Qui a Parigi è giunto il momento di passare dalle parole alle scelte ambiziose e forti. Nei pochi giorni rimasti i negoziatori devono dare seguito all’impegno ribadito da tutti i leader mondiali, intervenuti nella giornata di apertura della conferenza, della necessità di un accordo globale in grado di contenere il riscaldamento del pianeta al di sotto dei 2°C. Soglia critica oltre la quale la crisi climatica può raggiungere il punto di non ritorno. Sono diversi i nodi – di seguito sintetizzati – ancora da sciogliere per concretizzare questo accordo e avviare senza ambiguità la transizione verso un nuovo sistema energetico fondato sulle rinnovabili e l’efficienza, che faccia da volano per lo sviluppo di un’economia globale in grado di sostenere comunità resilienti ai mutamenti climatici già in corso, libere da povertà e diseguaglianza. Parigi non sarà la destinazione finale di questo viaggio. Ma deve essere il luogo dove si decide la giusta direzione marcia e si mettono in cantiere le necessarie azioni per progredire verso la destinazione finale senza ambiguità.

Obiettivo di lungo termine

Al centro del nuovo accordo deve esserci l’obiettivo globale di eliminare le emissioni da fonti fossili e raggiungere il 100% di rinnovabili entro il 2050. Obiettivo formalmente proposto ieri dal Climate Vulnerable Forum (CVF), il gruppo di paesi più minacciati dalla crisi climatica guidati da Filippine, Maldive, Costarica e Kenya. Solo così sarà possibile contenere l’aumento della temperatura al di sotto la soglia critica dei 2°C o meglio di 1.5°C, come richiesto dal CVF con il sostegno di oltre 100 paesi in via di sviluppo per garantire maggiore sicurezza alle loro comunità vulnerabili. Non vi sono barriere tecnologiche o economiche che possano ostacolare il raggiungimento del 100% di rinnovabili per tutti entro il 2050. Lo dimostrano due grandi iniziative lanciate qui a Parigi. L’Alleanza per il Solare promossa da India e Francia, con il coinvolgimento di 120 paesi, che punta ad attivare 1.000 miliardi di dollari tra investimenti pubblici e privati entro il 2030. E l’African Renewable Energy Initiative (AREI) che ha come obiettivo raggiungere 300GW di rinnovabili entro il 2030 ossia il doppio dell’attuale potenza elettrica installata in Africa.Ritardare questo obiettivo alla fine del secolo – come sostengono molti paesi industrializzati ed emergenti tra cui Usa, Cina India con l’Europa alla finestra – sarebbe troppo tardi per le molte comunità vulnerabili del pianeta che già devono difendersi dai mutamenti climatici in corso.

Sostegno finanziario

Sarà cruciale per il successo di Parigi l’adozione di una roadmap che dia concreta attuazione all’impegno assunto nel 2009 a Copenhagen di sostenere l’azione climatica dei paesi più poveri con un finanziamento crescente sino a raggiungere i 100 miliardi di dollari annui entro il 2020. La roadmap per essere credibile non può ridursi ad un semplice esercizio contabile che si limita a considerare sotto la nuova veste del sostegno all’azione climatica le risorse finanziarie già destinate all’aiuto allo sviluppo. Servono risorse aggiuntive da destinare specificamente al sostegno delle azioni di mitigazione e adattamento nei paesi in via di sviluppo. Siamo ancora lontani dall’obiettivo dei 100 miliardi annui. Secondo il recente rapporto dell’OCSE nel 2014 gli impegni complessivi ammontavano a 61.8 miliardi di dollari, di cui 43.5 miliardi pubblici e tra questi 10 miliardi veicolati attraverso il Green Climate Fund (GFC). Nei prossimi giorni è indispensabile la formalizzazione degli impegni annunciati da diversi paesi industrializzati ed emergenti per colmare questo gap. Un primo importante segnale in questa direzione è venuto dalla Cina con il lancio del South-South Climate Cooperation Fund con una dotazione iniziale di 3 miliardi di dollari.

Trasparenza

Per consolidare la fiducia tra le parti e facilitare il crescente impegno comune per il raggiungimento dell’obiettivo dei 2°C, il nuovo accordo deve prevedere un sistema di regole contabili (Monitoring Reporting Verification-MRV) in grado di garantire la rigorosa attuazione degli impegni assunti. Il nuovo sistema si deve fondare sulle norme già previste nel Protocollo di Kyoto, estendendole in modo da consentire anche la valutazione quantitativa degli ulteriori impegni necessari che i singoli paesi devono assumersi così da poterli allineare alla traiettoria dei 2°C. A tal fine, è fondamentale prevedere l’adozione di linee guida che dettaglino i criteri e le modalità per definire la giusta allocazione degli impegni di mitigazione insieme a quelli di sostegno finanziario e tecnologico.

