Parigi è alle porte. È giunto il momento delle scelte forti e ambiziose. Serve un accordo in grado di accelerare la transizione energetica globale verso le rinnovabili che cittadini e imprese hanno già avviato in ogni regione del pianeta. Solo così sarà possibile contenere il riscaldamento del pianeta ben al di sotto dei 2°C. Soglia critica oltre la quale la crisi climatica può raggiungere il punto di non ritorno. Parigi non potrà essere la destinazione finale di questo viaggio. Ma deve essere il luogo dove si decide la giusta direzione marcia e si mettono in cantiere le necessarie azioni per progredire verso la destinazione finale. Gli impegni di riduzione sino ad ora annunciati sono inadeguati a vincere questa sfida. Se rigorosamente attuati, sono sufficienti a ridurre di circa un grado il trend attuale di crescita delle emissioni di gas-serra con una traiettoria di aumento della temperatura globale che si attesta verso i 2,7°C.

Serve un vero cambio di rotta. A Parigi i leader mondiali devono concordare un nuovo Protocollo legalmente vincolante che abbia al centro l’obiettivo globale di eliminare le emissioni da fonti fossili e raggiungere il 100% di rinnovabili entro il 2050. Solo così sarà possibile contenere l’aumento della temperatura sotto la soglia critica dei 2°C. Non vi sono barriere tecnologiche o economiche che possano ostacolare il raggiungimento del 100% di rinnovabili per tutti entro il 2050. Se l’Europa vuole giocare per davvero il suo ruolo di leadership nell’azione globale contro i cambiamenti climatici, deve sostenere con forza la richiesta dei suoi alleati nei paesi in via di sviluppo che chiedono di completare la transizione verso un’economia libera dalle fonti fossili entro il 2050. Ritardare la transizione alla fine del secolo sarebbe troppo tardi per le molte comunità vulnerabili che già devono difendersi dai mutamenti climatici in corso.

Per essere credibili serve chiarezza su come l’Europa intende dare gambe alla transizione verso un’economia europea libera da fonti fossili. A partire da quali misure aggiuntive verranno messe in campo prima del 2020, quando l’accordo di Parigi sarà operativo. Serve chiarezza anche su quando e come sarà aumentato l’attuale contributo europeo di riduzione delle emissioni interne di almeno il 40% entro il 2030. Altrimenti si rischia di creare un gap sino a 6 miliardi di tonnellate nell’impegno di riduzione per il periodo 2021-2030, che si traduce in una riduzione effettiva compresa appena tra il 25% e il 35%, a seconda di quali misure saranno adottate per colmare il gap. La credibilità della leadership europea si misurerà inoltre sull’impegno finanziario a sostegno dei paesi in via di sviluppo nella loro azione di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici in corso. Il giusto sostegno ammonta – come riconosciuto dalla Commissione – a 28 miliardi di dollari l’anno entro il 2020. Sino ad ora siamo lontani da questo obiettivo. L’impegno europeo attualmente si attesta su 10 miliardi di dollari. È indispensabile colmare questo gap. Le risorse necessarie possono essere reperite senza grandi problemi attraverso l’abolizione dei generosi sussidi alle fonti fossili. Si tratta di ben 221 miliardi di dollari, di cui i soli sussidi diretti ammontano a circa 68 miliardi di dollari: oltre sei volte l’attuale impegno finanziario europeo.

Non ci sono alibi. Senza una posizione più ambiziosa difficilmente l’Europa potrà svolgere a Parigi quel ruolo di leadership indispensabile a garantire la sottoscrizione di un nuovo accordo globale in grado di vincere la crisi climatica e porre le basi per un futuro rinnovabile e libero da fossili.

 

 

Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles
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