governo Berlusconi ha reintrodotto l’obbligo di privatizzare i servizi pubblici locali, tranne l’acqua, anche se il primo quesito coinvolgeva l’intero settore dei beni pubblici. In gennaio il decreto sulle liberalizzazioni del governo Monti ha previsto per le aziende speciali l’obbligo di sottostare al patto di stabilità: questo rende più complicati gli investimenti ed è un segnale che si vuole ostacolare il processo di ripubblicizzazione.

Ci spieghi meglio…

Le aziende speciali sono gli enti pubblici strumentali a cui, secondo noi, va affidata la gestione del servizio idrico, ma devono poter investire per migliorare la rete colabrodo e il sistema di depurazione carente. A Napoli questo primo passo è stato fatto: la Arin SPA è diventata l’azienda speciale Abc, cioè Acqua bene comune. Ora, se dovrà rispettare il patto di stabilità, sarà molto difficile che possa investire.

Come proponete di trovare le risorse per gli investimenti, in un momento di crisi e tagli?

Bisogna superare il sistema attuale, che scarica tutti i costi in bolletta. Secondo noi le risorse vanno trovate nella fiscalità generale e con altri strumenti, come l’emissione di bond a livello locale o facendo tornare la Cassa depositi e prestiti alla sua funzione originaria di finanziare gli enti locali per i servizi essenziali, invece di operare come una banca qualsiasi. Che liberalizzare non sia la soluzione, lo abbiamo visto negli ultimi quindici anni: i privati non hanno aumentato né efficienza né investimenti. E il ritardo nel miglioramento del sistema di depurazione ci costerà, dato che l’Ue sta avviando procedure di infrazione per il mancato rispetto della direttiva sulle acque del 2000.

Ma siamo sicuri che il ritorno a una gestione interamente pubblica porterebbe più qualità ed efficienza?

Sicuramente, se i cittadini sono messi nella condizione di esercitare forme di controllo indipendente, per esempio attraverso organi composti da comitati di utenti, associazioni ambientaliste, etc. A Napoli lo hanno chiamato Comitato di sorveglianza. Il modello è la città francese di Grenoble, dove la ripubblicizzazione è iniziata nel 2000 e, grazie al controllo sugli investimenti, i risultati sono eccellenti. Ma questo sistema si può immaginare solo se la gestione è pubblica, perché un privato non permette la partecipazione dei cittadini.

Avete lanciato una Campagna di obbedienza civile: che significa?

In base al secondo quesito referendario, i gestori non possono più caricare in bolletta la componente della “remunerazione del capitale investito”, quota che tra l’altro non è destinata agli investimenti. Nessuno ha provveduto a eliminarla: ecco perché i comitati si sono riattivati in tutta Italia, hanno inviato reclami ai gestori e ricalcolato la bolletta in base alla legge. Il prossimo passo sarà l’autoriduzione e alcuni gestori hanno già minacciato il distacco del servizio, senza il saldo per intero della bolletta. Si prospettano ricorsi al giudice di pace, class action. Insomma, è una campagna complicata, ma decine di migliaia di utenti si sono già messi in gioco, a conferma che il popolo dell’acqua non ha intenzione di abbandonare la battaglia.

Marco Fratoddi ha diretto La Nuova Ecologia dall'aprile 2005 all'ottobre 2016. Contatti: marco.fratoddi@tiscali.it, 3357417705
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