Differenziazione degli impegni

Tutti i paesi devono assumersi impegni coerenti con l’obiettivo globale dei 2°C nel pieno rispetto dei principi di equità e delle comuni ma differenziate responsabilità e rispettive capacità. E’ la grande sfida di Parigi. Riuscire a definire regole chiare e rigorose che riescano a differenziare gli impegni di riduzione delle emissioni, sostegno finanziario e trasparenza in maniera dinamica così da adeguarsi continuamente all’evolversi delle condizioni economiche e sociali dei singoli paesi. Solo in questo modo sarà possibile evitare la vecchia contrapposizione tra paesi poveri e ricchi che sino ad ora ha ostacolato il raggiungimento di un accordo ambizioso e giusto.

Revisione periodica degli impegni

Gli impegni di riduzione (INDCs – Intended Nationally Determined Contributions) che 180 governi, responsabili di oltre il 95% delle emissioni globali, hanno trasmesso al segretariato della Convenzione sul Clima (UNFCCC) sono inadeguati a contenere il riscaldamento del pianeta al di sotto della soglia critica dei 2°C. E ancor più rispetto al limite di 1.5°C. Soprattutto se si tiene presente che i mutamenti climatici in corso hanno già determinato un aumento della temperatura media globale di 1°C. Secondo le prime valutazioni questi impegni, se rigorosamente attuati, sono sufficienti a ridurre di circa un grado il trend attuale di crescita delle emissioni di gas-serra con una traiettoria di aumento della temperatura globale che si attesta verso i 2.7- 3°C. Serve un vero cambio di rotta. Nell’accordo è indispensabile includere un meccanismo dinamico di aumento degli impegni di riduzione con ciclo quinquennale applicabile a tutti i paesi. Strumento essenziale per verificare e adeguare regolarmente il contributo dei singoli paesi al raggiungimento dell’obiettivo comune di contenere l’aumento globale della temperatura al di sotto della soglia critica dei 2°C. Il processo di revisione degli impegni di riduzione deve partire subito dopo Parigi, in modo da poter allineare gli attuali impegni alla traiettoria dei 2°C prima del gennaio 2021, quando il nuovo Protocollo sarà operativo. Pertanto il processo di aumento degli impegni di riduzione deve terminare entro il 2018 così da consentire ai governi di avere il tempo necessario per recepire i nuovi impegni nei Piani di azione nazionali relativi al primo periodo di impegno 2021-2025 dell’accordo. Stesso processo dovrà essere messo in campo per la revisione degli impegni finanziari a sostegno delle azioni di mitigazione e adattamento ai mutamenti climatici in corso nei paesi più vulnerabili.Purtroppo l’Europa continua ad opporsi all’avvio della revisione degli impegni prima del 2020, sperando in questo modo di neutralizzare l’opposizione annunciata dal nuovo governo polacco al pacchetto clima-energia 2030.

Forma giuridica dell’accordo

Si va profilando un compromesso che cerca nello stesso tempo di garantire la forza giuridica dell’accordo e la possibilità di ratifica da parte Statunitense senza dover passare per il Senato americano a maggioranza repubblicana e ostile all’accordo.A tal fine a Parigi si dovrebbe adottare un pacchetto composto dall’accordo legalmente vincolante, che definisce la nuova governance globale sul clima in applicazione della Convezione quadro adottata a Rio nel 1992, e una serie di Decisioni approvate dalla COP21 che dettagliano gli impegni operativi e che non necessitano della ratifica dei paesi sottoscrittori l’accordo. In questo modo l’accordo legalmente vincolante può essere ratificato direttamente dal Presidente Obama, in quanto considerato un “executive agreement” in applicazione della Convenzione quadro sul clima già ratificata dal Senato americano. La nuova bozza del “Pacchetto di Parigi” sarà presentata alla plenaria di sabato prossimo. Allora avremo un quadro più chiaro delle posizioni in campo e dei veri ostacoli verso un accordo ambizioso e giusto. La palla ritornerà di nuovo alla politica che negli ultimi giorni di negoziato dovrà dimostrare di essere veramente capace di scelte forti in grado di avviare un irreversibile cambio di rotta.

Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles
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